giovedì 18 luglio 2013

UNA INGIUSTA PUNIZIONE PER UN DETENUTO MODELLO

Adriano Sofri

Carcere. Accade anche questo. Una storia inquietante e incredibile

18-07-2013
Fra le manifestazioni di insipienza, viltà e brutalità delle autorità varie, ne trascrivo oggi una che solo chi conosce la galera può apprezzare nella sua cattiveria. Un detenuto “modello” nel carcere di Padova, Stefano Carnioli, grazie a un’attività di anni, specialmente nel lavoro delle biblioteche, che lo porta a diventare il responsabile della biblioteca interna e il catalogatore di biblioteche scolastiche esterne, si guadagna l’encomio della direzione e arriva a usufruire dei permessi esterni. (Il suo fine pena è a ottobre 2017). Indirizza al magistrato di sorveglianza un reclamo perché la cella in cui è recluso con due compagni non assegna loro lo spazio minimo che le sentenze europee riconoscono, e il giudice accoglie il suo reclamo. A questo punto, all’improvviso, Carnioli e i suoi compagni di cella vengono trasferiti in altre carceri. La Direzione dice di non conoscere le ragioni del trasferimento.
Il quale è una misura punitiva crudele, perché in un’altra carcere l’intero itinerario attraverso cui un detenuto si conquista un lavoro e la prospettiva di ottenere i permessi d’uscita, ricomincia da zero, ammesso che trovi condizioni materiali per ricominciare. E’ esattamente come riprecipitare in fondo a un pozzo uno che l’abbia risalito faticosamente fino a mettere una mano sul bordo e vedere la luce. I bravi educatori di Padova chiedono spiegazioni e raccolgono le ragioni in un appello al ministero, per il quale il dottor Giovanni Tamburino, dal quale ci si aspetterebbe ben altro, risponde che siccome il reclamo avanzato e accolto dal giudice corrisponde secondo l’Europa a una “tortura”, il ministero, che non può tenere i detenuti nella condizione di torturati, invece di distribuirli in modo che la cella per due ridiventi una cella per due, li fa “sballare” qua e là – Carnioli a Cremona, dove ha ora uno spazio di 4 metri quadrati piuttosto che di 2, in cui disperarsi. La risposta di Tamburino, chissà se del tutto nelle sue intenzioni, è spaventosamente provocatoria. A prenderla in parola, vuol dire che le migliaia di detenuti ammucchiati non vengono dotati dello spazio minimo solo perché non hanno fatto reclamo, e che la tortura è tale solo quando viene dichiarata dal torturato.
Naturalmente, i trasferimenti per chi reclama (è avvenuto anche altrove) sono una misura intimidatoria: gli altri sono avvisati, guadagneranno il loro metro, perderanno lavoro, permessi, rapporti umani – tutto. Io trascrivo la storia augurando al dottor Tamburino, e alla signora ministro della Giustizia, di voler fare il proprio bene cancellando, per il passato e per il futuro, trasferimenti che simulando sofisticamente di applicare la legge la beffano realizzando odiose ritorsioni.
*da “Il Foglio”
 

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