giovedì 9 gennaio 2014


 



    


Giustizia: con la riforma della custodia cautelare sarà più difficile andare in carcere

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di Claudia Fusani

L'Unità, 9 gennaio 2014

Entro 24 ore la Camera approva la riforma della custodia cautelare. Il testo obbliga a motivare e circostanziare le ragioni dell'arresto. In attesa di giudizio un terzo dei detenuti. Sarà più difficile andare.
in carcere. Senza una condanna definitiva.
In un Parlamento che naviga a vista, il destino appeso a poche ma imprevedibili variabili - la legge elettorale e la volontà di Renzi - riesce a muovere qualche passo la riforma della custodia cautelare (l'arresto nella fase delle indagini preliminari e senza condanne) che vent'anni fa, con Mani Pulite, segnò il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Che in questo ventennio ha segnato le cronache politico-giudiziarie. E che tutt'oggi tiene in cella, senza una sentenza definitiva, il 25 per cento della popolazione carceraria (circa ventimila persone). Un saldo insostenibile in un paese di diritto. Tra oggi e domani l'aula di Montecitorio licenzia la proposta di legge Ferranti, Orlando, Rossomando. Per diventare legge ci sarà poi da superare lo scoglio del Senato dove la maggioranza ha una decina di voti di vantaggio. Ma visto il gradimento trasversale del provvedimento, sono contrari solo Lega e M5S, eventuali ostacoli all'approvazione sarebbero solo strumentali ad altri fini. "Dopo vent'anni di battaglie sulla giustizia in cui non abbiamo potuto muovere un passo perché c'era sempre il rischio di una legge ad personam dietro l'angolo, per la prima volta riusciamo a dialogare e a decidere su un tema delicato come la custodia cautelare" osserva la relatrice del provvedimento Anna Rossomando (Pd).
La giustizia nel dopo-Berlusconi riesce a fare qualcuno dei passi che lo stesso Cavaliere aveva a suo tempo auspicato. Il testo prevede 15 articoli il cui filo rosso è ridurre il più possibile l'uso della custodia cautelare. E, seguendo un percorso già iniziato quando negli uffici di via Arenula sedeva il ministro Severino, fare in modo che la cella diventi l'ultima ed estrema soluzione dopo aver tentato tutte le altre previste: domiciliari, messa alla prova, braccialetto elettronico. Sono gli articoli 2-3 quelli che marcano la differenza laddove dicono che l'arresto è previsto per "situazioni di concreto e attuale pericolo" che "non possono essere desunte esclusivamente dalla gravità del reato e dalle modalità e circostanze per cui si procede", anche in relazione alla personalità dell'imputato. Al di là dei tecnicismi della prosa, si può dire che d'ora in poi sarà molto più difficile, quasi impossibile, mandare in carcere un Silvio Scaglia (il manager che fece un anno di custodia cautelare ed è stato assolto in primo grado dopo quattro anni d'inferno) caso che a suo tempo rimase così impresso al segretario democrat. A giudicare dalle prime carte, dovrebbe anche essere più difficile mandare in cella i quattro politici locali arrestati ieri a L'Aquila per mazzette nella ricostruzione post-terremoto. Ci finiscono come e più di prima terroristi, mafiosi e autori di delitti efferati (l'omicida di Caselle).
Questo non vuole dire fine del giustizialismo e trionfo del garantismo. Significa però la fine delle manette facili (che in certi casi c'è stata). Un altro passaggio chiave della nuova legge specifica che d'ora in poi il gip "dovrà motivare" le ragioni dell'arresto. Cioè non basterà più sostenere, sulla base di qualche intercettazione, che c'è un pericolo di fuga, di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove. Il giudice dovrà anche spiegare perchè non sono applicabili, prima del carcere, tutta un'altra serie di misure interdittive oltre gli arresti domiciliari. La figura del Cavaliere è aleggiata a lungo anche su questo testo. Ma più in chiave preventiva che reale. Il sospetto, il timore, era che anche su questo provvedimento qualcuno del vasto entourage legale di Berlusconi potesse approfittare per spazzare via uno degli incubi più frequenti del Cavaliere: finire in carcere non per altre condanne definitive (che si possono sommare a quella per i Diritti tv) ma in esecuzione di qualche ordinanza di custodia cautelare. La norma ad personam di cui si è sussurrato, non da oggi, tra il Parlamento e palazzo Chigi (era interessato a questo provvedimento anche il vicepremier Alfano) avrebbe dovuto prevedere la preclusione del carcere come misura cautelare per chiunque abbia più di 70 anni.
La faccia, questa volta, l'avrebbe dovuta mettere il capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia Gianfranco Chiarelli. Ieri, però, in aula non c'era traccia di questo emendamento. In effetti, visto che l'obiettivo primario della legge è limitare gli ingressi in carcere, dovrebbero essere assai gravi i reati commessi da un ultra settantenne per finire dietro le sbarre. Berlusconi non sembra correre rischi analoghi. Qualora poi dovessero andare definitive altre condanne, anche in quel caso è quasi impossibile andare in carcere a 78 anni. La legge che tra oggi e domani dovrebbe lasciare la Camera, e che è stata in parte ritoccata dopo le richieste dell'Anm ("troppo limitativa per i pm"), è un ulteriore passaggio verso un diverso sistema delle pene in Italia. Gli altri step sono contenuti nel decreto sulle carceri (il secondo in un anno e mezzo) che ieri è stato incardinato in aula e nella riforma del processo penale che il ministro Cancellieri dovrebbe presentare a fine gennaio. Tutto questo infatti non può prescindere da un processo più veloce e snello. Ma quella riforma della giustizia tanto a lungo invocata sta muovendo, nel silenzio, i primi passi.
 

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