domenica 22 novembre 2015

CAINO E ABELE A FRANCOLISE   
UCCISE IL FRATELLO CON UN COLPO DI PISTOLA ALLA TESTA
POI FUGGI’ ARRUOLANDOSI  NELLA LEGIONE STRANIERA-

LA PUBBLICA ACCUSA CHIESE L’ERGASTOLO. LA CONDANNA FU DI ANNI VENTI. CONFERMATA ANCHE IN APPELLO.  VENNERO ACCUSATI I FRATELLI DELLA EX FIDANZATA MA ERANO INNOCENTI. UNA LETTERA ANONIMA FECE INDIRIZZARE LE INDAGINI NELLA DIREZIONE GIUSTA. IL FRATRICIDA ERA SERGENTE DELL’AERONAUTICA  E LAVORAVA IN UNA STAZIONE RADIO MILITARE ACCADDE  TRA S. ANDREA DEL PIZZONE E FRANCOLISE IL 25 MAGGIO DEL 1947













Francolise – Un delitto barbaro, inumano, un reato odioso: il fratricida. La sera del 25 maggio del 1947, tale Salvatore Di Maio, mentre verso le 22:15 rientrava in bicicletta da S. Andrea del Pizzone  diretto a Francolise,  veniva in località “Bottazzi” fatto segno a due colpi di pistola, di cui uno, lo rendeva all’istante cadavere. Addosso al cadavere   venivano l’indomani rinvenuti  dai carabinieri il portafogli contenente tra l’altro lire 15.000 e l’orologio da braccio di notevole valore.  Nei pressi del cadavere venivano trovati due bossoli per pistola automatica calibro nove. Escluso - per il ritrovamento delle cose del Di Maio che l’omicidio fosse stato consumato a scopo di rapina (in quanto alla bicicletta della vittima l’uccisore si era verosimilmente impossessato solo per allontanarsi più rapidamente dal luogo del delitto) i carabinieri, poiché i familiari dell’ucciso avevano fatto presente che questi era stato per qualche tempo fidanzato con tal tale Maria De Simone da S. Andrea  del Pizzone e che,  rotto tale fidanzamento,  i familiari della De Simone avevano pronunciato parole di minaccia all’indirizzo del Di Maio  stesso, indirizzavano le indagini nei confronti dei fratelli della De Simone, Luigi, Domenico e Carmine è tratto il convincimento che costoro fossero stati gli assassini li denunciavano con rapporto del 14 giugno 1947 “quale sospetti autori dell'omicidio in persona del Di Maio”.


La vicenda, però, come vedremo era andata ben diversa. La prova d’accusa a carico dei fratelli De  Simone si dimostrava però infondata anche perché il fidanzamento della loro sorella con l’ucciso risaliva a molti anni addietro e perciò con ordinanza del 19 dello stesso mese veniva disposto la loro scarcerazione. Nel corso dell’ulteriore istruzione perveniva alla procura della Repubblica del tribunale di Santa Maria Capua Vetere un anonimo nel quale si indicava come autore dell’omicidio il fratello dell’ucciso Carmine Di Maio.  Accurate indagini venivano perciò espletate dai carabinieri di Sessa Aurunca che confermavano la fondatezza dell’anonimo, mettendo in luce che il delitto era stato consumato dal Carmine Di Maio per motivi di interesse. 



Si emetteva, di conseguenza, mandato di cattura contro detto Di Maio ma costui si rendeva latitante risultando, dopo un certo tempo, espatriato in Francia ed arruolato nella Legione Straniera. Gli inquirenti osservarono che le diverse circostanze indicavano chiaramente che proprio l’imputato era stato l’uccisore del fratello Salvatore e come la stessa madre dei protagonisti della terribile vicenda dimostrò il contegno osservate nel momento in cui veniva interrogata.  Risultò infatti che l’imputato, non appena venuto a conoscenza a mezzo dei  propri genitori che  erano stati informati (per la verità poco cautamente) dallo stesso maresciallo dei carabinieri di Sant Andrea che in un anonimo, pervenuto dalla Procura della Repubblica al predetto maresciallo lo si accusava dell’omicidio in persona del fratello, immediatamente scomparve dalla propria abitazione l’indomani stesso, senza avvertire alcuno dei suoi familiari che di fatto pensarono  che egli,  così come tutte le mattine,  si era recato al lavoro dove era di stanza quale sergente d’aviazione presso una stazione radio. Questo repentino allontanamento dal paese e dal proprio reparto, messo in relazione allo immediato espatrio in Francia e dall’arruolamento nella Legione Straniera bastarono agli inquirenti  per far ritenere che effettivamente esso Di Maio si era reso colpevole dell’uccisione del fratello. 



Basta considerare in proposito che l’accusato attraverso le parole dei propri genitori non aveva potuto sapere altro che in un anonimo lo si indicava quale autore dell’omicidio e che il maresciallo dei carabinieri aveva invitato in caserma i suoi genitori. Ebbene il semplice sospetto che le indagini si indirizzavano verso di lui gli fu sufficiente per espatriare addirittura compromettendo la sua carriera la stessa sua vita ed accettare perfino l’ingaggio nella Legione Straniera e quindi un lungo periodo di stenti e di pericoli nei possedimenti coloniali francesi. Non gli sarebbe stato difficile invece se effettivamente fosse stato innocente, di dimostrare,  come assumono i suoi genitori, che egli la sera del delitto si trovava  a Roma;  tanto più se egli si era portato colà per disbrigo di certe sue pratiche relative al suo reimpiego nelle aeronautica militare (poi effettivamente arruolatosi). La verità è  - osservarono gli inquirenti - che il viaggio a Roma non è che un alibi da lui stesso predisposto e prospettato in seguito dai suoi genitori.  Alibi che però è del tutto inesistente in quanto egli il giorno dell’omicidio non si trovava affatto a Roma ma soltanto allo scalo ferroviario del suo paese dove peraltro giunse da solo giacchè  suo padre e sua sorella Elena,  con i quali si era accompagnato col birroccino, lo lasciarono   nei pressi della stazione proseguendo  poi per il vicino comune di Petrulo.

 Che egli,  il giorno del fatto,  non si fosse recato a Roma, lo si evince chiaramente anche  dal fatto che i telegrammi spediti per informarlo della tragica morte del fratello non lo raggiunsero e che egli non si fece vedere in quei giorni da alcuno dei suoi parenti ed amici che normalmente   lo ospitavano nei suoi soggiorni romani.  Lo si evince ancora dal fatto che egli non osò ritornare al paese neppure per il giorno in cui si sarebbe dovuto celebrare il matrimonio della sorella Elena alla quale – nell’accomiatarsi nei pressi della stazione - aveva invece promessa la sua presenza con dei regali che non avrebbe mancato di acquistarli a Roma. In base a queste circostanze ed al fatto che i due colpi esplosi erano di una pistola in dotazione esclusivamente ai militari era  da ritenersi che l’imputato – chiarirono ancora gli inquirenti attraverso le diligenti indagini – che egli, predisposto l’alibi del viaggio a Roma, cui aveva dato maggiore consistenza l’essersi egli fatto notare allo scalo ferroviario dal brigadiere dei carabinieri Mario Corbelli,  al quale pur conoscendolo solo di vista, aveva dichiarato spontaneamente di recarsi a Roma,  ritornò invece verso la propria abitazione ed appostato dietro ad un albero, lungo la strada che egli ben sapeva che il fratello di ritorno dalla casa della fidanzata avrebbe dovuto percorrere, attese lo sventurato germano esplodendogli  contro, non appena egli fu a tiro  un colpo di pistola e poi vistolo cadere a terra, quel secondo colpo a distanza ravvicinata che doveva fracassargli il cranio. 




Nè  può dirsi che sia rimasto oscuro il movente del delitto. Al contrario, rimase accertato che l’assassino a differenza del fratello ucciso,   specie all’epoca del fatto, era  inviso ai suoi genitori per il suo carattere violento ed il suo nervosismo acuito dal fatto  di essere allora da tempo in attesa di riempiego: egli per procurarsi del denaro non esitava neppure  - come dichiarò la madre nel corso degli interrogatori - a rubare del grano alla famiglia; la sua indole violenta era in passato esplosa brutalmente come quando aveva lanciato contro il fratello Vincenzo (deceduto poi in guerra) una scure ferendolo alla spalla.  Negli ultimi, tempi reduce dall’Africa, si era maggiormente innervosito nutrendo rancore verso il fratello Salvatore cui nella sua assenza era stata riservata una posizione dominante alla amministrazione  del piccolo patrimonio familiare e quindi come risultava dalle indagini dei  carabinieri, un trattamento di favore in previsione delle prossime nozze. Il delitto se anche non può considerarsi commesso per futili motivi non essendo tali di per sé stessi motivi di interessi che determinarono l’imputato ad aggredire il proprio fratello era da ritenersi tuttavia consumato con una volontà omicida. L’intenzione di uccidere agevolmente si deduce infatti dalla potenzialità dell'arma usata; dalla reiterazione dei colpi, di cui uno esploso a brevissima distanza, probabilmente quando il fratello era caduto a terra insieme con la bicicletta a seguito del primo improvviso sparo; dalla regione vitalissima del corpo della vittima, presa di mira. L’omicidio bene fu ritenuto premeditato in quanto esso si presentava quale attuazione di una idea freddamente maturata nell’anima del colpevole attentamente preparate nei suoi  particolari: come la scelta dell’ora in cui la vittima era solita rincasare da sola; la scelta del luogo, poco frequentato; l’appostamento, la stessa premeditazione dell’alibi non lasciarono dubbi: fratricida.



 La pubblica accusa chiese l’ergastolo. La condanna fu di anni venti. Confermata anche in appello.




 Al termine della formale istruttoria il pubblico ministero concludeva per il rinvio a giudizio del Di  Maio ed il proscioglimento  dei fratelli De Simone “per non aver commesso”. Con sentenza del 27 settembre del 1951 il giudice istruttore disponeva in conformità rinviando al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere il Carmine Di Maio per rispondere del delitto di omicidio in persona del fratello Salvatore,  con le aggravanti della vincolo di parentela. Nel corso delle indagini l’imputato risultava irreperibile e fu dichiarata la sua contumacia. La Corte di Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, composto dal presidente Giovanni Morfino,  dal giudice a latere, Victor Hugo de Donato e dai giudici popolari: Tommaso Zampa, Pasquale Cacciapuoti, Luca Marzano, Ettore Borsi, Egidio Mastrominico,  che giudicava il fratricida in contumacia, ascoltato il pubblico ministero che aveva chiesto, al termine della sua requisitoria, la pena dell’ergastolo e gli avvocati difensori,  Vincenzo Fusco e Francesco Lugnano, che avevano prospettato il minimo della pena e la concessione delle attenuanti generiche nell’emettere il suo verdetto di condanna premise che  “malgrado la intrinseca gravità e odiosità del fatto,  sintomatica la sua fuga e l’arruolamento nella Legione Straniera - la Corte ritiene di dover concedere allo imputato le attenuanti generiche in considerazione dei suoi precedenti militari e dal lungo servizio prestato in zona di operazioni e del conseguente stato di nervosismo derivatone allo imputato stesso che gli fu tra l’altro vittima anche di un naufragio durante il periodo bellico come la di lui madre ha oggi ricordato in conseguenza la pena dell’ergastolo comminata può essere sostituita dalla pena della reclusione che può essere fissata nei minimi anni venti”. Per i nostri lettori più giovani chiariamo che  “la Legione Straniera” è una sorta di esercito speciale, un corpo scelto di soldati volontari alle dipendenze della Francia, che nel loro credo riuniscono valori di abnegazione, sacrificio e spirito di corpo. La legione è formata da 11 reggimenti e venne creata durante la guerra d’Algeria del 1831. Chiunque può arruolarsi, anche in forma assolutamente anonima, e infatti ci sono uomini di diversa nazionalità e specie, tutti uniti sotto il Kèpi, il tipico copricapo bianco. La vita militare di un legionario però non è per tutti.

 Chi è partito per spirito di avventura spesso si è trovato a disertare poco dopo proprio per lo stesso motivo, in quanto la libertà viene ridotta di molto, e può risultare dura la vita da caserma e la disciplina imposta. Legio Patria Nostra (la Legione è la nostra Patria) è il motto. La pena di venti anni di reclusione però   fu confermata anche dalla Corte di Assise di Appello di Napoli (Presidente, Giulio La Marca, giudice a latere, Antonio Grieco, pubblico ministero, procuratore generale, Emanuele Montefusco) nonostante il pubblico ministero però avesse chiesto nuovamente la pena dell’ergastolo.





  




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