lunedì 6 aprile 2015

IL FATTO ACCADDE AD AVERSA IL 20 LUGLIO DEL 1949




UCCISE IL COGNATO – NON FU RITENUTO UN DELITTO D’ONORE   


Il fatto

La sera del 20 luglio del 1949, in Aversa, Ferdinando Lavagna, esplodeva all’indirizzo di Ferdinando Cirillo,  di anni 40,   suo cognato, marito di sua sorella Speranza, diversi colpi di pistola cagionandone la morte per lesioni ai polmoni e al cuore. Dopo alcune ore di latitanza si costituì ai carabinieri. Il 9 giugno del 1949 il Lavagna aveva presentato querela contro il Cirillo assumendo che lo stesso nei primo giorni di settembre del 1948 aveva con violenza abusato della figliola Nunziata di anni 18 che con lui conviveva. Di tale fatto,  esso Lavagna,  era venuto a conoscenza il primo giugno  in occasione dell’ostinato rifiuto della Nunziata a fidanzarsi con un giovane del posto, le cui  ottime referenze avevano  lusingato i genitori di lei.

Il fantasioso racconto della fantomatica violenza sessuale

Costretta fornire adeguata spiegazione di tale strano comportamento, la ragazza aveva finito col confessare di essere stata posseduta – con violenza – dallo zio Ferdinando Cirillo,  in un pomeriggio del settembre in assenza della zia Speranza chiamata – per  le sue qualità di levatrice – al letto di una partoriente. Quel pomeriggio  la ragazza – che  da molti mesi era  ospite della zia - cui era stata affidata per le sue buone condizioni finanziarie – dalla sua famiglia di origine  - si era messa a riposare accanto alla zia ed era caduta in un sonno profondo. Era stata svegliata dalle insistenti carezze del Cirillo il quale, in mutandine, gli faceva premessa dci darsi invitandola a non resistergli. Ella era balzata dal letto  ed aveva raggiunto la porta ma l’aveva trovata chiusa a chiave notando altresì che i finestrini sovrastanti l’ingresso erano stati sbarrati di guisa che le sue grida invocanti aiuto erano rimaste inascoltate. Aveva messo tra se e l’ingresso un tavolo intorno al  quale – per non farsi prendere  - aveva girato per circa due ore. Era caduta, infine,  esausta inciampando in una sedia che l’astuzia dell’altro aveva frapposto sul percorso. In quel momento aveva perduto la coscienza e la…verginità e quando – qualche ora dopo era rinvenuta aveva notato sulla camicia evidenti tracce di sangue. Lo zio presente al suo risveglio – continuò il suo fantasioso racconto la giovane Nunziata -   le aveva ingiunto – pena la vita – di non rivelare ad alcuno l’accaduto. Giustificava il ritorno a casa sua per la madre che aveva assunto il posto di domestica presso la locale caserma di pubblica sicurezza. Venuto a conoscenza dell’accaduto il padre aveva fatto visitare la ragazza dal Dr. Luigi Gallo, ginecologo, da Aversa,   il quale,  dopo alcuni attenti esami, con referto del primo giugno di quell’anno,   diagnosticò che effettivamente la ragazza era stata  “deflorata”.

La difesa del presunto seduttore 

Intanto, (prima ancora che venisse presentata contro di lui la querela) Ferdinando Cirillo, preoccupato per le gravi minacce che il cognato direttamente e per interposte persone gli faceva pervenire – nonostante le sue reiterate proteste di innocenza -  e le affermazioni che il racconto fatto dalla ragazza costituiva un affastellamento di evidenti menzogne – presentava un esposto al locale ufficio di pubblica sicurezza – dopo aver reso note le minacce di morte alle quali, per vari giorni, veniva fatto segno. E fatto presente che il Lavagna intendeva consumare ai suoi danni una volgare estorsione e chiedeva, pertanto agli organi di polizia una adeguata protezione e  nello stesso tempo invitava l’Autorità Giudiziaria a diffidare il Ferdinando Lavagna perché desistesse dal suo atteggiamento ingiusto e facesse valere le sue ragioni dinanzi al magistrato competente.
I carabinieri, in possesso della querela del Lavagna, eseguite le dovute indagini – a conclusione delle quali avanzavano la ipotesi che il Cirillo fosse  vittima di una calunniosa manovra del Lavagna, intesa ad estorcere danaro al cognato, che viveva agiatamente, sia per la professione di ostetrica della moglie e sia per quello che lui possedeva che gli consentivano di vivere di rendita.  I carabinieri – evidentemente intuendo – ritenevano infondata la querela affermando, tra l’’altro, che data l’ubicazione della casa del Cirillo (posta al centro abitato di Aversa in zona signorile) – se la ragazza avesse gridato ( così come aveva affermato nel suo fantasioso racconto dello stupro) le sue invocazioni sarebbero state necessariamente raccolte dalle numerose persone abitanti nello stesso cortile. Che la ragazza stessa era indicata vox populi  come dedita a facili amori ed aggiungendo che doveva reputarsi rispondenti a verità quanto aveva affermato il Cirillo che cioè la Nunziatina si era allontana dalla casa degli zii perché insofferente dei continui richiami che gli stessi le facevano e dei divieti che volta per volta le ponevano di non frequentare determinate persone e determinati ambianti.  Verificatosi l’omicidio,  gli stessi carabinieri scagionarono  ancora una volta l’ucciso da ogni colpa. Nel corso delle indagini si appurò che la condotta della giovane aveva più volte provocato i rimproveri della zia Speranza che avvertiva in pieno la responsabilità delle sue funzioni di seconda madre della ragazza e che costei,  alla fine, stanca degli interventi della zia, e della presso il padre e dei richiami cui veniva frequentemente sottoposta aveva preso in uggia la casa del Cirillo ed aveva fatto ritorno preso i suoi a Capua, affinché, nell’assenza costante di costoro, potesse vivere più liberamente e comportarsi secondo i propri capricci e coltivare i suoi numerosi amorazzi.   

 Il racconto dell’assassino

Quando furono note le accuse e le minacce  rivolte dal Lavagna al Cirillo,  buoni amici si interposero per persuadere  il Lavagna che quanto la figlia gli aveva raccontato non corrispondeva a verità. Gli fu fatta ancora una volta il nome dell’Arpaia – ma si accontentò delle proteste di innocenza di costui nonostante gli episodi che gli erano stati riferiti. La stessa voce del figlio Costantino, che  accusava la sorella di soverchie tenerezze per l’Arpaia rimase inascoltata.
Quando Aniello Romanucci, capo della Squadra Giudiziaria dei carabinieri lo interrogò,   Ferdinando Lavagna disse di essere stato spinto al delitto  per ragioni di onore. Riferì, inoltre, che dopo aver appreso della violenza  subita dalla figlia aveva invitato il cognato ad allontanarsi da Aversa – perché lo sdegno ed il dolore non si rinnovassero in lui – ad ogni incontro e non gli facessero sorgere nell’animo propositi delittuosi. Raccontò, poi, che si era finanche rivolta ad un avvocato (ma lui credeva veramente che la figlia era stata sedotta dal cognato), per la persecuzione penale del responsabile e si sarebbe appagato del pronunziato del giudice ove il Cirillo avesse serbato un contegno prudente che denotasse pentimento del malfatto. Il Cirillo, invece, aveva tenuto un comportamento provocatorio, manifestandogli nei molteplici incontri – resi inevitabili dalla vicinanza delle rispettive abitazioni – derisioni, disprezzo, con sorrisi beffardi ed evidenti allusioni.

Questa è la pistola,   vendica il tuo onore, uccidi tuo zio!
Il Sen. Avv.to Pompeo Rendina,  con il nostro direttore( a destra ) 

Si era, allora, fatta strada nella sua mente l’idea del delitto. In un primo momento gli era sembrato naturale che fosse la figlia a vendicare il suo onore ed all’uopo aveva acquistato una rivoltella dall’armiere Luigi Perletti di Aversa,  impartendo alla figlia lezioni sul maneggio dell’arma. La Nunziatina, però, si era dimostrata incapace all’uso della rivoltella. Il giorno 20 luglio del 1949, mentre portava in giro la sua merce col carrettino, si era imbattuto nel Cirillo che innanzi alla vendita di tabacchi Sapio fumava in compagnia di amici. I loro sguardi si erano incontrati e negli occhi del Cirillo aveva letto le provocazioni di sempre. In preda all’ira era corso a casa  ad armarsi ma ritornato sulla strada era riuscito a dominarsi. Riavvicinandosi sulla via del ritorno al luogo dove poco prima aveva visto trattenersi il Cirillo, aveva lanciato, ripetutamente la voce delle sue mercanzie nella speranza che quegli si allontanasse. Il Cirillo, però – sempre secondo la sua versione dei fatti – aveva continuato a guardare in segno di sfida. Quando si era trovato a pochi metri da lui il Cirillo gli aveva riso in faccia. Aveva egli allora estratto la rivoltella ed aveva fato fuoco contro l’avversario  e lo aveva rincorso quando aveva cercato scampo nella fuga. Consumato il delitto si era rifugiato in Lusciano presso il cognato Antonio Melito, decidendo di costituirsi ai carabinieri soltanto dopo aver saputo che il cognato era deceduto. A contestazione negava di essere stato informato dalla sorella o da altri della condotta frivola della figliola.

Parlano la moglie e la figlia dell’assassino


Oltre ai testimoni: Almerindo de Cristofaro, Carlo Tammaro, Giovanni Manna e Gabriele Lucarelli furono subito interrogati i diretti protagonisti della scabrosa vicenda. La moglie, Fiorentina Melito, in proposito – dichiarò che  quando era venuta a conoscenza di quanto aveva commesso il  Cirillo ella ed il marito avevano tentato la via dell’accomodamento per soffocare lo scandalo nel comune interesse, ma il Cirillo alla richiesta di dotare congruamente la sua vittima si era irrigidito in un netto rifiuto. Il marito aveva infatti presentato querela – senza però abbandonare il proposito di ottenere dal colpevole ampia soddisfazione economica. Il Cirillo aveva perseguito nel suo atteggiamento provocatorio onde lei non era riuscita a distogliere il marito dai suoi propositi omicidi. Negava la Melito dei rapporti -  men che corretti – tra la figlia e l’Arpaia e negava, inoltre, di essere stata mai informata della condotta leggera della figliuola stessa.

La figlia,  Nunziatina Lavagna, confermava di essere stata violentata dalla zio e negava di avere avuto rapporti intimi con altri uomini precisando che l’Arpaia era soltanto “un amico di famiglia”.
A prescindere  – lasciando giustamente ai magistrati il compito di individuare le singole responsabilità -  i carabinieri comunque denunciarono Ferdinando Lavagna per omicidio premeditato aggravato; la moglie Fiorentina Melito, e la figlia Nunziata, per concorso nel delitto nonché  Alfredo Arpaia, l’amico di famiglia che nell’immediato dopo guerra era diventato socio del Lavagna che aveva addirittura rinunciato al posto di spazzino nel comune di Napoli per commerciare prodotti assieme a lui. Ma quando gli affari erano andati male entrambi chiesero un prestito a Ferdinando Cirillo di circa 30 milioni che questi negò per le pessime referenze dei due. Di qui l’ipotesi del rancore e del ricatto e non della violenza sessuale ed infine il barbaro delitto.     

 
On. Sen. Avv. Pompeo Rendina 

  

Il processo


La Corte di Assise di S. Maria C.V.  condannò a 21 anni di reclusione il padre,  a 14 la figlia Nunziata,  ed assolse la moglie,  Fiorentina Melito,  per insufficienza  di prove,  dal concorso in omicidio  premeditato aggravato.


Chiusa l’istruttoria formale, il Procuratore Generale chiedeva il rinvio a giudizio del solo Ferdinando Lavagna, nato a Capua, di 51 anni per omicidio volontario aggravato e il proscioglimento della  figlia, Nunziata Lavagna, di anni  18 e della  moglie, Fiorentina Melito, di anni 48  e di Armando Arpaia,  tutti accusati   di concorso in  omicidio volontario, avvenuto  il 20 luglio del 1949, in danno di Ferdinando Cirillo per insufficienza di prove. Il P.G. pur ritenendo calunniosa l’accusa posta in essere dalla Nunziatina Lavagna, nei confronti di Ferdinando Cirillo, assumeva che Ferdinando Lavagna aveva agito nell’opinione che il Cirillo fosse colpevole della violenza carnale addebitatogli. La Sezione istruttoria riteneva,  invece, che il Lavagna – consapevole della calunnia,   mossa al cognato, di concerto con i suoi congiunti,  aveva tentato di estorcere denaro  al Cirillo e si era deciso al delitto,  quando aveva avuto la certezza dell’irranggiugibilità della sua pretesa.  La Corte di Assise di S. Maria C.V.  (Presidente Pietro Giordano, a latere Victor Ugo De Donato, pubblico ministero Pasquale Allegretti) con sentenza del 26 ottobre del 1951,  condannò a 21 anni di reclusione il padre,  a 14 anni  la figlia Nunziata,  ed assolse la moglie,  Fiorentina Melito,  per insufficienza  di prove,  dal concorso in omicidio  premeditato aggravato. Il pubblico ministero d’udienza aveva chiesto l’ergastolo per il Lavogna e l’assoluzione per la moglie e la figlia. Alla difesa si schierarono gli avvocati impegnati: Ciro Maffuccini e  Giuseppe Garofalo. Per la parte civile gli Avv.ti  Pompeo Rendina e Enrico Altavilla. Non soddisfatti della sentenza ricorsero in appello sia il pubblico ministero che gli imputati.  La difesa insisteva per il riconoscimento delle attenuanti generiche e della provocazione nonché  dei motivi di particolare valore morale e non ritenuta la aggravante della premeditazione. La difesa lamentava anche la mancata assoluzione della Nunziatina per non aver commesso il fatto. Il P.M. insisteva per una condanna all’ergastolo per Lavagna,  e la condanna  per concorso per tutti gli altri.  La Corte di Assise di Appello  (Presidente Giuliano La Marca, a latere Antonio Grieco), emise una sentenza di appello il 12 dicembre del 1953, confermando la pena di 21 anni per il padre e riducendo la pena per la figlia a 6 anni e 8 mesi. Dal canto suo il pubblico ministero d’udienza, il procuratore generale Michele Conti, era di parere diverso e disse che effettivamente il Cirillo aveva avuto rapporti sessuali con la nipote ma erano consensuali e la Nunziatina escogitò la violenza per non voler confessare di essersi data volontariamente  allo zio. Questa tesi – confutarono i giudici di appello – deve essere rigettata. Se la congiunzione fosse stata consensuale la ragazza non avrebbe avuto nessuna ragione per lasciare la casa dello zio al quale - dietro promessa di compenso -  si sarebbe concessa. Il Cirillo pretese che un confronto si svolgesse tra lui e la nipote in casa di Paolo Lavagna, fratello di Ferdinando ed il Paolo Lavagna informò  che la Nunziatina – pur mantenendo l’accusa – non ebbe il coraggio di guardare in faccia lo zio e mantenendo costantemente lo sguardo rivolto per terra. Il padre era convinto delle accuse della figlia allo zio “ non potendo giustificare il suo rifiuto di fidanzarsi con un giovane del posto, di buona famiglia,  figlio di un  sarto di Aversa,  che abitava abbasso alla scesa,  (che per un certo tempo avrebbe frequentato la casa del Lavagna) di cui non si è fatto mai il nome nè nella querela né negli  atti successivi è venuta a mancare la possibilità di qualsiasi  controllo di veridicità.  La gente aveva informato che Nunziatina era stata vista varie volte a Napoli assieme all’Arpaia. “Infondata e calunniosa – scrissero nella loro sentenza i giudici di secondo grado  – deve ritenersi l’accusa della deflorazione; che il Cirillo aveva amorevolmente accolta in casa e curata la nipote senza alcuna differenza tra lei ed i suoi stessi figli; che autore della violenza doveva ritenersi tale Alfredo Arpaia che aveva saputo irretire la volubile e corrotta  - sul cui onore i genitori  e l’Arpaia avevano inteso realizzare una piccola fortuna e risollevare in tal modo le loro sorti malferme”. Ed ancora, “il Cirillo, sotto l’urto dello scandalo agitato introno al suo nome, avrebbe finito col cedere versando una congrua somma a tacitazione delle loro losche pretese. Riferivano infatti i carabinieri – scrivono ancora i giudici di appello – che la  Nunziata frequentava la casa dell’Arpaia – socio del padre in affari e noto per la sua tendenza ad amori extraconiugali – ed era stato una volta sorpreso dal fratello Costantino Lavagna in compromettente dimestichezza con l’Arpaia stesso tra le braccia del quale era stata vista da altri e che circa un anno prima  - all’epoca in cui esso Arpaia era stato accoltellato dalla moglie di Costantino Lavagna, (fratello di Nunziatina), per avere ripetutamente attentato al suo onore, la Nunziatina si era recata – come una forsennata – al capezzale dell’Arpaia gridando…”Alfredo…Alfredo che ti hanno fatto?”, provocando con tale contegno il risentimento di un cugino, il primo figlio del Cirillo, il quale le aveva chiesto: “Ma perché piangi così,  è forse questo il tuo amante?”. 

Ma i giudici di appello approfondirono ancora la vicenda e scoprirono che già nel  primo interrogatorio reso al magistrato inquirente il 22 agosto – nello stesso giorno in cui veniva interrogata la figlia – il Lavagna simulava la denuncia di stupro. Inoltre, dopo oltre un mese e dopo che anche la moglie era stata interrogata il Lavagna chiese di essere nuovamente sentito ripetendo così la narrazione dello stupro violento, narrazione arricchita da nuovi particolari, ma con ritrattazione di circostanze già ammesse innanzi ai carabinieri.  Tuttavia una perizia appositamente ordinata accertava che la Nunziatina era stato deflorata – in epoca non potuta precisare – pur non essendo adusata al coito aveva avuto però un certo numero di congressi carnali non superiore ai quattro o cinque.  






 

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