domenica 28 dicembre 2014


I delitti più efferati di Terra di  Lavoro


Accadde sul Ponte Annibale in tenimento di Caiazzo nel  marzo del 1960

IL TRUCE DELITTO DEL   MEDICO SAMMARITANO  AURELIO TAFURI

Uccise il fidanzato della sua “singolare” amante –

Colpì furiosamente con una sbarra lo studente Gianni De Luca e lo finì trafiggendogli il cuore con un punteruolo.

Getto’ il cadavere nel Volturno e si andò a costituire in carcere.

 Un delitto con lo sfondo del sesso,  del sesso, del voyeurismo e della follia.  Il delitto di un uomo normale travolto da una passione ignominiosa


Mancava, in quel 1960, una manciata di anni alla legalizza­zione della pillola anticoncezionale. Ma le case di tolleranza avevano chiuso da soli due anni e le ragazze madri venivano ancora chiamate donne perdute, trattate da poco di buono e con­siderate pericolose per gli uomini per bene. Tutte scioc­chezze, naturalmente, perché il pericolo in realtà veniva quasi sempre dagli uomini. Anche da professionisti seri e stimati come il dottor Aurelio Tafuri, trentadue anni, medi­co di Santa Maria Capua Vetere dove aveva uno studio ac­corsato, cioè molto ben avviato. Tafuri, innamorato senza speranza di Annamaria Novi, ballerina, indossatrice e ma­dre nubile, il 9 marzo 1960 colpì furiosamente con una sbarra lo studente Gianni De Luca e lo finì trafiggendogli il cuore con un punteruolo. Il cugino Giannino Tafuri, farmacista vevier e frequentatore  della dolce vita napoletana li presentò.


     Lei rimase colpita dall’aspetto distinto e dai modi galanti - soprat­tutto il baciamano - del medico. Lui, all’inizio, quasi da nulla: “A prima vista non era un granché. La faccia era minuta, ossuta, con il mento lievemente appuntito” scri­verà il dottore anni dopo in un suo memoriale rievocan­do quel primo incontro. “Indossava un grosso maglione e una gonna larga a campana. Dal suo atteggiamento e dal suo modo di parlare dedussi poi che era una donnetta comune, socialmente modesta. Anche la voce, in falsetto, era alquanto sgradevole. Una cosa però mi colpì: i suoi occhi, di una bellezza stupefacente.”

   Aurelio  se ne innamorò. Perse la testa per Annama­ria che lui chiamava Nenné o semplicemente Anna («Non mi sono mai piaciuti i nomi doppi») con l’ingenuità di un trentenne che non ha mai nemmeno sfiorato una ragazza.  Aurelio non diventò mai l’amante dell’amata Nenné.  Quel che invece è certo è che un giorno, a un défilé cui Annamaria partecipava come mannequin si presentò un nuovo giovane pretendente: Gianni De Luca, studente, di buona famiglia. Gianni ha solo diciannove anni ed è pas­sionale e impetuoso come può esserlo un ragazzo di quell’età. Annamaria ne è molto presa. Dopo tante avven­ture e storie sbagliate, s’illude che quella con Gianni pos­sa essere quella giusta.
     È felice e si confida con il suo ca­valiere pallido. Che la mette in guardia: «Attenta, è trop­po giovane, non saprà farti felice». Ma accetta l'ingresso di Gianni nella vita della sua protetta. Sarebbe meglio di­re che lo subisce soffrendo orribilmente, in silenzio. Non tace, invece, il giovane e veemente Gianni, che nel frattempo si è trasferito nell'appartamento di Annamaria e l'ha pure messa incinta. A lui quel medico così condi­scendente e untuoso proprio non va giù. Chiede alla sua donna di troncare ogni rapporto. Lei nicchia: Aurelio un po' le serve, un po' le fa pena.


      La sera del 6 marzo 1960 Annamaria, Gianni e l’onnipresente Aurelio cenarono con un altro amico della cop­pia, il sarto omosessuale,   Carlo D’Agostino, in una trattoria di piazza dei Martiri. A un certo punto fra Gianni e il sarto scoppiò una lite. «D’Agostino l’aveva offeso dandogli dello sfrut­tatore» racconterà Nenné. La lite degenerò in una zuffa. Gianni si beccò un calcio al basso ventre, il sarto un pu­gno che gli fece sanguinare il naso. Aurelio, al solito, vestì i panni del nobile cavaliere che divise i corpi, sedò gli ani­mi e si prese cura della piangente e arrabbiatissima da­migella. Convincere Annamaria a passare una notte tran­quilla, da sola, in un albergo di Caserta lontana dal Gian­ni furioso non fu diffìcile. L’accompagnò lui stesso, con la sua Giulietta, mentre Gianni, per nulla d’accordo, li se­guiva su un’utilitaria.


      Strana situazione. Troppo strana anche per Nenné, che più tardi scrisse un biglietto  di addio al medico. In realtà la ragazza non andò da nessuna parte ma rimase chiusa in casa per due giorni, tentando forse di sfuggire ai due pretendenti, o forse cercando per una volta se stessa. Fu svegliata da Gianni mercoledì 9 marzo, all’alba.  «Venne da me con una notizia curiosa: gli aveva telefonato Tafuri dicendo di avergli trovato un lavoro co­me rappresentante di medicinali per la zona di Caserta.» Tipico di Aurelio, pensò Annamaria. Aurelio così buono e generoso da occuparsi della sua protetta trovando un lavoro al rivale in amore e, come aveva aggiunto, pure una casetta per la nuova famigliola. Una notizia così bel­la da sembrare finta. Tanto che da casa di Annamaria Gianni ritelefonò a Tafuri per avere conferma di quella meravigliosa promessa. «Tutto vero, tutto a posto» lo rassicurò il medico, che subito dopo gli chiese notizie di Nenné. «È partita per Milano, da lì raggiungerà dei pa­renti a Udine» mentì il giovane. I due si diedero quindi appuntamento per le nove di quella stessa sera, in piazza Medaglie d’oro.


      Mentre la sua Nenné dormiva serena, Aurelio condusse Gianni al ponte della Scafa, una località in aperta campa­gna nella piana di Caiazzo, dove avrebbero dovuto incon­trare il fantomatico “datore di lavoro”. A un certo punto il medico fermò la Giulietta e, adducendo il sospetto di una foratura, chiese a Gianni di scendere e controllare una ruota. Quando il giovane si chinò, Tafuri lo colpì al capo con una sbarra di ferro, quindi infierì a lungo sul corpo esanime e infine gli trafisse il corpo con un punteruolo. Era lucido quando sollevò il cadavere, lo chiuse nel bagagliaio dell’auto e girò per la campagna in cerca di un luogo dove disfarsene. Lo trovò al ponte di Annibale, presso Ca­iazzo. Nessuno lo vide quando tirò fuori il corpo dall’auto e lo scaraventò nelle acque torbide del Volturno.
     Il medico poi si costituì in carcere e confessò l’atroce delitto. Ma nessuno gli credette. Sembrava a tutti impossibile un delitto “di un uomo normale” eticamente, però, si scoprì in seguito, deviato  da una ignominiosa passione. Poi gli  inquirenti cominciarono a credere alla confessio­ne del medico. Però restava il problema del cadavere: Tafuri sosteneva di averlo buttato nel fiume, ma nessuno riusciva a trovarlo, e senza un corpo era difficile proce­dere. Si fece strada l’ipotesi che il medico mentisse, che avesse nascosto il cadavere in un altro luogo o che l’avesse sciolto nell’acido nella farmacia del padre. Ci vollero molti sopralluoghi e la determinante colla­borazione di Tafuri che guidò personalmente le ricerche per ritrovare, nove giorni dopo, la salma del giovane, nu­da e orrendamente martoriata, in un’ansa del Volturno,  nei pressi di Capua.


      Imprigionato nello stesso carcere dove aveva lavorato fi­no al giorno del suo arresto, Aurelio Tafuri iniziò quasi su­bito a scrivere il suo memoriale: non lesinò le accuse a se stesso e alla madre. Conservò intatto il suo amore per Nen­né. Si illuse, addirittura, di averne ottenuto se non il cuore, il perdono, forse perfino un po' dell’antico affetto.   Annamaria, invece, avrebbe voluto cancellare per sempre il  ricordo di quell’uomo che aveva distrutto i suoi sogni.

     Il delitto fece molto scalpore. Per i protagonisti: lei “bella e dannata”, lui tardo epigono del dottor Jekill. E per la tor­bidezza della storia: sesso, voyeurismo, follia.  Anche Annamaria, come Aurelio, scrive un memoria­le: “Ho sempre sognato una vita borghese, tranquilla. Ma per colpa del mio temperamento mi sono trovata al cen­tro di avvenimenti più grandi di me”. Chiede solo di es­sere dimenticata, anche se non potrà mai scordare la tra­gedia di cui è stata protagonista e vittima. La rivivrà per sempre negli occhi di Gianni, il bimbo che partorisce cin­que mesi dopo, alla fine di una torrida estate.



 Quattro processi decretarono la sua condanna a 24 anni di 

reclusione. Definito uno schizofrenico.  La pubblica accusa chiese 

l’ergastolo. Gli avvocati difensori non riuscirono a farlo passare per 

pazzo.   Dalla sua vicenda è stato tratto il libro  “Il Caso Tafuri”.



Su Annamaria Novi e Aurelio Tafuri, invece, calò il silenzio. Riemersero dall’oblio tre anni dopo, il 16 maggio 1963, al processo di primo grado dove lei, vittima del delirio di Tafuri, rischiò il linciaggio del pubblico che ancora l’additava irragionevolmente come pietra dello scandalo, causa nemmeno tanto indiretta del delitto. Nessuno, invece, se la prese con chi, più di chiunque altro, aveva armato il cervello prima ancora che la mano dell’assassino, la madre del dottore,  Maria Merola. Alla vigilia del processo i giornali dell’epoca si premurano anzi di descriverne la vita oltremodo pia: ogni mattina, da tre anni, la signora Maria esce di casa all’alba per assistere alla messa in suffragio di Gianni De Luca che lei stessa ha dato incarico di officiare al parroco della chiesa del Cuore Immacolato di Maria, a Caserta. Prega per la vittima del figlio mamma Maria, ma non risponde alle lettere che il suo ragazzo le scrive dal carcere: lettere strane, scritte a stampatello, piene di asterischi. Parla, invece, con i giornalisti chiedendosi come sia stato possibile che un ragazzo con un animo così gentile si sia macchiato di un così orrendo delitto.

Nessuno tranne la sua coscienza. Poche ore dopo, infatti, Aurelio si costituì. Provò a farlo direttamente in carcere, dove si era presentato regolarmente il mattino seguente per le visite mediche ai carcerati: cercò Enrico Matano, direttore del carcere, ma era in licenza e  poi il rag. Alfredo Grieco, incaricato dell’Istituto di pena, ma questi, credendo che si trattasse di un problema d'ufficio ed essendo occupato, gli aveva chiesto di rinviare l’appuntamento al pomeriggio. Aurelio si diresse allora al suo ambulatorio, dove visitò altri pazienti. Quindi tornò a casa, e lì trovò mamma Maria. Non aspettava altro: le confessò tutto. E lei gli credette subito, a differenza degli inquirenti che in un primo momento pensarono invece di trovarsi di fronte a un mitomane: per il profilo sociale del reo confesso e anche perché non c’era traccia del cadavere.

In un primo momento il medico disse di aver ucciso il rivale nel corso di una lite. Ma Annamaria, avvertita per telefono del fatto e immediatamente convocata in carcere, pur doppiamente incredula (sia alla scomparsa del fidanzato sia alla confessione di Tafuri) disse subito ai carabinieri che la storia della lite non reggeva: «Gianni è giovane e forte, Aurelio no: basta un niente a fargli volare via gli occhiali e a metterlo nell'impossibilità di muoversi».

Che Aurelio sia pazzo? L'interrogativo aleggia nell’aula della Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere ( Presidente Giuseppe Sant’Elia, a latere Guido Tavassi, pubblico ministero Federico Putaturo ) per un mese e mezzo e ventisei udienze. Alle dieci e trenta del 30 giugno 1963, la Corte, composta dai giurati: Armando Bassi, da Pietravairano; Maria Caratenuto, da Sparanise; Luigi Ciardulli, da Gricignano; Ubaldo Ciccarelli, da S. Cipriano; Antonietta Fusaro, da Mondragone; nonché i supplenti: Giuseppe Migliozzi, da Capua; Giovanni D’Angelo,  da Sessa Aurunca; Maria Ciaramella, da S. Nicola La Strada e Noè D’Angelo, da Sparanise,  si ritira in camera di consiglio.
Fuori, nella canicola estiva, l’intero paese di Santa Maria Capua Vetere discute del processo, del fantomatico produttore cinematografico che, forse, da quella vicenda trarrà un film e della scelta della famiglia De Luca, che ha deciso di dirottare ogni indennizzo per la morte del figlio all'Ente comunale di assistenza della città. Aurelio viene considerato sano di mente e condannato a ventisei anni di carcere.

Quattro processi decretarono la sua condanna  definitiva a 22 anni di reclusione. Definito uno schizofrenico dai consulenti di parte fu difeso dagli avvocati Giovanni Leone, Errico Altavilla, Alfonso Martucci, Giuseppe Marrocco, Ciro Maffuccini e e Giuseppe Garofalo. Il P.M. chiese l’ergastolo. La parte civile fu rappresentata dagli avvocati Alfredo De Marsico e Michele Verzillo. Un anno dopo il verdetto venne parzialmente riformato grazie al fondamentale apporto di Giovanni Leone, che alternava la toga di principe del Foro alla casacca democristiana. Grazie alla sua competenza giuridica e alla sua arte oratoria, venne riconosciuto a Tafuri un parziale vizio di mente e la pena ridotta a ventidue anni. Dalla sua vicenda ho tratto il libro  “Il Caso Tafuri”.





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