sabato 25 ottobre 2014

A marzo del 1995  
UCCISE SETTE PERSONE, QUATTRO FAMILIARI E TRE IMPIEGATI DELLA CONSERVATORIA DELLA IPOTECHE  DI SANTA MARIA CAPUA VETERE, FERENDO ALTRI DUE PRESENTI

DOMENICO CAVASSO, era un AGENTE DELLE GUARDIE DI CUSTODIA DEL CARCERE DI CARINOLA.

 

Dopo il massacro, l’agente si costituì  nella caserma dei carabinieri di Santa Maria. Impugnava la pistola e cantava a squarciagola.


 

Processato fu ritenuto infermo di mente e condannato a 15 anni di carcere e 3 di manicomio. La pubblica accusa aveva  chiesto però 21 anni e tre ergastoli.

 

E’ uscito e vaga in città ed è un pericolo pubblico senza controlli un drone della pazzia che può ancora uccidere.  A chi spetta vigilare sulla incolumità  dei cittadini?



Mass murderer o serial killer?


Domenico Cavasso, l’agente delle guardie di custodia del carcere di Carinola, che nel 1995, uccise sette persone, quattro familiari e tre impiegati della Conservatoria della Ipoteche  di Santa Maria Capua Vetere, ferendo altri due presenti, non si può definire un  “serial killer”, piuttosto come usano definirlo in Usa un “mass murder”.  Forse Carlo Panfilla, il giovane aversano che nel 1974 e successivamente  uccise otto persone, perché  “l’avevano guardato storto” ( di cui ci occuperemo in un nostro prossimo servizio)  è un “Serial killer”,  forse l’unico della nostra Provincia. Ma la sua vicenda è controversa e zeppa di contraddizioni. Manicomio, ergastolo, reclusione, borderline. Aldo Semeraro, psichiatra, (decapitato dalla camorra) e Domenico Ragozzino, direttore del manicomio di Aversa (condannato per sevizie e poi impiccatosi ) lo periziarono definendolo “infermo totale”. Oggi, però, Carlo Panfilla  è ancora recluso nel carcere di Carinola, quello stesso carcere dove  “vigilava” il Cavasso autore di sette omicidi.
 Cavasso aveva una motivazione. Sia pure frutto della sua mente annebbiata.
     Era il 15 marzo del 1995, allorquando  meditò la strage. Il sospetto gli aveva annebbiato la mente, era impazzito pensando che i suoi familiari volessero rubargli l’eredità, una vecchia masseria nelle campagne di Caserta. Spinto dalla follia, roso dall’ira, Domenico Cavasso, 37 anni,  agente della polizia penitenziaria, impugnò  la pistola d’ordinanza e fece  una strage. Sette morti, due feriti. Una terribile sequenza di morte che insanguinò  Santa Maria Capua Vetere e un vicino paese di 15mila anime, Macerata Campania, dove si trovava il casale dell’ eccidio.

     Lì, nel cortile, l’assassino uccise sua zia, poi la cugina e altri due parenti. Dieci minuti più tardi, in auto, raggiunse la Conservatoria dei registri immobiliari di Santa Maria Capua Vetere. Tre impiegati  morti, fulminati da Cavasso sotto gli occhi della folla in attesa allo sportello. Forse l’assassino li riteneva complici dei suoi familiari; nei  giorni precedenti  alla Conservatoria aveva chiesto tutti i documenti sulla masseria di Macerata Campania.
     Dopo il massacro, l’agente si costituì  nella caserma dei carabinieri di Santa Maria. Impugnava la pistola e cantava a squarciagola, il piantone lo disarmò.  Non si è fatto un accertamento in proposito ma, secondo il mio modesto punto di vista,  il Cavasso quel giorno,  era imbottito di cocaina.  Infatti, fuori di sé, fu addormentato con una dose da cavallo di Valium. Il magistrato dell’inchiesta, Antonio Ricci,  piemme della Procura sammaritana,  interrogò i familiari ma non riuscì a parlare con l’omicida, sconvolto. Il padre dell’ agente (sfuggito miracolosamente alla carneficina) raccontò la storia della masseria, ricevuta in usufrutto da suo fratello e divisa fra i tre figli.

    Nessuno voleva usurpare la proprietà di Domenico, ma lui, assalito da frequenti crisi depressive, era convinto a torto del contrario. Cavasso era assistente capo nel carcere di massima sicurezza di Carinola, ma i responsabili del penitenziario, secondo gli inquirenti, non sapevano dei disturbi nervosi dell’agente. Nel curriculum esaminato dai carabinieri risultava un ricovero in ospedale militare nel 1984, per una crisi depressiva.  Ma invece, in realtà, il Cavasso era in cura presso il neurologo Giovanni Ferriero di Santa Maria Capua Vetere,  che la sera prima dei delitti aveva visitato. “Un paziente come tanti altri – dichiarò sentito dagli inquirenti dopo  l’eccidio -  Nulla che lasciasse presagire un comportamento così sanguinario, l’esplosione improvvisa della follia. Non mi era apparso particolarmente agitato, però negli ultimi tempi sembrava chiuso a sé stesso, non confidava a nessuno i suoi crucci, neppure a me”.  
     All’epoca dei fatti il fratello Giuseppe era anche lui agente  di custodia  presso il carcere  “Opera” di Milano. Erano 10 anni, però,  che Cavasso non ci stava  più con le testa, da quando era morta la madre; lui all’epoca,  lavorava nel supercarcere di Ascoli Piceno  ( dopo essere stato per un tempo a Pianosa nel  1977), rimase anche traumatizzato da un altro avvenimento. Nel corso di una  rivolta  (1985) all’interno del carcere alcuni detenuti ammazzarono sotto i suoi occhi un collega che era il suo amico del cuore.
LA STRAGE NELLA MASSERIA DI MACERATA CAMPANIA
     
La mattina della tragedia quando era partito dalla casa di S. Tammaro diretto a Macerata  Campania, non era in divisa ma aveva con sé la pistola d’ordinanza la micidiale calibro 9 parabellum in dotazione agli agenti penitenziari (una calibro 9 lungo, con un caricatore da sedici colpi e cinquanta proiettili.) Erano  le 7.45 quando l’uomo salutata la moglie e la sua bambina di sei anni. Mormorava  “Vado a trovare mio padre”. Sembrava  sereno abitava nella casa di proprietà della suocera. Era  un tipo introverso, taciturno. Aveva, oltre al  fratello,    una sorella, Luisa, che viveva nella masseria di Macerata Campania con le quattro figlie Rossella di 15 anni, la più grande;  Antonella, 12 anni, Patrizia, 11, Giovanna, l’ ultima, di 4 anni.
     E’ proprio alla masseria che si diresse, alla guida  della sua Renault 21. Racconta la moglie: “Martedì sera, quando Domenico era rincasato, aveva la pistola, un fatto insolito. L’eredità? Con me non ne parlava, non avevamo difficoltà economiche”.  Il turno di lavoro a Carinola cominciava alle 16, ma Cavasso aveva  ben altro per la testa. Bussò alla porta della masseria, in vicolo Matteotti 5. Aprì il padre, Giovanni Cavasso, 70 anni, (l’unico che scamperà alla strage assieme alla nipotina Giovanna.) Erano  le 8, un orario insolito. L’agente entrò in casa, si rivolse al padre in maniera brutale: “Papà, devi darmi tre milioni  per comprare un computer”. Raccontò l’anziano genitore: “Mi accorsi subito che qualcosa non andava. Domenico aveva lo sguardo alterato, ebbi  paura. Persi  tempo. Lui  uscì in cortile all’improvviso, sentii sparare...”.



     Giovanni Cavasso si salvò per miracolo. Fuggì su una scaletta interna e si tappò in casa. Uscì due ore dopo, all’arrivo dei carabinieri. Nella stanza, terrorizzato, ascoltava le urla di dolore dei parenti, vedeva il sangue allargarsi a chiazze nel cortile. Il folle scaricava il revolver sulla zia Antonietta Cavasso, 73 anni, e sul convivente di lei Giovanni Merola, 71 anni, macellaio, ferito e poi fulminato da un infarto. L’ assassino si precipitava in casa, al primo piano, dove dormiva  la cugina Luisa Piccirillo di 35 anni. La donna passò dal sonno alla morte. Suo marito Mattia Trotta, 40 anni, sottufficiale dell’Aeronautica, era in servizio a Pratica di Mare (era genero di Angelina Cavasso, cugina di Domenico );  sentì gli spari e si affacciò dalla porta del bagno. Cadde sotto i proiettili. Era in bagno, in pigiama,   a farsi la barba. Cavasso ruppe il vetro e fece fuoco.   Si salvarono  le figlie di Luisa Piccerillo, ma solo perché non erano  in casa. Giovanna, la più piccola, non venne vista dall’Assassino. Fu lei, dopo l’eccidio, a correre dai vicini per invocare aiuto: “Correte, mamma, papà, tanto sangue...”.
     Rossella Trotta ( che aveva perso il padre, la madre e la nonna)  il giorno dopo raccontò particolari raccapriccianti della strage che il suo parente aveva messo in atto senza pietà. “E’ salito per le scale Mimì, ha rotto un vetro ed ha sparato a papà, poi a mamma, mia sorella Giovanna, di 4 anni, è scappata altrimenti avrebbe ucciso anche lei”.
      “L’ assassino? un uomo normale…”  Allarga le braccia sconsolato: “Che devo dire, in questo paese ci conosciamo tutti. Sono il sindaco di una piccola frazione dove c’è  gente che lavora sodo. Domenico era uno di noi. Una persona perbene. Di lui nessuno può raccontarne male. Un uomo serio che non ha mai fatto parlare di sé. Quello che è accaduto è incomprensibile. Nessuno poteva prevederlo. Ma si sa, la testa della gente è quella che è...”.
     Nicola Stellato, sindaco di Macerata Campania,  ha un moto di stizza. Cerca le parole per raccontare il dramma che vive un paese di diecimila anime dove la strage compiuta da Domenico Cavasso rischia di lasciare segni indelebili. “Cosa vuole, è destino dei paesi come il nostro. Già immagino quello che accadrà nei prossimi giorni. Pagheremo tutti per un reato che è lontano da noi anni luce. Qui c'è gente perbene, che se fa parlare di sé è solo perchè sgobba dal mattino alla sera. Sono contadini, operai delle manifatture tabacchi. Null’altro che questo... Adesso dobbiamo pensare a come aiutare quel che resta di questa famiglia. E poi ci sono i bambini. Ho riunito la giunta per decidere cosa fare. Cercheremo di fare il possibile. I funerali? Sarà tutto a carico nostro”.
     La strage nella masseria di via Matteotti è negli occhi della folla che si è radunata in silenzio davanti al cancello che separa il cortile della casa da quei ruderi che si intravedono al di là del muro che custodisce i segni della tragedia. A due passi c’è  il bar della piazza dove Domenico Cavasso trascorreva le sue giornate di permesso. “Del lavoro parlava poco”, raccontano gli amici, “ci si incontrava per bere una birra, una partita al biliardo. Certo, negli ultimi tempi sembrava provato ma, nessuno di noi è riuscito a capire cosa lo turbasse. Un bravo figlio... Sì, a volte assumeva atteggiamenti un pò strani, comprava una bibita e magari andava a consumarla lì di fronte dove c’è la fontana nonostante il freddo o la pioggia di questi giorni. Ma nessuno ci ha mai fatto caso. In fondo starsene per i fatti propri non è un reato”.
     La storia di Domenico Cavasso è quella di un uomo normale. Nessun vizio, poco appariscente, un’esistenza passata tra le mura del penitenziario di Carinola. Le amicizie sono quelle di paese: quattro chiacchiere con gli amici la domenica, un saluto fugace a chi si rincontra dopo tanto tempo perchè lavora lontano da Macerata Campania ma torna in occasione delle feste natalizie.
     La direttrice del carcere di Carinola Laura Passaretti, da Sessa Aurunca,   cade dalle nuvole. Il telefono del suo ufficio squilla senza sosta. “Non so cosa dire e neppure posso immaginare quale sia stata la molla della strage. Lo aspettavamo ieri pomeriggio per il turno pomeridiano. Pensi che lo scorso anno ha collezionato soltanto un giorno di malattia. Sempre presente e disponibile. Mai creato problemi e per quanto mi risulta nemmeno un dissapore, magari tra colleghi. Ancora non riesco a rendermi conto di come sia potuta accadere una tragedia del genere. Un follia. Assurdo...”.

IL CRONISTA SUL LUOGO DEL DELITTO
     Arrivai poco dopo la sparatoria, ero al tribunale penale, come ogni mattina a seguire un processo, la Conservatoria è ad un tiro di schioppo dall’edificio giudiziario. Il cadavere di Giovanni Fusco era riverso in una pozza di sangue tra gli scaffali e le scrivanie. “Mi ha puntato la pistola alla testa – disse Patrizio, 36 anni,  un impiegato ancora sconvolto in viso – sono vivo per miracolo è stato un inferno. “Ho sentito dei colpi pensavo fossero mortaretti – disse  Giuseppe Ciaramella che era in ufficio per un certificato ed ha rischiato di morire – poi ho visto tutti scappare e li ho imitati”. 
     La dinamica  fu così ricostruita dagli inquirenti.  Alle 8.15  era calato un silenzio di morte sulla masseria. Cavasso  era risalito  in macchina per  raggiungere  la Conservatoria dei registri immobiliari, a Santa Maria Capua Vetere.  Si appurò che era stato lì qualche giorno prima per consultare documenti sulla masseria. L’uomo era fuori di sé. Entrò nella palazzina da un ingresso riservato al personale. Incrociò un dipendente ma lo graziò: “Nun si’ tu”, non sei tu, grida. Pistola in pugno aprì la porta che conduceva negli archivi, poi  il folle si portò  dietro gli sportelli riservati al pubblico. Puntò l’arma e sparò mentre la gente, una ventina di persone, scappava terrorizzata.  
LA STRAGE DELLA CONSERVATORIA DEI REGISTRI IMMOBILIARI DI S. MARIA C.V.
     Cavasso uccise con un colpo alla testa Giovanni Fusco, 37 anni, ( abitava a Caserta alla via Ferrarecce, geometra, da 10 anni  impiegato di II° livello  alla Conservatoria, era sposato con Anna Russo ed aveva una figlia di 7 anni Elisabetta  fu il primo ad essere ucciso: un solo proiettile alla testa morì sul colpo);  poi Giuseppe Macchiarelli di 36,  da Alife, sposato con Angelina Zoccolillo,   con due figli Sisto (5 anni ) e Vincenzo ( 2 Anni ). Poi toccò ad Anna Lombardi, 64 anni, casertana,  stroncata da un infarto. Tra un anno sarebbe andata in pensione.  Due i feriti: Anna Viglione, 50 anni, colpita ad un braccio e Salvatore Grimaldi di 39, ferito all’addome.
     Graziano Castaldo, responsabile dell’ufficio della Conservatoria, assistette impotente  alla strage: “Ho visto Macchiarelli a terra - ricorda - si teneva con le mani il ventre insanguinato, gridò  due volte  “mamma!”  e morì. A quel punto  scavalcai  un bancone e mi  nascosi, non si capiva niente, la gente gridava. Lui, quando aveva esaurito   il primo caricatore inserì  altri colpi nella pistola e ha riprese a sparare”.  
     Michele Murante, da Caserta, nipote della impiegata  Anna Lombardi, colpita con un colpo di pistola e poi stroncata da un collasso raccontò: “Lavoro per uno studio professionale di Caserta, vengo ogni giorno alla Conservatoria, l’avevo incontrato la settimana scorso questo Cavasso, era in fila davanti a me, chiedeva cose assurde, pretendeva un attestato non c’era verso di fargli capire che si doveva rivolgere magari ad un notaio… era nervosissimo ad un certo punto mi aggredì perché gli  stavo dando fastidio”.
     Di rimando  Giuseppe Canzano, cognato della impiegata morta: “Se ci fosse stato qualcuno, un vigile, un poliziotto, non sarebbe successo niente. Eppure si sapeva che la sala visure della Conservatoria  era isolata, troppo esposta e rischiosa”. Infatti, qualche tempo prima il capo dell’ufficio era stato picchiato da un uomo da Casal di Principe, entrato all’improvviso ( pretendeva la cancellazione di una ipoteca che era stata accesa da una banca). Ci misero un carabinieri, ma dopo pochi giorni sparì.
     Poi i parenti delle vittime si lamentarono  dei soccorsi troppo lenti, l’Ospedale Melorio è a due passi eppure: ”Anna era ancora viva  quando è arrivata in ospedale  ci disse il nipote – ma i sanitari erano convinti che avesse avuto un collasso o una crisi cardiaca. Per qualche minuto nessuno si era accorto della ferita all’addome e che c’era una emorragia interna in atto. Non l’avevano neppure spogliata… se l’avessero portata in rianimazione mia zia sarebbe viva”.

Sisto Macchiarelli, padre di Giuseppe, aveva  la voce tremante e gli occhi lucidi a stento trattenne  il pianto : “Anche mio figlio era ancora vivo quando è stato dato l’allarme”, poi quasi gridando: ”Era un bravo ragazzo era uscito per lavorare me lo hanno fatto vedere su una lastra di marmo. Un bravo ragazzo con i bambini piccoli. Lo sa? Mi stava preparando una sorpresa. Dieci giorni aveva fatto l’ultimo esame, quello di procedura civile, Tra un mese la tesi. Avrebbe preso la laurea capite?”.      
     Sul posto arrivava il responsabile provinciale delle Conservatorie, Dr. Severino Cantiello, per un primo rilievo del caso ed altre autorità. Mentre il Cavasso veniva accompagnato presso il carcere militare di Santa Maria Capua Vetere,  scortato,  ma ridotto come “una belva in gabbia”. Poi,   alla presenza del suo difensore di fiducia Renato Iappelli    e al P.M. Antonio Ricci, ricordò che aveva scaricato 3 caricatori della sua pistola sui familiari e sui dipendenti della conservatoria. Si esprimeva con “una insalata di parole”, ma spiegò che gli impiegati non gli avevano rilasciato “un attestato di proprietà”,  che esisteva solo nella sua mente offuscata dalla follia. L’immobile – ci spiegarono alla Conservatoria – era in usufrutto al padre Giovanni e sarebbe andato a lui, alla sorella e ad un altro fratello dopo la morte del genitore. Ma lui non voleva aspettare temeva che qualcuno, nel frattempo, avesse mutato la disposizione testamentaria.

     Aveva più volte richiesto al padre una scrittura  privata con la quale gli si riconoscessero i diritti di proprietà dell’abitazione.  Aveva sempre ricevuto una risposta negativa. Allora si era recato più volte alla conservatoria ed aveva chiesto visura sugli immobili di famiglia quindi preteso un certificato di proprietà che nessun impiegato gli avrebbe potuto rilasciare.
    Per questo aveva deciso di punire tutti. Il difensore Iappelli da noi avvicinato subito dopo l’interrogatorio dichiarò: “Cavasso non è in grado di ricostruire gli avvenimenti. Sarà sottoposto ad una perizia psichiatrica”.  Poi i funerali di Stato per gli impiegati e lutto cittadino ( con una omelia di Don Luigi Giuliano )  a Macerata Campania. A Caserta alla presenza del Prefetto,  Luigi Damiano, del Questore Luciano Rosini, del Comande del Gruppo Carabinieri  Nicola Oleori, del Comandante della G.d.F.  Gen. Giovanni Liverini e del sindaco Aldo Bulzoni,   il vescovo  Raffaele Nogaro,  nella sua omelia disse tra l’altro: “Lo Stato deve proteggere di  più chi lavora per lui”.   
PROCESSATO FU RITENUTO INFERMO DI MENTE E CONDANNATO A 15 ANNI DI RECLUSIONE E 3 DI MANICOMIO. MA LA PUBBLICA ACCUSA AVEVA  CHIESTO PERÒ 21 ANNI  E TRE ERGASTOLI.


Poi il solito clichet. Domenico Cavasso  è un pazzo e non potrà essere condannato. Sottoposto, infatti,  a perizia psichiatrica, su richiesta del suo difensore Renato Iappelli,  da parte dei periti della Corte di Assise, Ferdinando Pariante, Alberto Manacorda e Alfredo Rossi; in contrasto con i consulenti  Federico Fels e Pasquale Avvenuti,  fu dichiarato totalmente infermo di mente e condannato a 15 anni di reclusione e tre di manicomio. Il Pubblico Ministero Umberto Maiello,  legittimamente,  aveva determinato in 21 anni di reclusione per i primi quattro delitti e l’ergastolo per i successivi tre.   Ma la Corte ritenne troppo grave la richiesta dei 21 anni e degli ergastoli.  Gli avvocati costituiti per le parti civili furono: Federico Simoncelli,  Gaetano Treppiccione e Alberto Barletta.
     Sul caso Cavasso, all’indomani della sentenza dell’aprile 98, emessa dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, presieduta da Oscar Bobbio, con giudice a latere Maria Rosa Caturano, ci fu un intervento - con una lettera spedita dall’estero  - di Martino Trotta - fratello di una delle vittime - il quale, rivolgendosi al Ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Maria Flick, chiese “giustizia”, dichiarando che Domenico Cavasso, negli Stati Uniti, sarebbe finito sulla sedia elettrica.   
LA LETTERA DEL FRATELLO DI UNA DELLE VITTIME SCRITTA AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA


     “Sono il fratello di Mattia Trotta, l’innocente massacrato insieme alla moglie Luisa Picciriello ed altre cinque persone la mattina del 15 marzo 1995 a Macerata Campana e a S.M. Capua Vetere. Autore di questo efferato delitto, Domenico Cavasso, oggi premiato dalla così detta giustizia terrena che a conclusione del processo lo ha condannato a soli quindici anni di carcere più tre di internamento in casa di cura. Sette persone sono morte, diverse famiglie distrutte e gettate in un profondo lutto, bambini trovatisi dall’oggi al domani orfani, e dopo tanta crudeltà resa ancora più insopportabile da tre anni di dibattiti processuali, ci troviamo confrontati all’inclemenza di una corte che decide di punire il Cavasso con appena tre anni ed alcuni giorni per persona uccisa. Signori della corte, tanto vale una vita? Tre anni ed alcuni giorni di reclusione valgono presso la corte di assisi sammaritana l’omicidio di mio fratello? Appena sei anni per chi ha ridotto orfane di entrambi i genitori le mie  nipotine? Sono letteralmente costernato, umiliato, avvilito nell’apprendere questa decisione della prima sezione della corte di assise sammaritana presieduta da Oscar Bobbio, giudice a latere Rosa Caturano, e non posso tacere i miei risentimenti verso questa sentenza che reputo lesiva della vera giustizia ma soprattutto iniqua verso chi dalla stessa giustizia si aspettava non certo vendetta, ma quantomeno una equilibrata sentenza che il PM Umberto Maiello legittimamente aveva determinato in 21 anni di reclusione per i primi quattro delitti e l’ergastolo per i successivi tre”.
     “Questo doloroso episodio mi fa dubitare della famosa frase che campeggia direi spocchiosa nelle aule dei tribunali e che recita “la legge è uguale per tutti”. Ma a chi vogliono darla a bere, sono troppi ormai i tribunali che si accaniscono contro poveri ladri di polli per poi essere lascivi verso i veri pericoli dell’umanità. Un essere umano, ma l’aggettivo è troppo lussuoso per il Cavasso, che quindi mi par d’obbligo definire essere bestiale, uno che è stato capace di tale barbarie, fra alcuni anni circolerà libero grazie anche agli abbuoni previsti dalla vigente legislazione, ma in quale paese viviamo dunque? Se tutto ciò fosse avvenuto negli Stati Uniti, il Cavasso incontrovertibilmente avrebbe terminato il suo percorso terreno su una sedia elettrica. Invece tra non molti anni sarà libero di circolare di nuovo e chissà, commettere qualche altro irreparabile atto. Si è detto che per i primi quattro omicidi le sue capacità di intendere e di volere erano scemate ma che appena trenta minuti dopo , allorquando eliminava le altre tre vittime e feriva altre due persone, egli era lucido, perfettamente cosciente agendo con freddezza e determinazione. Veramente un bel quadro che però non è stato sufficiente perché la corte si decidesse ad accogliere la richiesta del PM. Io, fratello di una delle vittime, sono disgustato da questa sentenza ripeto indegna di un paese civile; in questo momento di sconforto la mia coscienza non mi permette di accettare tutto ciò e mi ribello fortemente liberando il mio dolore in questa lettera aperta che tramite il Suo giornale intendo far arrivare nelle case dei numerosi cittadini  che La seguono quotidianamente, ma massimamente presso le competenti istanze, prima fra tutte il Ministero di Grazia e Giustizia della persona del Ministro Giovanni Maria Flik. E’ un appello il mio, Sig. Ministro, perché giustizia venga resa a chi da anni soffre per la scomparsa dei propri cari per mano di un sanguinario assassino. Martino Trotta.  Oude Baan 154/1 3630 Maasmechelen – Belgio”.


I PAZZI SONO MATERIALE DISPERSO DELLA SOCIETA’
Francesco Bruno, criminologo, ordinario di psicopatologia forense presso l’Università “La Sapienza” di Roma, nel suo lavoro di ricerca e catalogazione dei delitti consumati da elementi che hanno assunto farmaci antidrepressivi inserisce anche il secondino Domenico Cavasso che assumeva quotidianamente alte dosi di Paxil (contenente paroxetina). Cavasso, a settembre del 2009 è uscito dal carcere e vaga per la città come un automa. I familiari non hanno voluto accoglierlo. La moglie, già all’indomani della strage si trasferì con i figli all’estero. Oggi è “ospite” della struttura comunale per alienati mentali e naturalmente è da considerarsi - come scrive lo psichiatra Adolfo Ferraro - un materiale “disperso” e rappresenta un “pericolo pubblico”. Ma nessuno se ne briga fino al suo prossimo delitto che farà storia e impressionerà l’opinione pubblica.




   


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