domenica 12 ottobre 2014

Accadde a Villa Literno nel maggio del 1953

LA TRISTE E ABERRANTE VICENDA DEL MOSTRO DI VICO DI PANTANO CHE  IN UNA VAMPATA D’ODIO UCCISE 4 PERSONE

Orrenda strage per una donna con quattro morti e due feriti gravi. La nefasta  scia di sangue della famiglia Capoluongo:  una fàida senza fine il padre uccise un figlio e un fratello uccise il padre per vendetta -  Fosca catena di amori e di rancori - La “belva” di Vico di Pantano  minacciò  di uccidere altre dodici persone.  Fu arrestato da una  pattuglia di carabinieri  a S. Maria C.V. mentre si andava a costituire presso lo studio dell’Avv. Giuseppe Garofalo suo difensore - Sparò al fratello per le offese fatte alla sua amante – Salvatore Capoluongo fu riconosciuto infermo di mente e condannato a pochi anni di manicomio criminale -





     Villa Literno – Era  giovedì sera,  del 9 maggio 1953, nelle  campagne deserte,  per tutta la notte, i carabinieri avevano  frugato inutilmente  con i fasci luminosi delle fotoelettriche alla ricerca del feroce autore dell’eccidio. Sorvegliata anche la costa. Intanto, era scomparsa anche la donna al centro della tragedia, mentre   l’ultima bara veniva condotta dai familiari verso il cimitero di Villa Literno. Tutta la notte i grandi occhi luminosi delle fotoelettriche, dietro cui erano quelli, invisibili ed attenti, dei carabinieri,  sciabolarono lenti i campi, le vie, gli incroci, i cespugli, tentando di centrare nel fascio Salvatore Capoluongo, “la belva”, il criminale che da ventiquattr’ore era introvabile, evidentemente nascosto nel grande, ondeggiante mare di erba che è la vasta pianura del Basso Volturno, in gran parte coltivata,  in quel periodo,  a grano e canapa, oramai ben alti sugli steli.
     Frattanto,  nella zona, attanagliata dal terrore, non si circolava più. La voce che il pazzo omicida si nascondeva  nelle campagne, carico di armi e di follia, fece  fatto sbarrare fattorie e casolari, ed i pochi contadini usciti per il lavoro si guardano intorno, trepidanti, pronti a gettarsi giù ai primi spari in quella  tragica ed affannosa caccia all’uomo. Occorre però aggiungere che, mentre, com’è naturale, la popolazione chiedeva l’aiuto dei carabinieri, d’altra parte essa faceva  ben poco,  per aiutarli, in parte paralizzata dalla paura, in parte dall’omertà, abituale in quella  plaga.
     Infatti è raro che contadini, mandriani, butterai del Basso Volturno,  si rivolgano all’autorità giudiziaria: in genere  essi sistemano da soli i propri conti. E ciò è apparso anche nel dramma in corso. Perchè, nonostante che le vittime si fossero abbattute nel proprio sangue la sera di giovedì, fra le ore 18 e le 19, è solo l’indomani che, in seguito al trasporto all’ospedale dei Pellegrini di Napoli di Marcantonio Capoluongo, il fratellastro colpito per primo nella strage, i carabinieri, recatisi nella fattoria “Chiusa”, vennero a conoscere che quattro famiglie piangevano  i propri morti.

     Il parroco era stato chiamato per benedire le salme, il medico non occorreva più, ma ai carabinieri, allora, non aveva pensato nessuno. Tanto più che, come  accertò, in un più attento sopraluogo il maresciallo Renato De Benedictis,  (comandante la stazione di Villa Literno), l’assassino lasciò per terra, alla fattoria “Martino”, la prima pistola, quella presa al padre, poiché non gli serviva più: era scarica ormai.
     Fu anche  accertato che il giovane criminale si recò in un pagliaio vicino al fondo “Fornara” e, sotto i covoni smossi, fu  notato un vuoto che, nel terriccio umido, rivelava la sagoma di armi, sembrava un  mitra. Perciò, disse  il questore di Caserta, Alfonso Buccarelli, l’organizzazione di una così fitta rete di sorveglianza con tanta truppa e mezzi, è più che giustificata per impedire che vengano falciate altre vite umane. Anzi, per chiudere il delinquente in un cerchio senza via d’uscita, fu chiesto l’aiuto anche dei mezzi della Finanza (motoscafi e golette), poiché la polizia era  sempre convinta che Capoluongo continuava  ad aggirarsi nel triangolo che ha il vertice in Santa Maria Capua Vetere e la base nella costa tirrenica, dalle falde del Massico dove è la spiaggia di Mondragone, ai Campi Flegrei più esattamente, verso la secolare pineta d’Ischitella, ove il lago di Patria sfocia nel mare.
     La costa era  bordeggiata costantemente da motovelieri, chiatte e da barche di piccolo cabotaggio che navigavano nel Basso Tirreno, che giungevano  a toccare, nei loro peripli, le coste della Tunisia.  Come avevano dimostrato i numerosi tentativi di espatrio clandestino fatti su quelle  spiagge da elementi delle bande La Marca e Nasti, ormai distrutte dai carabinieri, ma una delle speranze più vive dei molti temibili pregiudicati latitanti è quella di raggiungere il territorio della Francia, dove, allora più che mai, con l’avvampare della guerriglia in Indocina, era  richiesto continuo materiale umano fresco per rifornire  i reggimenti della “Legione Straniera”.

     Perciò, attraverso la stazione radio dell’Ammiragliato, al Castel dell’Ovo, i mezzi navali della Finanza nei golfi di Napoli e Gaeta hanno avuto l’ordine d’incrociare lungo l’arco di spiaggia dove il Capoluongo potrebbe tentare di evadere. La foto del pericolosissimo criminale era già stata  trasmessa a tutti i comandi di polizia. Nessuna notizia, fino ad allora, di Viola Jorio, l’amante di Marcantonio, il fratellastro ferito. Comunque, era  priva di qualsiasi fondamento la notizia pubblicata quel giorno  da “l’Unità” che, nell’atmosfera elettorale, aveva  tentato di far passare la donna per una bracciante insidiata, alla cui difesa era intervenuto il Capoluongo più anziano, ancora  ricoverato ai Pellegrini. La Viola (e cosi altre tre sue sorelle) era  una donna di pessima morale, ben nota ai carabinieri per la sua vita dissoluta; la causale del dramma deve attribuirsi soprattutto alla morbosa gelosia fra i due fratelli, per il possesso della bruna e procace “lupa dei campi”.
      Nei giorni successivi,  il  secondo dispaccio delle agenzie di stampa precisava  che:  il ventiduenne Salvatore Capoluongo, che già aveva  esploso - in preda ad un improvviso attacco di pazzia - sette rivoltellate contro il fratello maggiore,  Marcantonio, si era  reso autore, nella notte,  nelle campagne di Villa Literno di un’orrenda carneficina. E mentre il fratello versava  in pericolo di vita,  all’ospedale dei Pellegrini di Napoli, ove era stato accompagnato dal padre Nicola,  la ”belva”, continuò a seminare terrore. Il genitore, interrogato sull’accaduto  dichiarava che il gravissimo fatto di sangue si era svolto in contrada “Scherinella”, in una masseria in tenimento di Vico di Pantano. I motivi dell’orrenda strage a lui erano  sconosciuti, non escludendo, però che forse la causa era una donna contesa dai due fratelli. 

     Nella stessa giornata Nicola Capoluongo,  faceva ritorno al suo paese,  San Cipriano d’Aversa,   sperando di raggiungere e fermare il  figlio Salvatore,  che aveva ferito il fratello e che,  armato di tutto punto,  poteva commettere  una pazzia.  I timori del genitore purtroppo non dovevano risultare infondati: il criminale, infatti, nella nottata, -come detto – aveva  compiuto una tremenda strage. Quattro uomini: Raffaele Martino,  di 32 anni, Michele Fabozzi,  di 61 anno, Giuseppe Diana,  di 26 anni e Michele Martino,  di 55,  erano caduti uccisi sotto i colpi della sua pistola, raggiunti uno alla volta nelle proprie masserie.
     Circa le cause che avevano  spinto il giovane assassino alla orrenda strage, nulla era ancora possibile sapere. Anche la polizia e i carabinieri, giunti da Caserta agli ordini del capo della Mobile dott. Ugo Bossi e di un capitano dell’Arma benemerita, ignoravano ancora con precisione i moventi del massacro. Sembra tuttavia probabile che il Salvatore Capoluongo abbia agito per un’imprevedibile e improvvisa crisi di follia susseguente forse al ferimento del fratello. La polizia era  impegnatissima nella caccia all’assassino in fuga, il quale era  favorito dalle condizioni della zona, in gran parte paludosa.
     All’ultimo momento si apprese che Salvatore Capoluongo aveva  ancora sparato e gravemente ferito un’altra persona, il cugino Corrado Capoluongo, di 20 anni, il quale era  stato accompagnato all’ospedale di Aversa. All’alba, poi l’assassino, ritornato sul luogo ove il giorno precedente aveva ferito il fratello, si introduceva nella stalla e a rivoltellate abbatteva una mucca e un  cavallo di sua proprietà.
      Il terzo resoconto dell’Ansa concretizzava i retroscena e intanto,  si appuravano altri particolari.  La famiglia Capoluongo aveva già interessato le cronache pochi anni prima, con una  fàida dalla  lunga scia di sangue: il padre  aveva ucciso un figlio e un fratello aveva ucciso  il padre per vendetta. Intanto per l’eccidio dei 4 contadini,  oltre mille carabinieri, della Legione di Napoli e Salerno  e decine di cani poliziotti erano  alla caccia dell’assassino, mentre potenti fari falciavano  nella notte la campagna,  mobilitati dall’alba  nel battere senza sosta campi e vie dell’intera Campania. L’ordine era stato categorico: fermare l’assassino vivo o morto.
      Il dramma  - come detto – era  accaduto nella fattoria “Chiusa”, in agro di Villa Literno, di proprietà di Nicola Capoluongo, il padre dell’assassino. Una famiglia agiata, i Capoluongo, poiché, oltre agli altri beni, la sola tenuta, di una trentina di moggia avrebbe un valore di  venti milioni di allora.   Ma nonostante questa ricchezza, sia pure recente, fatta nella scia del dopoguerra, erano  rimasti contadini che coltivavano la loro terra, pur avendo una lussuosa automobile “Ardea” fuori serie e, come primo segno dell’evoluzione, un figlio agli studi, l’ultimo dei cinque, Peppino.
     Eppure, intorno ai Capoluongo, v’è sempre stata come una cupa foschia, che teneva la gente lontana da essi. Infatti nella gioventù del ricco massaro, don Nicola, vi era stato un dramma. Suo padre,  Marcantonio, uomo violento è sanguinario, poiché un figlio, Saverio, un giorno gli aveva risposto sgarbatamente, aveva staccato dal muro la doppietta e, puntategliela contro, lo  aveva freddato con un colpo.  Deciso a vendicare il fratello. Nicola, appena n’ebbe il pretesto, rivolse la stessa arma contro il padre e lo uccise: anche questa volta bastò un colpo. Al processo i giudici accettarono la tesi della “lue” e dell’infermità mentale ereditaria. Cosi Nicola, dopo pochi anni, uscì, ritornò alla fattoria e prese moglie. Nacquero una figliola e un maschio, che, per rispettare la tradizione, egli chiamò col nome del padre da lui ucciso: Marcantonio. Ma, nel parto, la moglie morì ed egli si sposò di nuovo, avendo altri due maschi, Salvatore e Beppe. Fra Marcantonio e Salvatore, figli dello stesso padre,  ma di madri diverse, da tempo v’era rancore e per più d’un motivo.

 
     “La provincia di Terra di Lavoro – chiosa il solito inviato di un giornale del Nord - ha una vasta zona, detta dei “mazzoni”, tutta a pascolo brado, che è la Maremma del Sud, con le sue mandrie di bufali e cavalli, i nidi, selvatici butteri e i numerosi negozi con la scritta “qua si vendono cartucce”, che ne fanno il  “Far West” d’Italia. Fra i paesi di questo West ve ne sono due, San Cipriano di Aversa e Casale di Principe dove, statistiche alla mano, l’ottanta per cento degli uomini,  dai sedici anni in su,  ha qualche macchia scarlatta sul certificato penale”.
     “Ma, fra questa gente, il senso della gerarchia familiare è radicato e tirannico. Perciò, spesso Marcantonio dava al fratello minore ordini bruschi, mal tollerati. E v’è un terzo motivo che è chiave principale del dramma: una donna. Viola Iorio. Bruna, procace,  e dedita “alla vita”  (come qua dicono delle Veneri agresti), era piaciuta a Marcantonio, che ne aveva fatto l’amante. In queste campagne, dove la donna è custodita con feroce gelosia, una femmina che non sia moglie è cosa rara e preziosa”.
     Ed è stata Viola, sia pure involontariamente, la causa di tutto. Infatti da tempo Salvatore, il fratello del suo amante, la circuiva, e l’altro ieri aveva rinnovato le sue insistenze, cosa di cui la donna aveva informato Marcantonio. Così ne era nato un litigio, sedato dallo zio, Giuseppe. Ma il fuoco covava, e ieri la tragedia è esplosa. Mentre entrambi i fratelli erano nel podere, intenti al lavoro, senza parlarsi, improvvisamente Salvatore estraeva una pistola sparando contro Marcantonio sette colpi. Poi, mentre richiamato dagli spari  accorreva il padre Nicola, che subito provvedeva a trasportare il giovane, ferito, a Napoli, nell’Ospedale dei Pellegrini (dove è tuttora ricoverato in pericolo di vita) accecato da una  grossa vampa di follia, Salvatore iniziava il carosello della morte.

      Piombava - come detto - nella vicina fattoria dei Martino (essendo i Martino amici  di famiglia, egli era ben pratico della casa), si impadroniva di un fucile da caccia calibro 12 e di una pistola  “Glisenti” a rotazione. Poiché il proprietario, Raffaele Martino, sorpreso dall’irruzione, gli si faceva incontro seguito da un garzone, Michele Fabozzi, immediatamente, per avere libera la via, egli sparava all’impazzata, lasciandoli a terra cadaveri. Subito dopo si avviava alla fattoria “Capoluongo” (è un’omonimia) e visto il padrone Corrado, che era col garzone Michele Martino, apriva ancora il fuoco: il primo si abbatteva ferito (verrà poi portato all’ospedale di Aversa, dove è ancora ricoverato), l’altro morto. Quindi continuando nella sua fuga, passava vicino alla fattoria “Fornara” e quivi vedeva il padrone, Giuseppe Diana, e gli sparava tre colpi, ammazzandolo.
    Poi entrò giù, nel tinello, afferrava un secondo fucile da caccia e fuggiva. Si fermava anche in un’altra fattoria, ma il padrone, certo Luigi Cavaliere, che aveva udito gli spari, gli urlò da dentro casa  di andarsene, altrimenti l’avrebbe ammazzato. Il “pazzo” rinsavì subito e si allontanò.   
     Perchè -  si chiedeva  la polizia - egli aveva  commesso la strage? Per impadronirsi delle armi in un impeto di pazzia?  Era possibile, ma, fino ad allora, non era chiaro il vero movente.  Forse aveva  anche sparato credendo che quella gente volesse sbarrargli il passo. Ma  v’è ancora un altro  oscuro e scatenante motivo.   E su quello  che si stava indagando.  Intanto, nel pomeriggio, le quattro salme erano  state portate alla sala mortuaria del cimitero di Villa Literno, dove, presenti i tre giudici istruttori inviati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere,  Mario Mancuso, Bernardino De Luca e Antonio Masturzo, e i quattro periti settori i dottori Mario Pugliese, Pasquale Tagliacozzi, Emilio Farina e Michele Sanvitale,  hanno fatto le autopsie. Il giorno successi le salme furono  portate a San Cipriano, il paese cui appartengono tutti i protagonisti del dramma, compresa Viola Iorio, per le esequie.



    Intanto il  questore di Caserta, Alfonso Buccarelli, poiché l’omicida si era  allontanato armato e aveva  la possibilità di avere altre armi (la zona era – ed è -   fra le più fertili per i sistematici ritrovamenti di fucili e munizioni) distaccò il comandante della “Mobile”, commissario Raffaele Rossi, che insieme con il comandante la Compagnia dei carabinieri di Santa Maria Capua Vetere, tenente Fortunato Messina, dirigeva, nella zona dei “Regi Lagni” (una pianura acquitrinosa oggi bonificata dove era  più probabile che il sanguinario si fosse nascosto) la drammatica caccia all’uomo: caccia compiuta con pattuglie a piedi, oltre che su jeeps e motociclette, e con l’aiuto di decine di cani poliziotti chiesti alla Scuola degli agenti di polizia di Caserta.
     Potenti fari falciavano i campi, ma il grano era  alto e ciò rendeva  indubbiamente più difficile la cattura dell’assassino. Fra l’altro egli era un esperto automobilista e i carabinieri vigilavano perchè non affrontasse le auto per impadronirsi di un mezzo e recarsi fuori della Campania, i cui confini, come riteneva la polizia, egli non aveva  ancora varcato.
     Mentre continuava la drammatica caccia a Salvatore Capoluongo, la tragedia di Villa Literno non aveva più ombre. Quella  mattina,  verso le 10 (dopo essersi resa introvabile fino ad allora ) era  entrata nella caserma di S. Cipriano, per essere interrogata, la contadina ventottenne Viola Iorio, che veramente si  dovrebbe chiamare  Merda,  dal cognome del marito Pasquale, sposato nel 1942 e lasciato nel 1943, allorché, per “incompatibilità di carattere”, essa si diede a battere la campagna iniziando a esercitare il … mestiere più antico del mondo. Rispose con calma alle domande degli inquirenti. “E’ vero, sì – disse  - non sono una donna perbene, faccio il  mestiere, ma è per vivere, perché ho lasciato mio marito, e adesso ho un figlio di 9 anni… “Vieni qua Augusto, fatti vedere dai signori” (e il bambino che era con la madre, sollevava smarrito, senza capire, gli occhi dal pezzo di pane bigio che andava sbocconcellando).
      “Marcantonio? Se lo amavo? Ma sentite! Qualche biglietto da mille, e ogni tanto un sacco di farina o di fagioli, ecco tutto.  Salvatore?  Si, mi voleva per lui, è vero, ed ero stata da lui più di una volta. Voleva che io non trattassi con nessun altro, e io non potevo... Ma tutta questa gelosia, all’improvviso e in questo modo, per me, per una donna come me, me la spiegate voi?”.
     Cosi, la donna della tragedia, concluse il suo sfogo. Furono anche interrogati due ragazzi, Giovanni Veneziano e Vincenzo Schiavo, garzoni alla fattoria della “Chiusa”, e due braccianti (pure lavoranti nel fondo), Caterina Annunziata e Rosa D’Aniello, che era venuta con la madre Luisa.  Tutte queste persone furono presenti alla scena della prima lite tra i due fratelli. Tutte, eccetto la Iorio, che era in stato di fermo, furono poi rilasciate.
     Le cose, dunque, stavano così, si mormorava tra i contadini, che Salvatore, l’omicida, facesse più di un complimento alla Rosa D’Aniello. Marcantonio, come primogenito, aveva rimproverato il fratello che gli disse: “Non è vero, ma, se anche lo fosse, è sempre una ragazza onesta, mentre quella che tieni tu (la Viola) è una donna che tutti gli uomini hanno conosciuto”.
     Sentendo disprezzare l’amante, l’altro, esasperato, gli gridò che facesse attenzione; egli come primo dei fratelli avrebbe fatto valere il rispetto dovutogli, e Salvatore gli era già venuto meno, perchè egli sapeva delle premure di lui per Viola. 
     “Chi te l’ha detto?” Domandò Salvatore. E l’altro fece una fila di nomi: sono i quattro morti e il ferito. E’ questa la chiave della strage? Salvatore Capoluongo aveva  ucciso gli uomini che era andato  a cercare (meno due, sfuggitigli: Michele Diana, che aveva lasciato da poco la fattoria, e Antonio Cavaliere che, intuendo le intenzioni si rifiutò di aprirgli) per questa prima ragione: essi avevano sparso la voce del suo tentativo di togliere Viola al fratello.

     E ve ne è una seconda: essi tutti (compreso il garzone di 16 anni Michele Fabozzi) avevano  posseduto la Viola. Gelosia verso questi uomini che lo guardavano con aria di derisione? Forse, ma soprattutto rancore, anzi odio. Per essi e per il fratello. E poi c’era un altro motivo: tutti questi uomini erano stati contagiati da un grave male; la “sifilide”,  una grave malattia  venerea,  che potrebbe paragonarsi all’aids di oggi ed essi sapevano che anche Salvatore la portava nel sangue. Non solo. Ma essi, conoscendo che il giovane voleva sposarsi con una ragazza bella e illibata di queste parti, per colpirlo, poiché egli voleva solo per sè la Viola, avevano divulgato il comune segreto. E’ per questo che Salvatore ha ucciso?. “Mi vietano l’amante, mi tolgono la sposa”, ragionò, e la vita gli sembrò senza più orizzonti.
      Frattanto, malgrado l’impegno col quale centinaia di carabinieri gli davano  la caccia, il folle assassino non era stato  ancora catturato. Nella tarda nottata si era  appreso che le ricerche erano  state estese dove il Capoluongo avrebbe potuto  tentare di recarsi avendovi parenti e amici. L’altra notte, un agricoltore, Cipriano D’Alessandro, lo aveva visto  aggirarsi vicino alla sua fattoria, che non dista molto da quella della “Chiusa”. Secondo voci sempre più diffuse, poiché il padre di Salvatore, il vecchio Nicola, sa che la “siepe di bocche da fuoco”  (cioè  i fucili dei carabinieri)  era  pronta a stroncare ogni altro tentativo omicida del delinquente,  che teneva  in orgasmo quelle campagne, per salvare la vita del figlio  vorrebbe fare  il tentativo di indurlo a costituirsi, e forse all’alba Salvatore Capoluongo sarà già fra le mura del carcere di Santa Maria Capua Vetere. 
       L’ottimismo che ieri faceva sperare ai carabinieri la fine della sanguinosa vicenda di Villa Literno, con la presentazione spontanea di Salvatore Capoluongo, convinto sulla impossibilita della sua ulteriore resistenza, era, purtroppo,  svanito. Il pericolosissimo criminale, carico di armi e di cartucce, continuava a nascondersi, non solo per sfuggire all’arresto, ma, come fu  accertato,   per completare la strage. Purtroppo - come  confermò il comandante la stazione di Villa Literno - vi erano fondati elementi per temere che Salvatore Capoluongo, prima di cedere ai mitra o alle manette, intendesse  falciare ancora vite colpendo a morte molte altre persone sfuggite per caso alla sua vendetta: gli agricoltori Antonio Cavaliere (il fattore che si salvò non avendogli aperto), Michele Diana, cugino del Giuseppe Diana, abbattuto nella fattoria “Fornara” ( Michele era andato a comperare delle sigarette al paese), Renato Capoluongo, fratello di Corrado, degente all’ospedale civile di Aversa (l’uguale cognome con l’assassino è solo una omonimia) e l’intera famiglia di Peppinotto Reccia (otto componenti), abitante in una tenuta vicina a quella della “Chiusa”.
     E l’inviato di turno chiosò ancora: “Consta ai carabinieri e ai contadini di queste campagne che, passando attraverso la rete tesagli, l’omicida, armi in pugno, è stato alla fattoria paterna per rifornirsi di viveri, denaro e altre munizioni. E sembra spronarlo nella sua feroce ostinazione la visione d’un futuro senza speranze. Ad oriente di Villa Literno, si leva nella pianura l’abitato di Aversa con le alte mura grige del “manicomio criminale”, mentre a sud del litorale tirrenico, quasi a portata di mano delle spiagge flegree appare, nitida, Procida, con i dadi bianchi delle casette fra il verde delle vigne e, a picco sulla roccia, il castello aragonese, oggi ergastolo, con la sua mole cupa dalle orbite nere: le inferriate delle celle. E queste due sono, a vista d’occhio, le uniche prospettive che si aprono al sanguinario oggi in fuga: i giorni tutti eguali, fino alla fine, di una vita dove al di là della grata appare l’uniforme del secondino o il camice dell’infermiere. Perciò egli, pur braccato, è in agguato più che mai assetato di vendetta”.

    “Nè è valso l’argomento, fattogli giungere dai familiari, che, essendo stato egli riformato per “vizio di mente”, può anche sperare, domani, in una certa clemenza dei giudici. Niente. Rifocillatosi, riempita la cartucciera, messo sotto la camicia un fascio di biglietti di grosso taglio, s’è dileguato nel grano, per avventarsi ancora sui suoi nemici”.
     “Dovrebbe essere solo benedizione dei campi il grano, ma qui, nelle selvagge campagne dei “mazzoni” è un’insidia da cui può lampeggiare la morte, improvvisa e misteriosa. Conosciutisi i propositi di Salvatore Capoluongo, s’è avuto un fatto nuovo nella caccia al criminale: i carabinieri hanno trovato degli alleati improvvisati  nelle famiglie di tutti quanti  coloro che vedono la loro vita in pericolo, e, ormai, pistole e doppiette vigilano pronte da siepi e staccionate. Per farla finita con quest’incubo e per meglio perlustrare l’ampia insidiosa brughiera lungo il mare, verso Castelvolturno,  Ischitella e Licola, tutte macchie di quercioli e cespugli di lentischi e odorose ginestre, da stamane, levandosi dall’aeroporto di Capodichino sono entrati in azione, bassi e silenziosi, due elicotteri collegati via radio con gli automezzi della Benemerita, mentre a sua volta la Stazione di Varcaturo, una delle poche in Italia che faccia regolare uso di cavalli (la stessa controlla per un largo raggio i butteri  di questi pascoli) ha lanciato nelle battute i suoi carabinieri che solo così possono efficacemente percorrere la vasta pianura dal terreno umido che impaccerebbe piedi e ruote”.

      Intanto i carabinieri delle varie Stazioni avevano  interrogato molti altri contadini e rilasciata Viola Iorio, invitandola  ad abbandonare col figlio Augusto il paese, almeno momentaneamente, anche per evitare a lei e al bambino le possibili vendette delle varie famiglie che la ritengono moralmente responsabile della strage ( una sorta di “Bocca di Rosa” della famosa  canzone di Fabrizio De Andrè) . 
     Le cronache informavano ancora che, un passo era  stato fatto dal vescovo di Aversa, monsignor Antonio Teutonico che, preoccupato delle assai probabili conseguenze della vicenda ( perchè i familiari dei morti, secondo la legge dei mazzoni, aggiungeranno altri anelli alla catena di sangue) aveva  sollecitato i reverendi don Angelo Corvino, don Bernardo Coronella e don Michele Natale, rispettivamente parroci di Villa Literno, San Cipriano di Aversa e Casal di Principe, perchè facessero  opera di distensione, tanto più che, un pò per attaccare il Governo (causa la mancata cattura) e un pò per presentare il fatto come una forma di  “sfruttamento padronale” i comunisti stavano  soffiando sul fuoco, già bene acceso da sè. Perciò, molti comizi, previsti per la domenica,  erano  stati sospesi - sia pure solo per un giorno – nella zona dove il fatto aveva  causato più emozione.
     Finalmente  la buona notizia dell’Ansa: “Il terrore e la caccia all’uomo sono terminati nelle campagne del Casertano,  Salvatore Capoluogo è stato finalmente  catturato, dove meno ci si aspettava, in piena città, a Santa Maria Capua Vetere. Venuti a conoscenza che il Capoluongo si aggirava nei pressi di Santa Maria, i carabinieri avevano stretto il cerchio attorno alla città, mentre nelle vie venivano intensificate le perlustrazioni. Precisamente alle ore 22,30 alcuni militi in appostamento, avendo notato un’Aprilia  attraversare il corso Garibaldi e fermarsi dinanzi all’abitazione di un noto avvocato, circondavano la macchina: in essa (nascosto nel cofano ) era il Capoluongo assieme a due suoi parenti”.
    “Il giovane assassino si dirigeva appunto dal legale, per essere da lui accompagnato a costituirsi nelle mani della giustizia. I carabinieri lo prendevano immediatamente in consegna, traducendolo alle carceri. Il Capoluongo avrebbe dichiarato di essersi deciso a costituirsi per sfuggire alle possibili vendette da parte dei parenti delle sue vittime. Sin da questa mattina i carabinieri battevano, instancabili, qualunque pista potesse fare serrare in una morsa il sanguinario. D’altra parte Salvatore  Capoluongo, convinto che stendere a terra quattro o cento vittime era la stessa cosa, perché, in fondo, più dell’ergastolo non potevano dargli, come una tigre in agguato, attento al più lieve “stormir di fronde”, al movimento fulmineo e silenzioso nella canapa, nel grano e nelle macchie della brughiera, lungo il litorale, pronto a premere il grilletto sui suoi nemici o su qualunque sconosciuto si accostasse dove egli si nascondeva invisibile”.

     “E’ stato dopo il  tramonto che egli si è posto al volante dell’auto (celata in un pagliaio) per uscire dal cerchio in cui veniva braccato. La soddisfazione nella zona, adesso, è vivissima, perchè all’improvviso la tragica rosa di sangue poteva allargarsi. Infatti il brigadiere Fabio Russo, comandante del vigili di San Cipriano di Aversa (il paese cui appartenevano tutti i protagonisti della vicenda, che si recavano solo per il lavoro alle fattorie di Villa Literno), ci spiegava stasera che se il criminale avesse aperto il fuoco sull’aia della tenuta “Cardogna”, dove abitano i Reccia, una delle famiglie minacciate, vi sarebbe stata certamente una strage, poiché i Reccia si compongono di tre fratelli, Salvatore, Giacomo e Michele, ognuno sposato con molti figli (solo Salvatore ne ha otto)”.
     “E’ riapparsa stasera ( Bocca di Rosa) alias Viola Iorio che, avendo la sua casa a San Cipriano, in via Andrea Diana 12, dove l’abbiamo rivista, v’è ritornata,  nonostante il consiglio dei carabinieri. “E’ facile dire: andatevene lontano -  ha detto. Ma dove? E poi, chi pensa a mia madre?”.  Sulla parte avuta dalla donna si conoscono solo ora più precisi particolari. Non è esatto che Salvatore Capoluongo non fece il soldato per “vizio di mente”. La “tabe” ereditaria scorreva nelle vene della sua famiglia ed è già più volte esplosa tragicamente, ma la causa precisa per cui il giovane criminale (che ha 21 anni) venne riformato all’ospedale militare di Caserta, nella scorsa primavera, fu una “anormalità anatomica”,  ( aveva il pisello piccolo ) avente i suoi riflessi sessuali, cosa che la donna rivelò agli altri giovani del suo clan agreste, e quelli, a loro volta, di ciò sparlarono e risero, aumentando l’odio del dileggiato”.
     “Questa sera le condizioni dei due feriti migliorano, come ci è stato confermato ad Aversa dal prof. Emanuele Repetto, direttore dell'Ospedale civile, dov’è ricoverato (con quattro colpi di pistola) Corrado Capoluongo (erroneamente dato per morto da alcuni giornali, che hanno fatto salire a cinque le vittime) e a Napoli dal prof. Giuseppe De Sanctis, che cura ai  “Pellegrini”,   Marcantonio Capoluongo (il giovane ha ricevuto stamane una visita dei genitori), forato da sette proiettili: quanti ve n’erano nella pistola impugnata dal fratello”.
     “A Marcantonio, ricoverato nel reparto chirurgia abbiamo chiesto un cenno sull’accaduto, ma si è rifiutato di parlare, come fece anche il padre Nicola quando l'accompagnò: “Ero lontano dalla fattoria e non so nulla su come si svolsero i fatti”… è scritto nel registro… Che si fosse all’ultimo atto del dramma era già chiaro. Infatti verso le ore 22,  a Casal di Principe, prima, e a Villa Literno poi, rientrando impolverati da una battuta, i marescialli Renato De BenedictisZefferino Esposito ci avevano confermato che, esauriti i tentativi per ridurre il criminale alla spontanea costituzione, l’azione delle pattuglie e  la vigilanza dei carabinieri era di  entrata ormai nella fase decisiva. “Speriamo di catturarlo vivo - aveva concluso un sottufficiale - e prima che compia altri omicidi. Comunque, vivo o morto, non sfuggirà”.
     “E cosi è stato. E appunto in questa convinzione, per salvare la vita del figlio, ieri, quando era già buio, Rosa, la mamma, era uscita dalla fattoria gridando forte per i campi, perchè il figlio, cui andavano le sue invocazioni, l’udisse e si presentasse. “Fallo per me, non far spargere altro sangue”,  implorava ad alta voce la donna, piangendo. Ma nessuno aveva risposto. Ora, con l’arresto dell’assassino, il selvaggio “rodeo da vecchio West” è terminato”.

     Poi la chiosatura finale da parte dei giornali dell’epoca: ”Interrogato per dieci ore e  inviato al manicomio di Aversa per una perizia psichiatrica.  Il  primo giorno di espiazione dell’assassino di Villa Literno è trascorso nel locale carcere giudiziario, sotto il martellio d’un interrogatorio di dieci ore, dalle 8 alle 19, con un breve intervallo, fatto dal giudice Ugo Del Matto, unitamente al Sostituto Procuratore della Repubblica Antonio De Franciscis, assistito dal suo difensore di fiducia l’avv. Giuseppe Garofalo,  presso il quale si era recato per farsi accompagnare al carcere. (Don Peppino Garofalo a quei tempi abitava in un appartamento all’angolo del Corso Garibaldi di fronte alla Upim. N.d.R.)  
     “Stasera egli è stato nuovamente rinchiuso nella cella  dove, per disposizioni del direttore del carcere, il criminale è sottoposto a speciale vigilanza, anche per evitare, dati i precedenti morbosi, qualsiasi tentativo di suicidio.  La sostanza delle dichiarazioni rese dal criminale   vede stagliarsi ora più nettamente nella vicenda (sempre però secondo la tesi del Capoluongo) un quarto personaggio: quella Rosa D’Aniello, la contadinotta prosperosa già apparsa nelle pieghe delle cause che determinarono il delitto. L’omicida, nonostante le sue “non perfette condizioni fisiologiche”, aveva intensi rapporti con più di una delle donne che frequentavano la fattoria, ma particolarmente intime, per confessione della stessa contadinotta, erano le sue relazioni con Rosa”.
      “L’offensivo giudizio di Marcantonio per la fanciulla e non la contesa per la Viola - dice l’assassino forse nell’intento di avanzare un alibi - sarebbe stata la causa principale della lite con il fratello.  Ma, anche ammesso ciò, di fronte all’interrogativo che i giudici e i carabinieri gli hanno rivolto, cioè quale nesso vi possa essere tra questo suo risentimento e la strage successiva, il Capoluongo non ha saputo o voluto dare risposta”.
“I carabinieri proseguono le indagini per accertare due elementi: dove stanno nascoste le armi (fucili e pistole) di cui era in possesso il Capoluongo e chi sono stati i favoreggiatori (specialmente nell’agro di Giugliano) che per quattro giorni, mentre vaste zone di due province vivevano ore di angoscia, si sono adoperati per nascondere il criminale, nonostante la carneficina compiuta”.


Intanto la popolazione, che attende di conoscere  i nomi di questi complici, chiede che il processo si faccia per direttissima, come appare da numerose lettere all’Arcivescovo di Capua, e a vari magistrati, e allo stesso comandante la Compagnia dei carabinieri, capitano Ettore Messina, che ha informato di ciò le autorità provinciali. Tuttavia, sebbene la strage di Villa Literno sia proprio uno dei casi previsti dall’ordinamento giudiziario (un delitto che ha profondamente turbato e commosso la opinione pubblica) sembra che ciò non sia possibile, non solo perchè è stata già disposta una istruttoria formale, ma per un altro più grave motivo: la necessità d’una perizia psichiatrica che sarà sicuramente chiesta, dato che fra i famigliari  dell’imputato si annoverano vari ammalati mentali di cui uno morto al manicomio criminale di Aversa, dove si ritiene che Salvatore Capoluongo sarà inviato fra breve.

 Si afferma anzi questa sera, che la perizia è stata già disposta. Sembra che essa sarà affidata al prof. Filippo Saporito, che non è più il direttore di quell’istituto, ma continua intensamente il suo lavoro scientifico. Se il giudizio clinico accerterà l’infermità totale e la magistratura accoglierà questa tesi, il processo non si farà, venendo applicata per un minimo di cinque anni la misura di sicurezza (l’internamento, che può essere prolungato o no a criterio del magistrato). Perciò, nonostante il furore popolare, Salvatore Capoluongo non dispera, tanto più che anche suo padre e suo nonno uccisero e finirono col tornare presto o tardi  al paese.

Circa l’epilogo della vicenda, i carabinieri negano che il Capoluongo si sia costituito, sostenendo che v’è presentazione spontanea solo quando il ricercato si presenta all’autorità giudiziaria, mentre il Capoluongo è stato arrestato, invece, sotto il portone dell’avvocato Giuseppe  Garofalo, al n. 151 del Corso Umberto. Ma i familiari del Capoluongo continuano ad affermare che il giovane, su consiglio loro e del legale, si è costituito spontaneamente perchè pentito, come è provato oltre che dal preavviso dato alla Procura della Repubblica, dalla presenza dei parenti nell’auto, venuta in piena città e sotto l’abitazione dell'avvocato che tutti sapevano accerchiata dai carabinieri. 

In Corte di Assise la “belva di Villa Literno”- Dopo due anni il processo - Riconosciuto seminfermo di mente condannato a pochi anni di manicomio criminale.

L'autore della strage di Villa Literno, Salvatore Capoluongo di 22 anni (all’epoca del suo incredibile delitto ne contava appena venti), che in meno di dodici ore ucciso quattro persone ferendone altre due, compare oggi dinanzi al giudici della Corte d'Assise di S. Maria Capua Vetere. L’attesa per questo processo è immensa in tutto il Casertano e anche nel Napoletano data la risonanza che a suo tempo (due anni fa) ebbe la sanguinosa vicenda. Si  era anzi creduto in un primo momento che  il dibattito non avrebbe avuto luogo, dato che erano sorte voci che il  Capoluongo fosse pazzo. A tal uopo, dopo l’arresto, l'imputato venne trasferito nell’ospedale psichiatrico criminale S. Maria Maddalena di Aversa. Ma dopo un anno di permanenza nel manicomio e una serie di attenti esami da parte dei medici specialisti, il  Capoluongo, con una dichiarazione firmata dal prof. Annibale Puca, direttore dell’ospedale di Aversa, fu  riconosciuto perfettamente sano di mente.
Di parere  opposto la perizia dei consulenti di parte che decretarono in lui uno stato di seminfermità mentale tanto da usufruire del manicomio invece del carcere. Nel corso del dibattimento per ragioni di sicurezza il Presidente della Corte di Assise fece perquisire il pubblico per scongiurare eventuali ritorsioni poiché  nell’aula vi erano numerosi parenti delle vittime (sono state notate almeno venti persone vestite a lutto) per misura di precauzione, temendosi una vendetta,  e perciò tutti i presenti furono  perquisiti dai carabinieri.  Il Capoluongo giunse in cellulare scortato da due camionette di militi che lo circondarono per impedire gesti di violenza. Durante l’interrogatorio l’imputato narrò  i fatti secondo la sua versione ripetendo che uccise per vendicarsi delle calunnie sparse sul suo conto. Il verdetto fu di manicomio criminale.
Accadde a Villa Literno  e dintorni nel maggio del 1953



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