domenica 11 marzo 2012










Ricorre in questi giorni il 60° anniversario
A Mignano Montelungo   il 25 marzo 1952

42 morti e 63 feriti nella Galleria di Cannavinelle

  





   Mignano Montelungo - I primi flash battuti dalle agenzia di stampa sono drammatici e parziali. Poi i dettagli nella loro crudeltà.  Le prime domande dei soccorritori con i riflettori  nella galleria della morte:  Come si è prodotta la terrificante sciagura di Mignano Montelungo in località Cannavinelle?  La coraggiosa  lotta dei  pompieri nelle viscere nere del monte;   salveranno gli altri operai sotto le macerie? Ventuno le  salme identificate finora.  Una visione d'orrore.   I morti che erano  saliti a 39 ( divennero 42 con la morte di molti feriti gravi )  ed i feriti a 63 avvolti in teli e coperte.  Questa notte si è vegliato nel grande cantiere della ditta “Farsura”, a Cannavinelle, una località lontana dalle case, dove, in una radura, ci sono le baracche dei minatori. E' qua, dalla parte di Mignano,  l'imbocco della galleria lunga dodici chilometri, che termina dall'altro lato, a Roccapipirozzi  (una. borgata di  Sesto Campano) in provincia di Campobasso, da  questo punto, venti mesi fa trecento uomini attaccarono la roccia tagliente, per quest'opera che avrebbe dovuto convogliare, nel prossimo novembre, l'acqua del Volturno ad una centrale, costituendo un passo decisivo nel grande piano di redenzione del Mezzogiorno.
     Ecco il drammatico racconto di un inviato speciale dell’epoca. “E… oggi trentotto di questi uomini  sono caduti. La luce dei proiettori è concentrata sul vasto cantiere dove ora tutto, è fermo. Nel silenzio s'ode il rombo dei motori elettrici e il cigolio dei vagoncini della “decauville”: avanzano nel viscere nero del monte portando i vigili del fuoco che, armati di lampadine, piccozze, vanghe, badili, scavano ancora dove, dopo lo scoppio, è crollata la volta. Vi sono ancora uomini sepolti ma v’è la speranza che siano ancora vivi. Perciò, mentre un turno ritorna, con i vagoncini colmi di materiale, altri vigili vanno. Due operai, Ernesto Mignaca e Michele Schiavitela,  guidano  i vigili del fuoco nelle viscere della terra,  mentre continuano ad essere affiancati i corpi straziati delle vittime del crollo. Dirige la manovra l'ing. Alfonso Busacca, comandante i vigili  del Fuoco di Caserta,  che operano con quelli di Frosinone, Teano e Campobasso. “I  feriti - dice l'ingegnere -  sono saliti a 56: trenta all'inizio della galleria, dalla parte di Mignano, e il resto dall'altra parte. Per i morti, invece, occorre sgomberare tutta la galleria per. potar dare sul loro numero una risposta definitiva”.
     La scena si ripete, affannosa, truce: la decauville riparte. Impiegherà esattamente 45 minuti a percorrere i chilometri 3,200 arrivando al punto preciso del crollo II ritorno è in discesa, e i vagoncini impiegano dieci minuti in meno. Saliamo nella baracca della direzione. Il geometra Enzo De Biasi, direttore del cantiere è ferito al viso e non c'è. Mancano anche i capi-assistenti Alberto Di Stefano e Raffaele Micarelli, feriti anch'essi. Un impiegato, Innocente Moret, da Conegliano Veneto, piangendo,  ha raccontato ai cronisti che  ha riconosciuto in uno dei cadaveri recuperati il proprio fratello Antonino ed ha narrato,  con particolari raccapriccianti,  l’accaduto. Egli era nella baracca con due amici, Enrico Nissi e Giacomo Presi: hanno udito lo scoppio. Prima .sono rimasti perplessi, poi hanno intuito, e sono accorsi sui vagoncini della “decauville”. I primi a trovare sotto la galleria sono stati De Biase e Micarelli, stesi per terra e pallidi.
      Fino a quel momento era incerto il numero dei morti.  Poi la sera l'elenco dei presenti è passato alla direzione. Non ai può sapere, quindi, quanti erano  minatori del turno che, iniziato alle sette, avrebbe dovuto terminare alle 14. “Erano tutti piovani - conclude Moret -  dall'età media di 30 anni”. Circa l'esplosivo di cui si aveva notizia stanotte egli precisa che, anche se ve ne fosse stato sotto la galleria, ciò era normale perchè questo  è il compito del tecnico  Federico Fabiano,  che lo porta con uno  speciale vagoncino. Sembra da escludersi, comunque, che il disastro debba attribuirsi all'esplosivo.
     Il Genio Civile, e l'Ispettorato delle miniere e del lavoro,  stanno  svolgendo le indagini. Chiedo: “A che ora esatta si è avuto lo scoppio !”. “Dagli  orologi di alcuni morti -  risponde l'interpellato -  segnavano  le 11,48 precise”. Scendo dalla baracca della direzione, in alto sul pendio i morti stanno in due capannoni: l'officina e il magazzino. Sono allineati, per terra, avvolti in coperte grigio scuro  da  cui spuntano  rozze scarpe infangate e braccia levate in alto, con le mani aperte e le dita rigide. A uno l'esplosione ha tolto le scarpe e appaiono i calzini bianchissimi; in un altro, girato sul fianco, si vede lo scapolare, con una Madonna e il Bambino. Spicca cereo il viso di un giovane ingegnere, Massimo  Di Giacomo, per la prima volta ieri in visita ai lavori, con un amico. Fuori i capannoni sono affissi dei manifesti a colori: “Una scala in cattivo stato non regge al peso” , dice uno. “Attenti! Non fate il sottoscavo!”, avverte un altro. E un terzo più grande: “L'infortunio, legato a un filo, pende sul vostro capo. Evitatelo!”. Il viola cupo sui monti  di Venafro si sbianca in un chiarore perlaceo: è quasi l'alba. La luce di fari e lampade sul cantiere è sempre più fioca. Adesso, che è chiaro, appare un grosso camion, fermo fuori dei capannoni, ricolmo fino in cima: sono le trentotto bare inviate questa notte dalla Prefettura.
     Più tardi tornerà il ministro Campili che è rimasto a Caserta. E' atteso pure il Procuratore della Repubblica.  Lenta è l'opera di identificazione delle salme in quanto la terrificante esplosione ha asportato ad alcuni operai parte del viso ed ha ridotto in brandelli le tute in cui erano custoditi i documenti. I morti finora identificati sono ventuno: Vittorio Tarquinia, Amerigo Pczzuti, Giuseppe Martino, Onofrio Delli Cunti, Ettore Rugghia, Gabriele Dermo, Mario Allegretti, Giuseppe Grande, Antonino Crea, Battista Trombini, Pietro Salutari, Remo Filonetti, Giuseppe Troletti, Giovanni Sciara, Mario Flamini, Francesco Verticchio, Domenico Paolini, Giuseppe Giovarrusci, Raffaele Cosentini, Vincenzo Ranieri, ing. Massimo Di Giacomo.
Quest'ultimo, un giovane ingegnere ventiquattrenne, non apparteneva alla ditta assuntrice dei lavori, ma, recatosi sul posto a visitarvi un amico, era stato invitato a entrare “ nel tragico tunnel per rendersi  conto di come procedevano i lavori. La  “decauville”  è di ritorno e fa udire il suo fischio. Incastrato nel cemento hanno trovato un altro cadavere: il trentanovesimo. Si chiama Giovanni Battista Trombetti. “Non ve ne dovrebbero essere altri”, commentano i minatori. Intanto dalle borgate arrivano gruppi di gente: vecchi, madri, donne pallide che corrono verso i capannoni.







Dinanzi alle 39 salme sfilano i compagni in pianto
     Il giorno successivo alla tragedia è impiegato  per un assai triste ma pur indispensabile compito: il riconoscimento delle salme fatto da magistrati, medici  chirurghi, i dottori Francesco e Dino Purcaro e da una commissione del cantiere composta di impiegati e minatori, compagni di lavoro dei morti e degli scampati per miracolo, come Giovanni Cicchinelli, Pompeo De Cicco e Giovanni Cocozza.
     Ma il destino ( per chi ci crede ) ha guidato le cose. Mentre i primi due si trovavano in galleria vicino all'uscita, il terzo era giunto con alcuni minuti di ritardo, dov'è accaduto lo scoppio. Il suo caposquadra, Alberto Di Stefano, gli chiese di porre in azione i ”vibratori”, un apparecchio che spalma il cemento (infatti il lavoro ormai era in fase di rifinitura). In quel momento il minatore si accorse che, per una distrazione,  aveva lasciato fuori la Galleria l’apparecchio.  “Sì -  gli disse il Di Stefano -  che  preferisci? 500 lire di multa o una giornata di sospensione?”. “La sospensione”,  rispose l'altro. Fu così che con la decauville ritornò fuori all'aria e si salvò la vita.
     Anche per questi uomini rudi, usi alle asprezze e alle insidie di una vita fra le più dure, il  riconoscimento dei cadaveri: dei loro compagni, è stato una,  cosa angosciosa. A mano a mano che le grige coperte, spesso madide di sangue, venivano  aperte, apparivano i poveri corpi straziati, dai volti lividi, con le labbra contorte e le braccia rigide, dalle pesanti mani callose che cadevano giù inerti. Appello senza risposta…  Uno sguardo e, sfogliando un  elenco, si udiva un nome come ad un appello senza risposta: “Giuseppe Di Lauro, Mario Parisi, Giuseppe Giovarusci, Pietro Salutari, Massimo Di Giacomo...”.  Un attimo di silenzio, un segno di lapis su una carta. Era tutto. Appena il riconoscimento era avvenuto, senza perdere troppo altro tempo nello stabilire le cause della morte, il cadavere veniva adagiato nella bara.
     Non è stato facile trovare, così  in fretta, 39 bare  e perciò ve ne erano di ogni tipo, tutte in legno, di foggia diversa, costo e colore, anche bianche, come si usano per i bambini: in acero, faggio, abete e persino due in legno pregiato, mogano e noce, con pesanti borchie di bronzo vero,  destinate certo a persone  benestanti,  ai nobili della zona,   ai padroni… non certo ai poveri minatori.
     Invece la morte improvvisa, ha livellato anche questo. E poi gli ordini erano ben chiari, subito 34 bare all'imbocco della galleria di Mignano Montelungo. Per le altre 5, dall'altra parte, “la competenza” (cosi! diceva il fonogramma) era della Provincia di Campobasso, nella cui giurisdizione è  situato il comune di Sesto Campano. E anche a quelle cinque si è provveduto subito. Fuori dei capannoni, intanto i carabinieri, pur con gli  occhi umidi di lacrime,  per le scene di dolore, tenevano lontano le  donne; i vecchi che singhiozzavano, mordendosi le mani  e guardando verso la porta dove i feretri  uscivano già inchiodati. L'esplosione è stata cosi violenta che spesso i corpi sono divenuti irriconoscibili e l'ordine più rigoroso voleva appunto evitare, almeno in un primo tempo, quel colpo atroce.
     Le bare, con incollato sopra un foglio scritto a penna (nome e cognome), uscivano accatastate su un camion. Poi, il mezzo partiva. Cinque volte ha percorso il tratto dal cantiere per il contorto e polveroso viottolo tra siepi di rovi. E, alla fine, dietro, il bordo rimasto aperto e sospeso, aveva rigagnoli rossi. Alle bare si era provveduto, ma alle casse di zinco, così in fretta, non si era potuto e dal legno sconnesso il sangue gocciolava. Poi, sui pavimenti dei capannoni è stato sparso, bianco ed acre, un disinfettante. Infatti, dopo più di un giorno, le pozze di sangue e tutta quella carne in decomposizione avevano già diffuso un lezzo, e nella notte, avvertite dal sensibilissimo olfatto, si era levato dal querceto, il lamento delle civette.
L'inchiesta in corso  da parte della magistratura del Tribunale di Cassino
     Sulla piazzetta centrale di fronte al vecchio rudere del castello di  Ettore Fieramosca, si eleva, ancor fresca di pietra,  per l'edificazione recente, la parrocchia di S. Maria Grande. E, portate a spalla fra la folla che, muta e a capo scoperto, gremiva il sagrato, passavano le bare poi adagiate sul pavimento della chiesa, l'una a fianco dell'altra. Un giorno e mezzo dopo, il bilancio umano della sciagura di Mignano si compendia in 42 morti e in sessanta feriti.  Circa le cause, è al lavoro la commissione  d'inchiesta, presieduta dal Procuratore della Repubblica di  Cassino dottor Carlo Alvino,  che è assistito, fra l'altro, da  due tecnici il tenente colonnello  Nicola Caprio dello spolettificio  di Fontana Liri e il colonnello  Antonio Le Piane, direttore del Pirotecnico di Capua.
     Tuttavia si  sa, ormai, che la sciagura è  stata causata non da gas,  come il metano (il grisou, in questo caso, era assolutamente da escludersi) ma dall'esplosione  di  un piccolo deposito di antoaite, usato per il brillamento di  cariche. Infatti, la metà delle pareti, sembra che dovessero essere ancora allineate. Ciò si è appreso dalla  precisa dichiarazione fatta alla stampa dal Ministro Pietro Campilli,   che  ha fatto visita ai feriti negli ospedali di Cassino e Teano.   
 RICONOSCIMENTI   E LE CELEBRAZIONI DELLE PASSATE EDIZIONI
     A  studiare  ( più di tutti ) l'evento e chiarire molti lati oscuri della vicenda ed anche  ad avviare un percorso della memoria fu Mauro Nemesio Rossi,  prima componente  la commissione scuola lavoro della Federazione,  ed ora presidente del Centro studi ed alta formazione maestri del lavoro d'Italia. La lotta contro le morti bianche e gli incidenti sul lavoro deve essere un impegno di tutti, ancor più degli insigniti dal Presidente della Repubblica che sono stati chiamati in una missione sociale che va oltre all’onorificenza. Le belle parole e le passerelle non servono a risolvere un problema che esiste e non può passare nell’indifferenza collettiva. Se la scuola è carente i maestri del lavoro debbono e possono sopperire a queste deficienze.”.  Lo ha detto nel suo intervento Mauro Nemesio Rossi maestro del lavoro e direttore del Centro Studi Alta Formazione a Mignano Montelungo in occasione della celebrazione delle vittime di Cannavinelle nell’annuale ricorrenza della tragedia.
     Successivamente  nella centrale Enel il sindaco Roberto Campanile ha assistito alla messa solenne celebrata dal vescovo Mons. Arturo Aiello. Mai una strage di lavoratori in Italia è stata così grande dal dopoguerra in poi. In un solo colpo a causa dell’esplosione della santabarbara furono uccise 42 persone che stavano realizzando la condotta della Sme, Società Meridionale Elettricità, che doveva, non solo portare l’acqua alla popolazione, ma alimentare una delle più grandi centrali idroelettriche dell’Italia del Sud quella di Presenzano.  Il grave episodio avvenne il 25 marzo del 1952 nel comune di Mignano Montelungo in località Cannavinelle. Una zona montuosa a cavallo tra la provincia di Caserta e allora di Campobasso.
     Con un decreto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto ricordare quel tragico avvenimento conferendo la stella al merito del lavoro ai gonfaloni delle regioni a cui appartenevano le vittime della tragedia. Sia il Comune di Mignano che quello di Sesto Campano, i due fronti su cui si lavorava per scavare la galleria, ricordano sistematicamente l’avvenimento. Il dibattito che ne è seguito, dove oltre al sindaco sono intervenuti in rappresentanza del prefetto il dott. Gaetano Cupello, e per il neo presidente della provincia la dott.ssa Emilia Tarantino,  che hanno portato i saluti dei rispettivi Enti, è stato successivamente animato dalle relazioni dell’On Antonio Incollingo, Vice Presidente del Consiglio Regionale Molise; dall’On. Aldo Patriciello,  Parlamentare Europeo; dall’Ing. Pietro Navatta, Responsabile ENEL Nucleo Idroelettrico di Presenzano; dal  dr. Tommaso Campanile del CNA Caserta e dal dr. Sebastiano Calleri,  Responsabile Salute e Sicurezza della C.G.I.L. Nazionale.
     Sono intervenuti, inoltre, la Prof.ssa Mariella Uccella,  console provinciale,  il coordinatore della scuola- lavoro della Federazione Maestri del Lavoro, Mauro Nemesio Rossi, quest'ultimo   dati alla mano, ha dimostrato i lavori realizzati da alcuni insigniti che portano nelle scuole la cultura della sicurezza sul Lavoro ed intervengono nelle commissioni dove si dibatte del problema. Va detto che il presidente nazionale del sodalizio Gianluigi Diamantini ha voluto fare arrivare il suo messaggio di congratulazione sia all’Enel che al Comune di Mignano. Alla fine della cerimonia sono state consegnate targhe e medaglie ricordo. Particolarmente meritata la targa ritirata dal maestro del lavoro di Isernia,  Rino Verrecchia,  presente insieme al collega Antonio Testa, perché grazie all’impegno ed all’apporto dell’insigniti del Molise che il presidente Napolitano decretò le stelle al merito.









UN LIBRO IN OCCASIONE DELLA RICORRENZA DEL 60° ANNO
     Il Comune di Mignano – si legge nella notizia  riportata nei giorni scorsi dal nostro giornale – in occasione del  60° anniversario della tragedia di Cannavinelle, ha coinvolto due personalità legate in maniera particolare al tristo evento,  per realizzare un libro storico/commemorativo, che verrà distribuito il giorno dell’evento. Si tratta di Giacomo De Luca, (sindaco di Mignano dal dal 1990 al 2004 ) e di Andrea Fontaine, (maestro del Lavoro ed capo impianto Enel di Montelungo).   







A Roccadevandro 24 giugno del 1952

Altri quattro morti per una frana nella

 “Galleria della Morte”

      La “galleria della morte”  di Mignano  Montelungo ha voluto ancora altre vittime. Poco dopo le ore 13,30,  infatti, a distanza di tre mesi dall’orrenda tragedia che causò tante vittine, nel cantiere dell'impresa C.I.P. che esegue in località Pece, a 3 km. dall'abitato,  i lavori  presso  un profondo canale idraulico in corso di escavazione si è verificata  una frana che ha investito  in pieno un gruppo di operai che rimanevano sepolti. Il canale indicato congiunge la “galleria della morte” - ove, come è noto, il 24 marzo perirono tragicamente 42 operai ed un ingegnere in seguito ad una violenta esplosione - con l'ultima cascata della centrale elettrica.
     La notizia della nuova sciagura si è diffusa rapidissima in tutta la zona facendo accorrere sul posto numerosi contadini che organizzavano le prime squadre di soccorso mentre dalla direzione del cantiere veniva chiesto l'intervento dei vigili del fuoco di Caserta e di Cassino. Dopo alcune ore di intenso lavoro venivano estratti dalle pietre e dal terriccio i corpi dei quattro manovali deceduti per asfissia. Altri quattro operai, feriti più o meno gravemente, venivano ricoverati nell'ospedale di Cassino. Sopraggiunta la notte, i lavori di sgombro dell'enorme cumulo di terreno continuavano alla luce di grosse lampade e di torce. Si ha, comunque, ragione di ritenere che non vi siano a registrare altre vittime. 




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