domenica 25 gennaio 2015



Accadde il 31 gennaio del 1983
NICANDRO IZZO:  L’agente di custodia di Calvi Risorta ammazzato tra la gente mentre usciva dal carcere di Poggioreale

Rivendicazione con una telefonata alla redazione  di un quotidiano:” Qui Fronte delle carceri Abbiamo giustiziato con un colpo di pistola calibro 9 in via Nuova Poggioreale il vile appuntato Izzo”, disse  una voce maschile. “Se i soprusi e i maltrattamenti all’interno dell’Istituto di pena non finiranno, il massacro continuerà”.


Sandro Pertini, Presidente della Repubblica dell’epoca :  “Il tragico agguato nel quale ha perso la sua giovane vita l’appuntato degli agenti di custodia Nicandro lzzo suscita nel mio animo sentimenti di dolore e di sdegno”.





Il delitto porta alla pista dei boss della camorra e del clan dei casalesi.  Una esecuzione  rimasta  impunita


A Nicandro Izzo, riconosciuto “vittima del dovere” dal ministro dell’Interno, il Comune di Calvi Risorta ha dedicato una piazza. Il suo assassino non è mai stato individuato.

 




“C’è il corpo di un uomo a terra, correte!”. La telefonata concitata di una persona che chiama i vigili urbani arrivò poco dopo le nove del mattino. Era di un “mercataro”, di uno di quelli che vendono la loro mercanzia nelle fiere settimanali dei paesi della regione. Fu lui ad accorgersi del corpo senza vita di Nicandro Izzo, agente di custodia, in servizio a Napoli, presso il carcere di Poggioreale. Era la mattina del 31 gennaio del 1983, un lunedì. Il corpo di Izzo fu rinvenuto tra le bancarelle del mercato che si svolge due volte a settimana (il lunedì e il venerdì) a poca distanza dall’uscita del penitenziario di Poggioreale, poco dopo l’incrocio di corso Malta. Era il suo ultimo giorno di lavoro nel carcere napoletano. Dal primo febbraio avrebbe dovuto prendere servizio nel carcere di Rebibbia. Nicandro Izzo, trentotto anni, era a Napoli dal ’76 col grado di appuntato e da due anni lavorava alla “accettazione pacchi” di Poggioreale. Un posto molto delicato che i detenuti dei clan di camorra tenevano sotto pressione, perché era da lì che potevano essere introdotte armi per combattere la “guerra” in corso nelle carceri tra bande rivali. La dinamica dell’agguato non è chiara. Gli inquirenti cercano di ricostruirla dagli elementi in loro possesso. Nicandro Izzo alle otto e quarantacinque, dopo aver salutato i colleghi, stava lasciando il penitenziario e in abiti borghesi si era incamminato per via Poggioreale per poi raggiungere Piazza Nazionale. Doveva prendere l’autobus e partire alla volta di Santa Maria Capua Vetere, dove risiedeva con la sua famiglia. All’improvviso venne avvicinato alle spalle da un giovane che era alla guida di un motorino. Lo sconosciuto estrasse la pistola, una calibro 7,65 munita di silenziatore, e gli sparò un colpo alla nuca. L’appuntato Izzo morì sul colpo. Nessun passante udì lo sparo e l’omicida poté fuggire facendo perdere le tracce. I primi soccorritori si avvicinarono ad Izzo convinti che fosse stato colto da malore. Solo successivamente si accorsero che l’uomo era stato raggiunto al capo da un proiettile.
“Quella notte mio marito prestò l’ultimo turno di servizio alla seconda porta carrata, fino a mezzanotte», racconta Maria Senese, la moglie di Nicandro Izzo, che aveva ventinove anni quando le uccisero il coniuge, «ma a quell’ora non aveva come tornare a casa. Dormì nella camerata riservata agli agenti di custodia. Poi, la mattina dopo, salutò colleghi e superiori e si avviò verso piazza Principe Umberto I, dove sarebbe salito sul pullman che lo avrebbe portato a Santa Maria Capua Vetere. Dopo cento metri, o poco più, l’agguato. Quella mattina, come facevo sempre, accompagnai i miei due bambini a scuola e ritornai a casa. Fu Mario Marrandino a telefonarmi, il ragioniere di Poggioreale, amico di famiglia. “Maria, ti volevo dire che Nicandro è caduto e si è fatto male. Ma non ti preoccupare. Niente di grave”. Ovviamente mi preoccupai, perché se non fosse stato nulla di grave sarebbe stato mio marito a telefonarmi. Così chiamai mia mamma a Pignataro Maggiore. Lei mi consigliò di andare a riprendere i bambini a scuola e di portarli a casa sua. E così poi io sarei andata a Napoli per vedere di cosa si trattava. Così feci. Non guidavo e quindi speravo di trovare un autobus o qualche amico che mi avrebbe dato un passaggio. Dopo che presi i bambini, invece, aspettai più di un’ora alla fermata dell’autobus, ma senza fortuna. I pensieri nella mia testa cominciavano a camminare. Pensai anche al peggio. Ma mio marito non era capace di fare male a una mosca. Non mi aveva mai parlato di minacce, di problemi sul lavoro, niente. Stanca di aspettare un autobus, pensai di recarmi nel vicino carcere di Santa Maria Capua Vetere. Mi presentai al piantone come la moglie di Nicandro Izzo, un suo collega. Al che, quel signore, appena sentì il nome di mio marito, sgranò gli occhi e mi accompagnò immediatamente dal direttore del carcere. Cominciai ad andare sempre più in ansia. Mi fecero accomodare. I bambini li portò via un altro agente di custodia e il direttore, in risposta alle mie domande, mi disse: “Sì, signora, abbiamo saputo che suo marito è caduto, ma nulla di grave”. Nessuno se la sentiva di dirmi che lo avevano ucciso. Mi misero un’auto a disposizione che prima mi accompagnò a casa di mia mamma, dove lasciai i bambini, e poi di corsa a Napoli. E lì il direttore del carcere di Poggioreale mi disse che l’avevano ucciso e che il corpo era stato portato all’istituto di medicina legale per l’autopsia. Potevo vederlo il giorno dopo”.

Subito dopo l’omicidio, all’interno del carcere scattarono provvedimenti restrittivi nei confronti dei detenuti. Vennero sospesi i colloqui e le visite dei familiari dei detenuti. Si cercava una pista per capire il movente di un omicidio che per la sesta volta in due anni vedeva come vittime agenti di custodia e dirigenti del carcere di Poggioreale. Il primo a essere ucciso fu il vicedirettore del penitenziario Giuseppe Salvia (il 14 aprile 1981). Poi toccò agli agenti Agostino Battaglia (5 giugno 1981), Alfredo Paragnano (13 febbraio 1982), Antimo Graziano (14 settembre 1982) e Gennaro De Angelis (15 ottobre 1982).
In serata arrivò una rivendicazione telefonica dell’agguato a Nicandro Izzo. Uno sconosciuto telefonò alla redazione napoletana del quotidiano “Il Mattino”. L’anonimo interlocutore parlava a nome di un sedicente “Fronte delle carceri”: “Abbiamo giustiziato con un colpo di pistola calibro 9 in via Nuova Poggioreale il vile appuntato Izzo”, dice una voce maschile. “Se i soprusi e i maltrattamenti all’interno dell’Istituto di pena non finiranno, il massacro continuerà”. Una rivendicazione poco attendibile, perché Izzo era stato ucciso con una pistola calibro 7,65. Nel carcere di Poggioreale erano state trovate pistole, coltelli, stupefacenti ed erano stati denunciati anche episodi di pestaggi da parte delle guardie ai danni di detenuti.
Nicandro Izzo era il terzo di cinque figli. Era nato a Calvi Risorta il primo dicembre 1944 da Antonio e da Carmela Sotis. Si era arruolato giovanissimo nel corpo degli agenti di custodia. La sua prima destinazione fu Livorno, dopo il corso a Portici. “Dopo sette mesi di fidanzamento”, racconta ancora la moglie Maria Senese, “ci sposammo. Lui era in servizio a La Spezia e veniva ogni sei o sette mesi. Non era come adesso. Eravamo una coppia felice. Mi diceva sempre che ero una moglie d’oro. Poi nacquero Orsola e Antonio. E la nostra casa era sempre piena di gioia. Dopo il matrimonio abbiamo vissuto dieci anni assieme. I bambini, quando l’hanno ammazzato, avevano sette e cinque anni. E stata dura crescerli. All’inizio ho fatto di tutto per non far capire che il papà era morto. Dicevo sempre che il papà era fuori e che quando tornava aveva promesso di portare un bel regalo a tutti e due. Poi un giorno li ho portati al cimitero, a Pignataro. E gli ho fatto vedere dov’era sepolto il padre. Non ce la facevo più a mentire. E il più piccolo mi diceva sempre: “E che ci fa qui papà, perché non se ne viene a casa?”. Quante notti insonni e quante lacrime ho versato. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita persa. Ho lasciato la casa di Santa Maria Capua Vetere. Troppi ricordi. Non riuscivo più a starci, e sono andata a stare con mia mamma. Sono stata male. Non volevo più uscire di casa. Se non era per mia mamma non ce l’avrei fatta ad uscire dalla depressione. Poi ho riscoperto la fede. Sono diventata una volontaria. Davo una mano nella mensa della Caritas. Frequentare la Chiesa mi ha aiutato molto. Ho ritrovato la voglia di vivere. Però, se avessi avuto tra le mani chi ha ucciso mio marito, chi ha distrutto la mia famiglia, gli avrei fatto non so che cosa. Una notte ho sognato Padre Pio. Io piangevo inginocchiata ai suoi piedi e lui mi ha messo una mano sulla testa e mi ha detto: “Non piangere, perché quelli che hanno ucciso tuo marito faranno una fine peggiore”. Oggi ho trovato una mia dimensione della vita. I miei figli lavorano entrambi. Il maschio presso la presidenza del Consiglio dei Ministri e la ragazza in Questura a Rimini. Ma non mi sono mai rassegnata alla perdita di mio marito”.

Ai funerali di Nicandro Izzo, una folla commossa. Nella chiesa della Misericordia, in piazza Umberto a Pignataro Maggiore, c’erano tantissimi colleghi. Ma c’era anche tutto il paese ad accompagnarlo al cimitero per l’ultimo saluto. Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, inviò al ministro della Giustizia Clelio Darida il seguente telegramma: “Il tragico agguato nel quale ha perso la sua giovane vita l’appuntato degli agenti di custodia Nicandro lzzo suscita nel mio animo sentimenti di dolore e di sdegno. La prego, onorevole ministro, di voler recare ai familiari del caduto l’espressione di commosso orgoglio dell’intera Nazione. Al personale tutto dell’amministrazione penitenziaria che in difficili condizioni continua con coraggio e valore a servire fedelmente lo Stato giungano i sentimenti di solidarietà e riconoscenza”.

A Nicandro Izzo, riconosciuto “vittima del dovere” dal ministro dell’Interno, il Comune di Calvi Risorta ha dedicato una piazza. Il suo assassino non è mai stato individuato.


In Campania 364 i morti ammazzati nel 1983


La catena dei delitti prosegue con lo sterminio nel Casertano della famiglia di Vittorio Simeone, “O' comandante”. Sono sterminati il capoclan, i due giovani figli, due nipoti e tre fratelli.



Quel 1983 sul fronte della camorra e della delinquenza si aprì con la strage di San Cipriano d’Aversa: tre giovani vite stroncate, tre cugini uccisi e bruciati all’interno di un’auto in un macabro rituale. Un gesto di efferatezza e di ferocia, foriero di altre vendette, di altri delitti. E’ una tragica eredità dell’anno appena concluso che ha fatto registrare nella cronaca quotidiana dodici mesi di fuoco, di violenze e di barbarie, una lunga scia di sangue, di cadaveri   eccellenti. Il 1982 segnò un record sinistro e   denunciato una logica criminale improntata al terrore, al simbolismo delle esecuzioni, ad una triste specializzazione di malvagità. Teste mozzate, cuori strappati dal petto, persone incatenate alle vetture e bruciate vive, mutilazioni delle mani e degli organi genitali, gente strappata nel cuore della notte da falsi carabinieri per finire i loro giorni crivellata da proiettili o in agguati mortali. Un’indicibile disumanità dai coltelli, ai dichiaramenti, ai duelli e alle sfide regolate dai canoni del vecchio codice d’onore della “bella succità riformata”; i camorristi degli Anni Ottanta hanno sostituito il mitra, le pistole automatiche, il tritolo, la tanica di benzina, una tecnica imitata da “Cosa nostra”, dalla mafia e dalla ‘ndrangheta.
 In Campania 364 i morti ammazzati nel 1983 con un aumento in percentuale del 16 per cento. L’elevato numero delle vittime sgomenta, suscita terrore, sdegno e pietà: dà la misura dell’inquinamento della convivenza civile, dell’annientamento degli sforzi compiuti per riscattare una regione colpita da una preoccupante disgregazione sociale, ed economica. Una lotta cieca e sorda che ha coinvolto non soltanto cutoliani ed anticutoliani, avversari di mestiere; ma anche magistrati, forze dell’ordine, impegnati ad arginare il fenomeno camorristico; donne e ragazzi estranei alle faide, testimoni involontari di qualche esecuzione o semplicemente colpevoli di essere parenti di qualcuno - raggiunto dalla sentenza di morte del tribunale ombra per una “infamia” compiuta verso l’organizzazione. E si hanno le “vendette trasversali”. Una sintesi dei crimini registrati nello scorso anno chiuso sull'uccisione di Umberto Javarone, 33 anni, uno dei rapitori del prof. Guido De Martino, figlio del vecchio leader socialista, mette in luce aspetti scottanti, oscure connessioni tra malavita organizzata e terrorismo politico, come è avvenuto per il delitto del vicequestore Antonio Ammaturo e dell’agente di scorta e quando alcuni brigatisti in fuga e feriti nello scontro a fuoco con i poliziotti sono sottratti alla cattura da giovani camorristi.  Altre aberranti conferme sulla virulenza del fenomeno camorristico vengono dal turbolento carcere di Poggioreale, tanto sconvolto da episodi di brutalità, eccidi, sgozzamenti, trasformatosi in una sede della “S.p.A. Omicidi” della malavita organizzata. Dal chiuso delle celle si impartiscono punizioni mortali, si dirigono i traffici della droga, si guida un piccolo esercito di luogotenenti fedelissimi e di gregari per il racket delle estorsioni, si infittiscono i collegamenti con personaggi al di sopra di ogni sospetto per l’impiego dell’imponente movimento di denaro investito in vere holding finanziarie.  La catena dei delitti prosegue con lo sterminio nel Casertano della famiglia di Vittorio Simeone, “O' comandante”. Sono sterminati il capoclan, i due giovani figli, due nipoti e tre fratelli. Le vittime sono legate a Nuova Famiglia in cui confluiscono vari clan dell’entroterra napoletano, del casertano e del Salernitano.   

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