venerdì 8 agosto 2014

Libri: "I diritti della difesa nel processo penale e la riforma della giustizia", Ed. Cedam

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recensione di Maurizio Tortorella

Panorama, 8 agosto 2014

Mentre il guardasigilli Orlando prepara la sua riforma, un saggio spiega concretamente perché nei tribunali non c'è alcun equilibrio tra accusa e difesa. Ma non piacerà né al ministro, né ai magistrati sindacalizzati.
Impegnato com'è nella sua fragile riforma della Giustizia, il Guardasigilli Andrea Orlando dovrebbe comunque trovare 2 ore per leggere un saggio. Il libro s'intitola "I diritti della difesa nel processo penale e la riforma della giustizia" (Cedam, 224 pagine, 22 euro): l'ha curato il grande giurista bolognese Giuseppe Di Federico con il collega Michele Sapignoli, l'ha sponsorizzato l'Unione delle camere penali, e raccoglie le opinioni di un campione di 1.265 avvocati. Dalle loro risposte esce il plastico fallimento della giustizia italiana, a partire dalla riforma del codice penale del 1988-89, che ha concentrato poteri abnormi nelle mani dei pm. Nel 72,9 per cento dei casi gli avvocati sostengono che il giudice accoglie "sempre o quasi sempre" una richiesta d'intercettazione avanzata dal pm, e un altro 26 dice che accade "di frequente".
Affermano che il giudice è "più sensibile alle sollecitazioni del pm rispetto a quelle del difensore" nel 58 per cento dei processi "ordinari" e la quota sale al 71 nei procedimenti "rilevanti", quelli più importanti e più seguiti dai mass media. Non basta. L'iscrizione ritardata nel registro degli indagati è una pratica lamentata dal 65,9 per cento degli avvocati. Si scopre che molti di loro denunciano di essere non soltanto intercettati mentre parlano con i loro clienti (e questo accade "sempre" o "di frequente" nel 28,9 per cento dei casi, e "a volte" nel 43,2 per cento), ma che l'intercettazione, pur se totalmente illegale, viene perfino trascritta e utilizzata negli atti. Si scopre anche che il 92,1 per cento degli intervistati sostiene che, nell'esame in aula dei testimoni, il giudice pone "domande suggestive": una pratica vietata dal codice di procedura a tutela del diritto dì difesa. "Il ministro e la magistratura sindacalizzata" dice Valerio
Spigarelli, presidente dell'Unione delle camere penali, "non vogliono nemmeno sentirne parlare. Ma la soluzione resta quella che proponiamo da tanti anni: separare le carriere tra pm e giudici. E separare anche il Csm: due Consigli che decidono sulle carriere in modo separato per giudici e magistrati inquirenti".

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