martedì 2 luglio 2013

maresciallo mandato




PASQUALE MANDATO AGENTE DI CUSTODIA, UCCISO DA FEROCI CRIMINALI

Un omicidio teatrale. Questo è stato l'assassinio dell'Agente di Custodia, Pasquale Mandato. La mattina del 5 marzo del 1983, addirittura tre auto  per eseguire l'omicidio di un uomo inerme fuori il carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ucciso perché faceva il suo dovere.


(La storia che segue è tratta dal libro "Al di là della notte" - ed. Tullio Pironti di Raffaele Sardo a cura di Ferdinando Terlizzi) 

Come ogni mattina il maresciallo degli agenti di custodia Pasquale Mandato era sceso puntuale dall’autobus che lo aveva portato da Portici, dove abitava con la famiglia, fino a Santa Maria Capua Vetere, in piazza San Francesco. C’era la fermata proprio lì, vicino al vecchio carcere. Un salto al tabacchino per comprare un foglio di carta protocollo e poi a prendere servizio per un’altra giornata di lavoro. Erano appena passate le otto. Da casa era partito qualche ora prima. Si alzava sempre di buon’ora per arrivare puntuale sul posto di lavoro. Da Portici a Santa Maria Capua Vetere, doveva salire su un paio di mezzi pubblici per arrivare al carcere. C’era abituato e non gli pesava più di tanto. Piuttosto erano le preoccupazioni per i figli che lo tenevano in apprensione. Il primo, Francesco, aveva venticinque anni e studiava ancora all’Università. Il secondo, Attilio, venti anni, era anche lui studente e disoccupato. Come pure la terza figlia, Maria Grazia, quindici anni. Ogni mattina si fermava vicino all’edicola per consultare «Il bollettino dei concorsi», per vedere se c’era un bando che potesse riguardare il primogenito, Francesco. Era fidanzato ed era già pronto per mettere su famiglia. Ma senza lavoro era impossibile fare un passo del genere. Quella mattina, uscito dal tabacchino, Pasquale Mandato doveva percorrere solo pochi metri per arrivare al carcere, ma non riuscì a farli perché dall’angolo di corso Umberto, dove si incrocia con piazza San Francesco, si avvicinarono due Renault e un’altra auto. Gli arrivarono quasi addosso.

Si abbassarono i finestrini ed uscirono fuori pistole e fucili a canne mozze che cominciarono a sparargli contro. In pochi attimi il corpo di Pasquale Mandato fu raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco. Lo colpirono al torace, al collo e alla testa. Pasquale cadde a terra in una pozza di sangue. Era quasi morto. Un killer scese da una delle autovetture per sparargli il colpo di grazia. Uno sfregio ulteriore al corpo di un servitore dello Stato. Una sfida in piena regola fatta con rozza teatralità. Una diecina di killer per ammazzare una persona inerme era una cosa mai vista, se non negli attentati fatti dai gruppi terroristici. Moriva così, sabato 5 marzo 1983, Pasquale Mandato, cinquantatré anni, sposato e con tre figli. Ucciso davanti al carcere dove lavorava. Era l’ennesima vittima che il corpo degli agenti di custodia pagava come tributo all’intransigenza dimostrata nei confronti della criminalità organizzata.

Pasquale Mandato venne soccorso da alcuni agenti di custodia che si trovavano in un bar vicino. Lo trasportarono inutilmente nell’ospedale Melorio di Santa Maria Capua Vetere perché era già morto. L’autopsia, eseguita dal prof. Michele Pilleri nell’obitorio del nosocomio, riscontrò sul corpo dieci ferite da arma da fuoco. «Il giorno prima», racconta la sorella Rosina, «andammo con Pasquale e la moglie, Anna, da Portici a Pietrelcina, il nostro paese di origine, dove c’era ancora viva mia mamma e una mia sorella, Teodorina. Andammo a prendere provviste per portarle a casa nostra a Portici. Notai che già quel giorno una macchina ci seguì e ci sorpassò in più di una occasione. Non collegammo, però, quella macchina a qualcuno che volesse uccidere Pasquale.

Nessuno ci fece caso, anche se mio fratello aveva già ricevuto minacce. Mio fratello lavorava all’ufficio matricola del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Era il vicecomandante delle guardie. Ed era uno molto ligio al dovere. Queste cose le abbiamo messe assieme dopo l’omicidio di mio fratello. Quel giorno, evidentemente, non vollero sparare perché in auto c’ero anch’io e mia cognata». Il maresciallo Pasquale Mandato, nativo di Pietrelcina (Benevento), il paese dov’è nato Padre Pio, era sposato con Anna Gelosi (avevano un anno di differenza, Pasquale cinquantatré anni e lei cinquantadue). Si erano conosciuti a Portici, dove Pasquale aveva frequentato la scuola degli agenti di custodia dopo un primo periodo a Cairo Montenotte.

A Santa Maria Capua Vetere il maresciallo Mandato era giunto nel 1976, proveniente da Taranto. Aveva già maturato una lunga esperienza in varie carceri italiane. Era stato a Parma, dove nacque il primo figlio, Francesco. Poi il trasferimento a Napoli, nel carcere di Poggioreale. Successivamente nell’isola di Pianosa, in Toscana. A Pozzuoli, nel carcere femminile e poi a Taranto. Nella città pugliese, insieme ad altri due suoi colleghi, aveva domato un incendio appiccato da un detenuto nella propria cella, evitando il propagarsi del fuoco all’interno del padiglione del carcere. E per questo il 19 aprile del 1975 aveva ricevuto una Lode Ministeriale. Il 2 giugno 1980, invece, gli era stato conferita l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica italiana dall’allora presidente Sandro Pertini. Da alcuni anni era il responsabile dell’ufficio matricola a Santa Maria Capua Vetere e rivestiva il grado di maresciallo e vicecomandante delle guardie carcerarie.

«La morte di mio padre ha distrutto tutta la famiglia», spiega il primo figlio, Francesco, «mia mamma è rimasta scioccata. I miei fratelli, più piccoli di me, hanno sofferto tantissimo. Io forse sono stato quello che ha retto di più alla tragedia che ha investito la nostra famiglia perché all’epoca avevo venticinque anni. Quella mattina me la ricordo bene. Stavo andando all’università. Prima però passai dal meccanico per prendere l’auto della mia fidanzata, la mia futura moglie. Mi telefonarono a casa dei miei suoceri per avvisarmi. E poi arrivarono alcuni colleghi di papà. La sera prima parlai la mia ultima volta con papà. Dovevo presentare una domanda per partecipare ad un concorso pubblico. Avrebbe scritto lui stesso la domanda per mio conto mentre era al lavoro. Infatti, prima di entrare nel carcere, quella mattina passò dal tabacchino per comprare un foglio di carta protocollo.

Tre auto lo circondarono per ammazzarlo. Uno spiegamento di forze inutile, nei confronti di un uomo disarmato e mite come mio padre. Evidentemente quello era un modo per mostrare i muscoli da parte dei camorristi nei confronti dello Stato. Mi hanno raccontato che uno dei killer scese dall’auto e sparò il colpo di grazia a mio padre. Un’ulteriore e inutile violenza. A dare il colpo di grazia si ritenne fosse stato Michelangelo D’Agostino, originario di Cesa, poi divenuto collaboratore di giustizia [D’Agostino fu anche uno degli accusatori di Enzo Tortora]. Papà non mi aveva mai detto di aver ricevuto minacce. Ma dopo la sua morte trovammo nella tasca di una giacca un biglietto dove c’era scritto che era stato minacciato. Evidentemente voleva tenere la famiglia lontano dalle sue preoccupazioni».

Proprio il pentito D’Agostino all’inizio di luglio del 2008 è ritornato nelle cronache dei giornali perché omicida del sessantaquattrenne Mario Pagliari, ex pescatore e titolare dello stabilimento balneare Apollo di Pescara. Quell’episodio ha fatto di nuovo scattare nella famiglia Mandato sentimenti di angoscia, riportando tutti con la mente a quel 5 marzo del 1983. «Pensavamo fosse in carcere, come tutti gli assassini», dice ancora Francesco Mandato. «Invece abbiamo sentito in TV la notizia che aveva ucciso un imprenditore e poi si era dato alla fuga. Sapere libero l’assassino di nostro padre ha fatto ritornare in tutti noi figli, familiari, il ricordo di quei momenti. E sono momenti brutti che non auguro a nessuno. La nostra è stata un’esperienza dolorosa e devastante. Così mio fratello Attilio ha scritto alla presidenza della Repubblica contro quello che ritenevamo un’offesa ai familiari delle sedici vittime che ha fatto questa persona. Questo signore non si è mai fatto vivo con noi, né ha chiesto mai perdono per quello che ha fatto. Attilio ha preso carta e penna e ha scritto a Giorgio Napolitano, perché qualcosa non funziona nella giustizia: “Presidente”, è scritto in quella lettera, “non sa quanto sangue freddo si deve avere apprendendo queste notizie. Invece, io e i miei fratelli avremmo solo bisogno di vivere in pace. Io sono cattolico e sono contro la pena di morte, ma un minimo di pena ci deve essere per tutti. Altrimenti questa non si può chiamare giustizia. Mio padre lo porto sempre con me dal giorno in cui è stato ucciso. Porto la sua foto su un anello che non ho mai tolto, perché il dolore non è mai andato via”».

La camera ardente fu allestita negli uffici della direzione del carcere. Attorno alla moglie di Pasquale Mandato, Anna, ed ai figli Attilio, Franco e Maria Grazia si strinsero i compagni di lavoro del maresciallo. Al rito funebre, officiato dal vescovo di Capua, monsignor Diligenza, nella parrocchia di San Pietro, a Santa Maria Capua Vetere, parteciparono oltre diecimila persone. Tra cui anche il sottosegretario alla giustizia, on. Giuseppe Gargani, il comandante della divisione “Ogaden’’ dei carabinieri, Siracusano, e numerose altre autorità politiche e militari della regione. La salma, poco prima di entrare nella chiesa, ricevette gli onori militari di una compagnia di allievi della scuola guardie di custodia di Portici. La vedova del maresciallo, Anna, seguì compostamente il rito funebre e nel salutare le autorità, disse: «Fate in modo che quest’uomo, vittima del dovere, sia l’ultimo caduto nella lotta contro la delinquenza». La salma fu tumulata nel cimitero di Portici in una nicchia all’interno di una congrega. Il consiglio comunale di Santa Maria Capua Vetere il giorno dopo i funerali si riunì in seduta straordinaria per discutere il problema della violenza organizzata, mentre in tutto il Casertano mercoledì 9 marzo 1983 si svolse uno sciopero generale contro la camorra indetto dai sindacati Cgil, Cisl e Uil. Alla famiglia Mandato, tra i tanti messaggi, giunse anche quello del presidente del Senato, Tommaso Morlino: «Con grande sdegno per l’ulteriore agguato criminoso in cui è rimasto vittima oggi il loro caro congiunto, esprimo, anche a nome del Senato della Repubblica, sentimenti di sincera, commossa solidarietà».

Il 10 dicembre 2005 nel corso della Festa della Polizia Penitenziaria
tenuta nel nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere, è stata scoperta una lapide che ricorda il maresciallo Pasquale Mandato. Il 15 ottobre 2008 al maresciallo maggiore scelto del disciolto Corpo degli agenti di custodia Pasquale Mandato è stata assegnata la medaglia d’oro al merito civile, con questa motivazione: «Mentre si recava presso la Casa circondariale dove prestava servizio, veniva mortalmente raggiunto da numerosi colpi di fucile e di mitraglietta esplosigli contro in un vile e proditorio agguato della criminalità organizzata, sacrificando la vita ai più nobili ideali di coraggio e di spirito di servizio. Santa Maria Capua Vetere (CE), 5 marzo 1983».

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