domenica 11 gennaio 2015



Era la sera del 20 settembre del 1988, nel Viale 

dei Pioppi di Baia Domizia,


Assassinato   Giuseppe Mascolo
il farmacista di Cellole

Era ricco e potente e faceva politica e trattava affari. Si era rifiutato di scendere a patti con la camorra



Il delitto scoperto dopo vari anni grazie alla sagacia dell’ex piemme  Raffaele Cantone. La vicenda è raccontata nel suo libro “Operazione Penelope”.


Uno dei killer è lupara bianca l’altro sconta il carcere condannato a 21 anni.


Le dichiarazioni della moglie di un killer  e quelle  di un collaboratore di giustizia di Sessa Aurunca, consentirono  di riaprire le indagini.



La   donna riferì al pm della Dda di Napoli, Raffaele  Cantone e ai carabinieri del reparto operativo di Caserta, cosa le confidò il marito subito dopo l’agguato.




Il dottore Giuseppe Mascolo era ricco,  potente, stimato, faceva politica e trattava affari. Era farmacista ma anche proprietario terriero: quando gli capitava l’occasione giusta, l’investimento redditizio, metteva mano al conto in banca e comprava. Nei giorni che precedettero la sua morte un pensiero agitava la sua testa: si era intestardito con un grosso appezzamento di terreno a Baia Domizia, lo stesso che interessava il camorrista  più potente della zona, Alberto Beneduce. Come si ricorderà, la moglie di quest’ultimo  fu trucidata assieme al suo amante. Fu Dario De Simone, il pentito che consentì, infatti,   di far luce sulla scomparsa di Luigi Griffo e Paola Stroffolino, uccisi in un agguato.     Il farmacista Giuseppe Mascolo,  61 anni, esponente  della Democrazia Cristiana e dell’USL di Sessa Aurunca, proprietario di due farmacie, ( una a Cellole e l’altra nel centro sociale di Baia Domizia), non si tirò indietro e fece delle offerte per l’appetitoso terreno. Per questo il boss – che era stato il pupillo di Antonio Bardellino  – mandò i suoi uomini più fidati a minacciarlo. Dovevano  spaventarlo e magari ferirlo alle gambe; sbagliarono e l’uccisero. Era la sera del 20 settembre del 1988, nel Viale dei Pioppi di Baia Domizia, il figlio del farmacista Luigi, che all’epoca aveva appena 24 anni, (oggi anche lui farmacista, affermato imprenditore, impegnato in politica e nel sociale, ha  messo a disposizione l’indennità che lo Stato gli ha riconosciuto quale familiare di vittima innocente della criminalità, per una borsa di studio a favore di studenti delle scuole superiori di Sessa Aurunca), vide l’auto degli assassini e ne annotò il numero di targa. Vide anche scappare chi aveva sparato, uno a piedi verso la spiaggia e tre sull’auto, una Prisma, che risultò rubata e che fu trovata poco lontano dal luogo dell’agguato. Dei killer, per quasi 14 anni non si è saputo più nulla.  
Il dr. Luigi Mascolo,  mentre firma la convenzione per la istituzione delle borse di studio 

La vicenda è stata anche narrata da Raffaele Cantone nel suo libro  “Operazione Penelope”.  “La prima volta che ho sentito parlare dell’omicidio del farmacista Giuseppe Mascolo  - ha scritto Cantone – ero entrato da poco a far parte della Direzione distrettuale antimafia della procura di Napoli. Era la fine del 1999 e mi erano stati assegnati i processi dell’area casertana.  Tra i miei primi incarichi c’era la gestione di un pentito, un tale Gianfranco. Risultava un personaggio di medio calibro. Nel 1993 aveva abbandonato il clan ed era fuggito all’estero per il timore di essere ucciso.  È stato allora – nel corso degli interrogatori - che è venuto fuori il nome di Giuseppe Mascolo, per me totalmente sconosciuto.  Fece anche i nomi di alcuni degli esecutori materiali, un certo Toraldo, detto «il Guercio», e un tale Lucio.   Dopo avere letto le dichiarazioni del giovane Luigi Mascolo, mi concentrai su quelle della madre. Seppi così che il farmacista aveva fatto degli investimenti in zona: aveva acquistato dei terreni, uno dei quali inserito nel piano regolatore. Si trattava di un ottimo affare, che poteva senz’altro aver ingolosito il clan. Qualcuno, infatti, si era fatto avanti per conto dei camorristi, manifestando il loro interesse. Anche dopo la morte del farmacista, un personaggio della zona aveva avuto l’ardire di ritornare alla carica presentandosi a nome di Beneduce per riproporre l’acquisto di quel lotto.
IL LUOGO DEL DELITTO 
  

Il maresciallo  Iatomasi  mi raccontò che parecchi anni prima, nel corso di un’indagine in quella zona, aveva conosciuto la moglie di un esponente di primo piano del clan di Baia Domitia. L’uomo, un tale Toraldo, era scomparso e tutti sapevano che non era fuggito ma doveva essere rimasto vittima della «lupara bianca».   Si era rivolta quindi ai carabinieri perché voleva liberarsi la coscienza, raccontando agli inquirenti tutto ciò che Toraldo nel corso degli anni le aveva rivelato. Tra quei segreti, c’era anche l’omicidio di Giuseppe Mascolo che, a suo dire, era stato ammazzato proprio dal marito. Il maresciallo aveva subito informato la procura che una testimone era disposta a parlare, ma non ne aveva saputo più nulla.   Pregai il maresciallo di non arrendersi e di andare a parlarle di persona. Ero certo che ci sarebbe riuscito, e così fu. Sebbene recalcitrante, alla fine la donna aveva acconsentito a rispondere alle domande. Si chiamava Silvana. Ancora bella, seppure non più giovanissima, i suoi occhi spenti tradivano una vita difficile e sofferta. Suo marito era effettivamente uno degli uomini di fiducia di Beneduce e si occupava di estorsioni e intimidazioni. A suggello di questo legame criminale, il boss aveva fatto da testimone alle loro nozze. Il marito le aveva anche fatto i nomi dei suoi tre compari: fra di loro c’era quel Lucio di cui mi aveva parlato Gianfranco. Le dichiarazioni di Silvana, dunque, si erano confermate molto utili: i fatti che ci aveva raccontato coincidevano con quello che mi aveva detto il pentito. I carabinieri prepararono un’informativa piena di elementi di riscontro e io scrissi una richiesta cautelare nei confronti di Lucio. Del resto, Toraldo era da considerarsi morto così come Beneduce, il presunto mandante del delitto, che era stato a sua volta ammazzato nella guerra tra clan. Il gip non accolse la richiesta, ritenendo insufficiente il materiale probatorio. Sollecitai, comunque, il rinvio a giudizio che il gup, il giudice dell'udienza preliminare, non negò: alla fine, dunque, ci sarebbe stato il processo davanti alla Corte di assise di Santa Maria Capua Vetere. Alla prima udienza del processo, la famiglia Mascolo si era costituita parte civile. Una piacevole sorpresa: in terra di camorra i familiari dei morti ammazzati non lo fanno quasi mai. Sanno che i boss non lo gradiscono perché leggono questa iniziativa come una simbolica adesione allo Stato e, quindi, una sfida alla loro autorità. Inoltre, sono anche pochi gli avvocati che accettano questo tipo di incarichi. Forse temono di perdere la numerosa clientela che viene dalle file della camorra. Ciò che altrove è semplicemente un passaggio tecnico del processo, infatti, in Campania diventa un atto di coraggio. Durante una pausa dell’udienza, mi si era avvicinato Luigi Mascolo, accompagnato dal suo avvocato. Non l’avevo mai incontrato prima, non ritenendolo necessario dato che le sue dichiarazioni all’epoca dei fatti erano state molto esaurienti. Mi aveva stretto la mano, ringraziando me e i carabinieri per aver riportato a galla un episodio che ormai era rimasto un tarlo solo per la sua famiglia. Partivamo con lo svantaggio di un gip che aveva ritenuto gli indizi insufficienti, e dunque non gli avevo nascosto che l’esito del processo mi sembrava incerto. Inoltre, temevo per la tenuta della teste. 
Il giornalista Ferdinando Terlizzi,  ( al centro Gaetano Cerrito, ideatore del Premio ) mentre consegna il premio Baia Domizia all'attore Saverio Vallone 

Dopo i riscontri dei carabinieri, l’avevo fatta ricontattare per proporle di entrare nel programma di protezione come collaboratore di giustizia, ma si era rifiutata. Ormai aveva un’altra vita e il suo compagno non avrebbe mai accettato di lasciare il Napoletano, per vivere chissà dove, guardandosi sempre le spalle. Luigi Mascolo, però, era ottimista: comunque sarebbe andata, quel rinvio a giudizio lo ripagava di tante amarezze. Aveva sognato mille volte il momento in cui lo Stato avrebbe ristabilito la verità e restituito l’onore a un uomo che aveva avuto il solo torto di non cedere a un sopruso. Il processo si svolse a ritmo serrato, con un calendario fitto di udienze. Poi arrivò il giorno della testimonianza di Silvana, che tanto mi preoccupava. Chiesi a Iatomasi di starle vicino per tutto il tempo: non sarebbe stato facile per lei parlare in pubblico davanti agli ex amici del marito ed era molto probabile che avesse ricevuto intimidazioni. Quando venne il suo turno, non riusciva quasi a proferire parola e condiva le poche frasi di «non ricordo». Ma confermò tutte le sue dichiarazioni. La sua testimonianza resse anche al controesame della difesa. Nel corso del processo, decisero di collaborare anche Augusto La Torre, il boss di Mondragone, e alcuni suoi uomini. Pur non avendo avuto un ruolo diretto nella vicenda, non potevano non sapere chi e perché aveva voluto un omicidio come quello, nella zona confinante al loro territorio. Finita l’istruttoria, mi ero quindi dedicato a preparare la requisitoria seguendo un sistema che sarebbe poi diventato il «mio» metodo: ulteriori letture dei verbali, tanti appunti e una scaletta dettagliata. Rileggendo il materiale per l’ennesima volta, facevo l’avvocato del diavolo ponendomi domande su domande: solo una volta convinto al cento per cento avrei potuto chiedere una condanna. Feci una requisitoria breve e concisa, riservando però un ampio spazio introduttivo alla vittima, un uomo che aveva perso la vita per un atto di coraggio e che meritava un tributo. Conclusi chiedendo per Lucio, che non si era mai presentato alle udienze, una condanna a ventisei anni. Al momento della sentenza ero nervoso. Ho sempre evitato le personalizzazioni, ma quando un processo ti costa tanto lavoro e, soprattutto, sei convinto delle tue argomentazioni, non puoi non fare il tifo perché finisca in un certo modo. Non appena la Corte iniziò a leggere la sentenza, capii che aveva condannato l’imputato. La pena fu di ventuno anni. Uscendo dal tribunale, Luigi Mascolo mi disse che lo Stato e le istituzioni per fortuna ogni tanto non deludono i cittadini. Gli strinsi la mano e me ne andai. Una volta che il mio compito in un processo si esaurisce, è mia abitudine disinteressarmi di quanto avviene dopo, e fu così anche quella volta. A distanza di qualche tempo, però, l’avvocato di parte civile mi informò che la sentenza era stata convalidata in appello. Anni dopo, sono venuto a sapere che anche la Corte di cassazione l’aveva confermata.

Secondo pezzo

Il latitante  Luciano Izzo, catturato  nell’ aeroporto di Parigi dove era andato a prendere moglie e figli.

Era stato condannato a 21 anni di carcere per l’omicidio del farmacista Giuseppe Mascolo -  Izzo era fuggito dall’Italia  la polizia lo ha rintracciato pedinando la moglie e i due figli, che  avevano acquistato un biglietto aereo per Parigi.

Il Sindaco di Sessa Aurunca Dr. Tommasino con il giudice Raffaele Cantone in occasione della consegna delle Borse di Studio 

“Dalla parte della legalità, unico strumento che difende la gente comune, la sua libertà di vivere senza paura”,  la scritta  sulla targa donata dal sindaco Luigi Tommasino al magistrato Raffaele Cantone.



 Nel 2008 il killer del farmacista  Giuseppe Mascolo che era stato condannato dalla Corte di Assise  di Santa Maria Capua Vetere a 26 anni di reclusione ed è stato  arrestato dal personale della Questura di Latina. Era latitante in quanto venuto a conoscenza dal proprio difensore del provvedimento adottato Lucio Izzo,  abbandonava sulle strade della provincia di Savona il tir sul quale lavorava per conto di una ditta del casertano ed aiutato da atri camionisti faceva perdere le proprie tracce. Il  personale della Squadra Mobile della Questura di Latina e del Commissariato di P.S. di Formia, in collaborazione con il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e con il Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia nonché con la Polizia francese, a conclusione di serrate indagini, lo trassero  in arresto, in esecuzione ad un ordine di carcerazione emesso dalla Procura Generale di Napoli. Il pluripregiudicato  Lucio Izzo,  è nato a Sessa Aurunca ma  residente da anni  a Formia.  L’uomo doveva scontare, come detto, venti anni per i reati di associazione per delinquere di stampo camorristico, estorsione e l’omicidio - in concorso con altri - del farmacista Mascolo Giuseppe , trucidato sotto la propria abitazione a Baia Domizia, il 20.09.1988, in quanto si era opposto al pagamento di una somma di denaro al sodalizio vincente all’epoca sul litorale domitio. L’Izzo è un soggetto conosciuto dalle forze dell’ordine sin dagli anni 90, quale affiliato al clan  “Beneduce” capeggiato dai fratelli Alberto e Benito di Baia Domizia. Le immediate indagini attivate dal personale del Commissariato di P.S.  di Formia,  insieme alla della Squadra Mobile della Questura di Latina, nell’ambito del procedimento penale della D.D.A. di Napoli, permettevano di individuare l’Izzo, in Francia e, precisamente, nella città di Nizza. Nel prosieguo delle indagini il personale operante veniva a conoscenza che il predetto doveva essere raggiunto dalla famiglia. Pertanto il Questore di Latina predisponeva servizi di appostamento e pedinamento. La  moglie di Izzo assieme ai figli si imbarcava dall’aeroporto di Roma su aereo diretto a Parigi per raggiungere il proprio congiunto. In proposito veniva subito interessato il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato ed il Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia che predisponeva con la Polizia francese un servizio di osservazione all’aeroporto. All’arrivo della donna il personale che la pedinava segnalava alla Polizia francese l’Izzo che veniva subito catturato e dopo le formalità di rito veniva messo a disposizione di quelle autorità in attesa dell’estradizione in Italia.  La vicenda è  chiusa ma la memoria del dottor Mascolo vivrà per sempre anche in considerazione della  collaborazione della civica amministrazione di Sessa Aurunca che dopo aver coniato lo slogan “Dalla parte della legalità, unico strumento che difende la gente comune, la sua libertà di vivere senza paura”,  l’ha fatto incidere sulla targa donata dal sindaco Luigi Tommasino al magistrato Raffaele Cantone. L’occasione è stata colta nel corso della  conferenza stampa per la presentazione delle borse di studio messe a disposizione da Luigi Mascolo, figlio di vittima di camorra, che ha voluto devolvere l’indennità prevista dallo Stato, per giovani studenti del territorio che avranno così la possibilità di vivere e studiare all’estero per un programma di studio della durata di tre mesi.      



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