lunedì 9 marzo 2015

 

 

Accadde a Maddaloni il 1° ottobre del 1983


VENDETTA TRASVERALE ASSASSINATO IL FRATELLO DEL GIUDICE IMPOSIMATO

La sentenza di primo grado per l’omicidio di Franco Imposimato è arrivata dopo diciassette anni.


  Sono stati processati e condannati i mandanti Pippo Calò e Vincenzo Lubrano (morto nel 2007) e gli esecutori materiali, Antonio Abbate e Raffaele Ligato.




Tutti condannati all’ergastolo con sentenza definitiva della Cassazione. Lorenzo Nuvoletta, uno dei mandanti, non è mai stato processato, perché morto prima che venissero riaperte le indagini.



Una "vendetta trasversale", frutto di un patto tra Cosa Nostra, Camorra e Banda della Magliana.


Suo fratello è il giudice istruttore Ferdinando, impegnato al tempo con indagini sull'omicidio del boss Domenico Balducci e su una serie di speculazioni edilizie nella capitale.



 IL RACCONTO DELLA SUPERSTITE


La signora Maria  Luisa Rossi, moglie di Francesco Imposimato raccontò:  “... era un giorno lavorativo e con mio marito stavamo uscendo dalla fabbrica. Potevano essere le 17,20. Salimmo nella nostra Ford Escort di colore verde per andare a prendere i bambini a scuola. A pochi metri dall’uscita della fabbrica trovammo una macchina parcheggiata in curva che ci impediva quasi di girare. Mio marito nel fare la manovra di sorpasso rallentò. La macchina, una Fiat Ritmo, era ferma. Chiunque fosse passato di lì, doveva per forza rallentare. A quel punto intravidi delle persone. Si avvicinavano a piedi, di corsa. Di uno ho visto solo le gambe, perché stava davanti alla macchina. Un altro si è messo dalla parte di mio marito. E stata questione di attimi. Non ci eravamo resi conto di quello che stava succedendo. In auto con noi avevamo il nostro barboncino, Puffi che abbaiava come un ossesso. Forse aveva percepito il pericolo. All’improvviso questi due tizi cominciarono a sparare. Si sentivano solo colpi di pistola, e tanto fumo che non riuscivamo più a respirare. Nell’attimo stesso che mi girai per guardare il cane, mio marito mi chiese: “Ma che sta succedendo?”. Ci incrociammo con gli sguardi. E fu anche l’ul¬tima volta che ci guardammo negli occhi. Franco venne colpito da undici colpi di pistola. Morì quasi subito. Nell’autopsia è scruto che morì per shock emorragico e traumatico. Il killer che era davanti non l’ho visto bene in faccia. Ma l’altro sì. Era un uomo non molto alto, giovane, grassottello, piuttosto scuro di pelle, con due rughe che solcavano le guance, con i capelli di colore nero tirati all’indietro. Venni colpita al petto. Un colpo mi perforò tutti e due i polmoni. Riuscii appena ad aprire lo sportello, perché in macchina non respiravo. Ricordo solo che il fumo aveva invaso la Ford Escori. Non riuscivo a vedere più niente. Aprii lo sportello e caddi a terra svenuta... non ricordo altro”.
IL CLAN LUBRANO,  I NUVOLETTA e la cupola della mafia

 I due killer della camorra di cui parla Maria Luisa Rossi, sono Raffaele Ligato e Antonio Abbate, appartenenti al clan Lubrano-Nuvoletta di Pignataro Maggiore. Un clan affiliato a “Cosa nostra” siciliana e fedele alleato dei Corleonesi di Totò Riina. A chiedere di eseguire la vendetta trasversale contro Franco Imposimato e la moglie, fu Pippo Calò, il “Papa” di Cosa Nostra. Voleva fermare in questo modo le indagini che Ferdinando Imposimato, giudice a Roma, stava conducendo sulla morte di Domenico Balducci, un usuraio romano esponente della banda della Magliana che operava per conto del “Papa”, allora a capo della famiglia mafiosa nel quartiere palermitano di Porta Nuova. Il magistrato aveva scoperto che Domenico Balducci prestava soldi negli ambienti dell’alta borghesia romana dove bazzicavano anche uomini dei servizi segreti e che era stato ucciso per uno sgarro nei confronti di Calò. Per questo doveva essere fermato a tutti i costi: le sue indagini, partite da quel delitto, stavano arrivando al cuore di Cosa Nostra.
Su Pippo Calò e la banda della Magliana il giudice Imposimato aveva cominciato a indagare fin da! 1975. assieme a un altro magistrato, Vittorio Occorsio, ucciso nel 1976 dopo aver scoperto l’intreccio perverso tra stragi, eversione nera e massoneria deviata. I due avevano istruito insieme molti processi importanti di quegli anni, incrociando sulla loro strada qualche elemento della banda della Magliana, la famigerata banda che prendeva il nome dal quartiere di Roma in cui aveva la sua base operativa; una specie di supermarket del crimine, dove andavano a “spendere” mafiosi, terroristi, persone senza scrupoli, ma anche i colletti bianchi dell’alta finanza che dovevano regolare qualche conto salato all’interno del loro mondo.
Della banda facevano parte uomini come Danilo Abbruciati, legati alla loggia P2 di Licio Gelli, alla mafia e ai servizi segreti. La condanna a morte di Ferdinando Imposimato fu decretata proprio da quelle sue indagini, che compromettevano gli interessi di Cosa Nostra. L’ordine di fermarlo venne dato alcuni anni prima dei l’agguato di Maddaloni.
A raccontarlo fu il mafioso Antonio Mancini. La testimonianza è contenuta nell’ordinanza di rinvio a giudizio datata 13 agosto 1994, contro Maurizio Abatino, altro esponente della banda della Magliana. Fu Mancini a dire al giudice, Otello Lupacchini, che verso la fine del 1979 o i primi del 1980 ebbe un incontro in un ristorante di Trastevere, “L’antica pesa” o “Checco il carrettiere”, con Danilo Abbruciati, Edoardo Toscano, i fratelli Antonio e Alfio Pellegrinetti, Maurizio Andreucci e Claudio Vannicola. In quell’occasione, mentre si discuteva del controllo del territorio del Tufello per il traffico di stupefacenti, si parlò di un attentato al giudice. “Dal discorso si capiva che non si trattava di un’idea estemporanea - dichiarò Antonio Mancini nella sua deposizione - ; era evidente, cioè, che erano stati effettuati dei pedinamenti nei confronti del magistrato e della moglie; che erano stati verificati i luoghi nei quali l’attentato non avrebbe potuto essere eseguito con successo; si era stabilito che comunque non si trattava di un obiettivo impossibile, per carenze della sua difesa nella fase degli spostamenti in auto: il luogo dove l’attentato poteva essere realizzato era in prossimità del carcere di Rebibbia dove la strada di accesso all’istituto si restringeva e non vi erano presidi militari di alcun genere”.  “Quando sentimmo il discorso che si fece a tavola, - è sempre il mafioso Antonio Mancini a parlare - io e Toscano pensammo che l’attentato dovesse essere una sorta di vendetta per l’impegno profuso dal magistrato nei processi per sequestri di persona da lui istruiti e che avevano visto coinvolti i commensali, i quali parlavano del giudice Imposimato definendolo “quel cornuto che ci ha portato al processo”. Successivamente, Danilo Abbruciati mi spiegò che, al di là delle  ragioni personali, aveva ricevuto una richiesta in tal senso “da personaggi legati alla massoneria”, dei quali il giudice Imposimato aveva toccato gli interessi”.


ALL’OBITORIO IL SEN. IMPOSIMATO: ”AL SUO POSTO DOVEVO ESSERCI IO”



Il progetto di un attentato a Ferdinando Imposimato fece capolino anche nel processo a carico di Giulio Andreotti per l’omicidio  del giornalista di OP  Mino Pecorelli. Fu il procuratore della Repubblica di Perugia ad accertare che alla riunione in cui si parlò di uccidere il giudice maddalonese parteciparono pure due uomini dei servizi segreti militari italiani, che furono poi incriminati e rinviati a giudizio per favoreggiamento. E lo stesso Ferdinando Imposimato a ricordare la vicenda: “I due funzionari dei servizi mi avvicinarono dicendomi che “loro due non c’entravano niente con quella riunione” e che “evidentemente c’era stato uno scambio di persone da parte di Mancini”.  Erano altri i due uomini dei servizi che avevano preso parte a quell’incontro in cui venne annunciata la mia condanna a morte”. “Solo che nessuno si preoccupò mai di stabilire la loro identità”.
Per anni dell’omicidio di Franco Imposimato non si seppe nulla. Buio assoluto. Passarono dieci anni prima di imboccare la pista giusta. A dare le indicazioni necessarie fu il primo pentito del clan dei casalesi, Carmine Schiavone, morto proprio in questi giorni per una caduta dal tetto della sua casa di campagna.  Eppure molti segnali di quanto poteva accadere erano evidenti già prima di quell’11 ottobre del 1983. Tant’è che a Franco Imposimato era stata assegnata una scorta. E che il fratello giudice la sera dell’omicidio, davanti all’obitorio, continuava a ripetere come una cantilena “Al suo posto dovevo esserci io, al suo posto dovevo esserci io”.
In parlamento ci furono numerose interrogazioni. Il sottosegretario all’interno, l’onorevole Marino Corder, il 23 ottobre 1983, nel rispondere alle interrogazioni a nome del governo, diede l’impressione che si brancolasse nel buio. Non c’era alcuna pista, né sui mandanti, né sugli esecutori materiali dell’agguato. Lo fece notare l’onorevole Luciano Violante nella replica concessa agli interroganti. Il deputato del PCI criticò la visione governativa della camorra campana, considerata poco più che un conglomerato di piccole bande di malviventi di provincia. Lo stesso Violante alcuni mesi prima aveva lanciato l’allarme: la camorra era organizzata come la mafia siciliana; con una struttura piramidale, una cassa comune, una capacità imprenditoriale ad altissimi livelli, un controllo del territorio capillare e un vero e proprio esercito di uomini armati, capaci di imporre con la violenza le loro regole.
Non si sbagliava, tanto più che il clan Nuvoletta-Lubrano era anche diventato - come si è visto - uno degli avamposti dei siciliani sul territorio napoletano e casertano. Dagli anni ’60 la mafia siciliana aveva spostato suL litorale Domizio parte dei suoi traffici per il controllo dei contrabbando di tabacco, dopo che nel 1959 era stato chiuso il porto franco di Tangeri. E a questo si aggiungeva l’arrivo in Campania al soggiorno obbligato di diversi uomini d’onore siciliani: da Stefano Bontade a Totò Riina, da Salvatore Bagarella a Filippo Gioè Imperiale. Lo stesso Antonio Bardellino, capo del clan dei casalesi, fu affiliato a Cosa Nostra sin dal 1973-’74.

La sentenza di primo grado per l’omicidio di Franco Imposimato è arrivata dopo diciassette anni. Alla fine sono stati processati e condannati i mandanti Pippo Calò e Vincenzo Lubrano (morto nel 2007) e gli esecutori materiali, Antonio Abbate e Raffaele Ligato. Tutti condannati all’ergastolo con sentenza definitiva della Cassazione. Lorenzo Nuvoletta, uno dei mandanti, non è mai stato processato, perché morto prima che venissero riaperte le indagini.  

 IL RACCONTO DEI FIGLI GIUSEPPE E FILIBERTO


“Sì, racconta uno dei figli -  fu proprio una vendetta trasversale nei confronti di zio Ferdinando. Ma allora nessuno ci volle credere. Era uno dei primi casi. Ne abbiamo subite di mortificazioni negli anni. Alla nostra famiglia era stata assegnata per un certo periodo la scorta. A casa arrivavano telefonate mute a tutte le ore. Poi sotto casa passavano persone sconosciute, facce che non lasciavano presagire nulla di buono e che chiedevano a vari negozianti dove abitasse Franco Imposimato. Andarono a chiedere anche in fabbrica. Mio padre non voleva la scorta perché non riusciva a vivere in quel modo. Riferì a mio zio delle minacce. Mamma mi ha raccontato due anni fa che quando papà era minacciato e pedinato, la prima cosa che aveva fatto era stata quella di rivolgersi ai carabinieri. Non ricordo bene se era un maresciallo o chi altri, ma questo carabiniere ridendogli in faccia gli disse: “Eh’ vabbuò. Mò vieni tu e dici che sei minacciato. Ma chi ti credi di essere?”. Mio padre ci rimase male. Molto male. Non s’aspettava di essere preso per un visionario. Raccontò tutto a mamma. Anche perché quel carabiniere loro lo conoscevano. Dopo la morte di papà, questo stesso carabiniere, si presentò alla porta di casa per le indagini. Mia mamma non lo voleva far entrare. Gli rinfacciò le sue risate di scherno nei confronti di papà. Dovetti essere io a calmarla mentre continuava a inveire contro di lui. Ma ricordo ancora il periodo in cui papà aveva la scorta. La macchina dei carabinieri che ci seguiva, che ci veniva dietro quando andavamo a fare la spesa. La cosa durò circa quattro mesi. Poi un giorno papà disse: “Ma io non ce la faccio a vivere così. La scorta non voglio averla. Se mi devono fare qualcosa non voglio la responsabilità di fare ammazzare anche loro”. Non voleva coinvolgere altre persone. Era un suo chiodo fisso. Così ci rinunciò. Mamma, poi, negli anni, ha ripensato molto a questa cosa. E ne ha pianto. Se non avesse rinunciato alla scorta, continuava a dire, forse ora sarebbe ancora vivo. E certo chi doveva organizzare l’agguato, quando ha visto che non c’era alcuna protezione per la mia famiglia, ha capito di avere un compito più facile.  

“Mia madre riconobbe Antonio Abbate -  dice il figlio Giuseppe - uno dei killer che le sparò. Stava sul lato destro della macchina ed esplose due colpi diretti al torace. Uno di questi fuoriuscì dalla schiena fratturandole una costola e sfiorandole il cuore di qualche centimetro. L’altro, invece, rimase conficcato nel braccio sinistro. Quell’attentato continua a produrre effetti devastanti. Mia madre non ne è mai uscita psicologicamente, nonostante sia stata particolarmente forte in tutti questi anni.   Era impiegata anche lei nell’ufficio acquisti della Face Standard, come mio padre. Le lasciarono lo stesso posto. Adesso la fabbrica ha cambiato nome, si chiama MF distribuzioni. Operai e impiegati di quella fabbrica ci sono stati molto vicini. Tutti quelli che lavoravano con mamma e papà erano come una seconda famiglia per noi. Non parliamo poi di zio Ferdinando ( senatore Pc, scrittore, magistrato, regista, ultimamente candidato alla Presidenza della Repubblica per 5Stelle, un vero lustro per Madaloni N.d.R.  )   della moglie, Annamaria Giorgione, una famiglia originaria di Sessa Aurunca.  Certo, loro abitano a Roma, c’è la distanza, ognuno ha i suoi problemi, ma ci sono stati sempre vicinissimi”.
L’altro figlio Filiberto annuisce. E anche lui comincia a riordinare i ricordi: “Man mano che passava il tempo ci rendevamo conto che era accaduto qualcosa di grave. Anche perché da subito c’eravamo accorti che nella nostra vita mancava papà e invece era subentrata un scorta che da Caserta ci accompagnava a Maddaloni. A scuola ci venivano a prendere persone di famiglia o conoscenti. In seguito fu lo stesso personale della scuola ad accompagnarci. Ricordo, in particolare, due persone che per mesi fecero la spola dalla scuola a casa per noi: Salvatore Bucciero e Michele Santonastaso. Ne nacque una grande riconoscenza, un’amicizia intensa”.

 “Quando siamo cresciuti, le difficoltà sono aumentate. Ci sono stati problemi nella vita di tutti i giorni, accresciuti dalle difficoltà della vicenda giudiziaria che ci riguardava. Le indagini, il processo. All’inizio non si sapeva come fossero andate esattamente le cose. Non si conoscevano né i mandanti né gli esecutori dell’agguato. Ci sono stati anche tentativi di depistaggio. Si disse di tutto: che erano state le Brigate Rosse. Arrivò una telefonata all’Ansa di Napoli che rivendicava l’attentato, perché mio zio si era occupato anche di terrorismo. Poi si parlò di criminalità, ma non collegata ad alcun filone particolare. Poi, addirittura, si disse che era stata una vicenda di donne. Un classico, in questi casi. Il primo a parlare dell’assassinio di nostro padre, fu il pentito del clan dei casalesi, Carmine Schiavone.
“Per anni non si è saputo niente su chi erano gli autori dell’agguato, fino a quando non ne hanno parlato alcuni pentiti - dice Giuseppe Imposimato -  oggi affermato avvocato penalista - Mi chiedevo sempre: ma chi può essere che ha ucciso mio padre? Che faccia ha questa gente? Poi li ho incontrati gli assassini di mio padre. E successo in tribunale durante il processo. E non ho provato alcun sentimento di odio nei loro confronti. Solo indifferenza. Eravamo lì, perché con mio zio Ferdinando ci siamo costituiti parte civile. In più io facevo praticantato presso lo studio dell’avvocato Italo Madonna che era anche il nostro difensore nel processo. Un paio di volte li ho incrociati in aula. Lubrano mi venne vicino quando capì chi ero. L’avvocato mi diceva: “Qualsiasi cosa ti dicano, stai calmo, lascia perdere”. Ma è stato Vincenzo Lubrano ad avvicinarmi con insistenza: “Voi mi dovete credere - mi disse - io non c’entro niente. Sul bene che voglio a mio figlio che è morto”. Era accompagnato da un infermiere, per via del suo stato di salute. Mi fece vedere la foto del figlio e continuò a ripetere: “Mi dovete credere, mi dovete credere, io non c’entro niente”. Poi maledì Abbate. “Per colpa di quello - disse - hanno ucciso mio figlio”.  Poi ho incontrato anche l’altro che scappò in Germania, che si presentò a Santa Maria Capua Vetere sulla sedia a rotelle, Raffaele Ligato. Lo ammetto: dopo ho riflettuto e mi sono detto che in quell’occasione avrei potuto dirgli almeno le cose che pensavo. Gli avrei voluto dire che nonostante uno come lui si fosse arricchito, e si permettesse di esercitare violenza su tutto e tutti e finanche uccidere, in fondo non valeva la pena vivere una vita così”.  “Io, invece, le ho maledette quelle persone - confessa con un filo di rabbia Filiberto Imposimato - perché alla mia famiglia hanno rovinato la vita. E, soprattutto, quando penso alla sofferenza di mia madre, proprio non li perdono”.


Maria Luisa Rossi è morta il pomeriggio del 5 febbraio 2008, dopo un ennesimo ricovero in ospedale. Di tumore. Da quel giorno di ottobre dell’83 non era più guarita. Franco Imposimato il 19 dicembre di quel 1983 avrebbe compiuto 44 anni. La storia di Francesco Imposimato è raccontata nel libro di Raffaella NotarialeSegreto criminale”  edito da Newton nel 2010.  Nel 2011 è stato inaugurato a Pignataro Maggiore  il “Polo civico Franco Imposimato”, nel bene confiscato al boss Raffaele Ligato.  Il nastro dell’inaugurazione fu tagliato dal sindaco Raimondo Cuccaro con i figli di Franco Imposimato (Giuseppe e Filiberto), alla presenza di varie autorità civili, religiose e militari.  La vicenda di Francesco è anche ricordata nel “Dizionario enciclopedico delle Mafie in Italia” apparso per Castelvecchi nel 2013. Nell’ottobre 2013,  in occasione dei trent’anni dall’omicidio di Francesco Imposimato il comune di Maddaloni ha voluto ricordare con diversi eventi la figura di questo suo illustre cittadino. Tra le iniziative previste figura la presentazione di un volume dedicato al sindacalista e l’organizzazione di una mostra artistica.





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