domenica 13 dicembre 2015


RACCAPRICCIANTE DELITTO D’ONORE
UCCISE CON UNA SCURE IL SEDUTTORE DELLA FIGLIA


Il cruento fatto di sangue accadde a Prata Sannita il 31 maggio del 1951


 


Era vedova ma in paese si mormoravo che fosse innamorata del fidanzato della figlia. Si fece prestare l’arma del delitto da un suo vicino e spaccò in due la testa al giovane. Sottoposta a perizia psichiatrica fu riconosciuta “capace di intendere e volere”.  Era nota nella zona   con l’appellativo di  “Mazzutessa” ed  era additata da tutti come una “bocca di rosa”… rozza e provocante, una bellezza che attirava gli uomini come moscerini…




Prata Sannita - Carolina Maddalena, vedova trentanovenne, conosciuta con l’appellativo di “Mazzutessa”, da tutti indicata come una “bocca di rosa” della zona,  uccise con due colpi di scure, inferti sul lato sinistro del cranio, il giovane ventisettenne Giuseppe Martellino, che si trovava ospite nella sua casa. Il delitto accadde nelle prime ore del 31 maggio del 1951, a Prata Sannita, (piccolo e tranquillo paese dell’alto casertano). Il movente dell’efferato crimine era  da ricercarsi nel fatto che la vittima, dopo aver violentato Dora Elisa Cenami, figlia minorenne della donna, con la promessa di sposarla,  aveva poi rifiutato. La scena del crimine - dalle prime indagini esperite sul posto – rappresentava il raccapricciante delitto in tutta la sua crudeltà. Il cadavere mostrava  due lunghe profonde e quasi sovrapposte ferite sul cranio, giaceva bocconi insanguinato su di un lettino nella stanza attigua alla cucina. Per metà su di un lettino era coperto dalle coltri e indossava soltanto una camicia, un pullover, mutande e calzini. Su di una sedia, ai piedi del letto, era poggiata una camicia, un paio di pantaloni ed a terra le scarpe.  Il corpo del giovane era in posizione orizzontale poggiato alquanto sul fianco destro quasi bocconi. Il  pullover di lana  era macchiato di sangue al pari del resto del viso del collo e del braccio sinistro che pendeva fra il muro ed il lato destro del lettino. Qua e là sulle pareti del pavimento, su di un tavolo e finanche sul soffitto, si contavano macchie di sangue frammiste talune a materia cerebrale. Nella stessa camera, una sedia su cui era appoggiato la camicia di recente stirata nonché un paio di pantaloni.  Non si notava alcun segno che avesse potuto far pensare che il crimine fosse stato preceduto da colluttazione. Nell’attigua cucina  vi era una tinozza con dell’acqua sporca di sangue. Nella camera sottostante, quella dov’era il cadavere, cui si accedeva attraverso una botola cui faceva capo la scaletta di legno, era invece in disordine il letto matrimoniale dov’era solito dormire la donna insieme con la figlia. La porta della stanza che  dava sulla strada era aperta, al pari di quella che dalla soprastante cucina portava su altra strada. Altri particolari, del difficile evolversi degli eventi prima del delitto, vennero alla luce durante le indagini dei carabinieri e nel corso dell’istruttoria. Fu acclarato che,  verso la fine del 1950, cioè cinque mesi prima del delitto, il giovane Giuseppe Martellino si era allontanato da Venafro, contro la volontà dei genitori, stabilendosi in Prata Sannita, ove aveva ottenuto un posto di falegname presso la “Società Cartaria” di quel luogo. Nel gennaio e nel successivo febbraio del 1951, aveva avuto occasione di conoscere la diciassettenne figlia dell’imputata Dora Cennami, con la quale aveva finito col fidanzarsi col consenso della di lei madre Maddalena, la quale, lo aveva accolto in casa sua e lo aveva fornito di vitto e alloggio. Vi è da premettere che, secondo i carabinieri, Carolina Maddalena era una donna di facili costumi e schedata come prostituta e spesso si assentava da casa per intere giornate. Fu in una di quelle circostanze che i due giovani, lasciati senza alcuna sorveglianza, come era dato prevedere, a causa della stessa coabitazione, non tardarono a compiere l’irreparabile. Il desiderio della Maddalena, però,  di vedere sistemato la figliola divenne ancora più forte quando apprese che costei era stata sedotta e difatti si preoccupò di approntare i documenti del matrimonio e di acquistare materassi ed altri effetti di biancheria.

 Il 13 aprile i due giovani scambiarono promesse di nozze e la Maddalena non mancò di esaudire un desiderio espresso dal Martellino versandovi la somma di lire 85.000, che gli permise di acquistare un ciclomotore. Ma più tardi il Martellino, che nel frattempo era rimasto disoccupato, per chiari segni, fece capire che intendeva rompere quella relazione. Se ne andò infatti a Venafro e sembrò che non dovesse fare più ritorno. Nel corso dei lunghi interrogatori – spesso interrotti dal pianto - la donna singhiozzando andava  invocando perdono  ed un aiuto per quanto aveva fatto al fidanzato della figlia.  Confessava, con dovizia di particolari, che al culmine dell’esasperazione,  aveva ucciso il Martellino con due colpi di scure; che, col pretesto di spezzare della legna, si era fatta prestare la mattina stessa dal  vicino Vincenzo Cardillo al quale, poi,  subito dopo averla lavata restituiva l’accetta che era l’arma del delitto. La donna aggiungeva inoltre che, in previsione del matrimonio, aveva assegnato alla figlia per gli indispensabili acquisti da farsi la somma di lire 300.000,  prelevandolo dalle 500.000 mila  ricevute nello scorso aprile quali arretrati della pensione concessale per la morte del marito, trucidato dai tedeschi nel 1943, nel corso di una azione di rappresaglia. Che  altre  85.000 mila lire lei le aveva consegnate al Martellino per permettergli di acquistare un motoscooter da lui  ardentemente desiderato. Che nello stesso mese di aprile, essendo venuto a conoscenza che la figlia era stata deflorata,  aveva cercato di affrettare la data delle nozze dei due giovani riuscendo a far scambiare loro, nei primi di maggio, la promessa di matrimonio. Carolina Maddalena precisava poi che la sera del 30 maggio il Martellino aveva manifestato il proposito di rompere definitivamente con la fidanzata di andarsene portandosi anche il motoscooter; che nonostante ciò,  gli aveva detto di pernottare, nella speranza che durante la notte egli avesse desistito dal suo proposito. Purtroppo non fu così. Senonché il mattino successivo verso le 5:00 il giovane da lei svegliato aveva confermato la irrevocabilità della sua decisione perciò lei, fattasi prestare la scure, aveva con questa vibrato al Martellino forti colpi al cranio, approfittando che egli si trovava ancora a letto vestito  come soleva dormire. Escludeva recisamente la partecipazione al delitto della figlia assumendo che la stessa, al momento del delitto era ancora immersa nel sonno.  A seguito di tali dichiarazioni i carabinieri trassero in arresto la mamma e la figlia ritenendole entrambe coinvolte nel delitto. La ragazza, che poi sarà completamente scagionata con sentenza della Sezione Istruttoria – si protestò innocente fin dal primo momento,  in quanto,  era stata svegliata solamente dal brusco richiamo della madre deducendo di aver appreso -  solo nella caserma dei carabinieri -  la morte del Martellino.  



La Carolina Maddalena confermava di aver ucciso il Martellino dopo che costui si era mostrato irrevocabilmente fermo nella sua decisione -  già espressa peraltro la sera precedente in una violenta discussione -  di non voler più contrarre matrimonio con la figlia Dora in quanto i propri genitori vi si opponevano.  Aggiungeva che il Martellino, quella mattina, proclamando di non aver paura di nessuno, aveva minacciato di farla a pezzettini, una vera e grave provocazione, insomma. Ripetendo che era capace anche di uccidere essa Maddalena non avendo egli esitato neppure ad aggredire il proprio padre. Dopo tali parole lei aveva perso il controllo dei suoi freni inibitori, si era portata nella cucina ed impugnato la scure, aveva con questa colpito  il Martellino mentre costui combatteva con lei e cercava di aggredirla. Respingeva poi recisamente l’accusa adombrata dagli inquirenti - di aver soppresso il giovane per gelosia, ammettendo di avere condotto, dopo la morte del marito, una vita alquanto libera, tuttavia affermava di aver educato a figliola secondo i principi della moralità e dell’onestà. Naturalmente, lo scettro dell’ergastolo incombeva sulla testa della donna e il suo agghiacciante delitto dava una chiave di lettura aberrante per cui, alla stregua di ciò, e dopo un urgente ricovero nel  manicomio di Aversa,  i suoi difensori tentarono al carta della pazzia. Venne infatti affidato incarico al perito di ufficio,  Prof. Antonio Coppola,  il quale all’esito della perizia tra l’altro scrisse: “Nessun disturbo psicopatico è quindi presente nella Maddalena tale da far ritenere diagnosticabile una sindrome mentale di natura morbosa e che fosse organicamente inquadrabile in un’entità patologica.


 La donna è però affetta da sifilide. La Maddalena non aveva alcun obiettivo da raggiungere se non quello di dare sfogo alla sua saturazione affettiva e, come tale, in quel momento, nel momento della decisione suprema, essa protese ogni sua energia a disintossicare il suo animo nella vendicatoria direzione impressa dalle sue leggi di maternità e di donna. Carolina Maddalena non è malata di mente, né lo era, al momento del commesso reato”.  A chiusura della istruttoria, su conforme richiesta del pubblico ministero,  il giudice istruttore, con sentenza del 19 maggio del 1952, dichiarava non doversi procedere a carico della giovane Dora Cennami, “per non aver commesso il fatto”; mentre ordinava il rinvio al giudizio della Carolina Maddalena, per rispondere esclusivamente di premeditazione dell’omicidio volontario innanzi alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere.

Avv. Nicola Cariota Ferrara 




 Scongiurato lo scettro dell’ergastolo con la concessione della   diminuente dello stato d’ira determinato dal fatto ingiusto altrui. La condanna fu di  anni 14 di reclusione. In appello scese a 12 anni. La perizia psichiatrica la riconobbe capace di intendere e volere.  

Chiusa la istruttoria formale, Carolina Maddalena venne rinviata al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Giovanni Morfino; giudice a latere, Victor Ugo De Donato; giudici popolari: Aniello D’Angelo, Ferdinando Del Rosso, Vittorio Di Lorenzo, Gennaro Pagano, Paolo Corvino e Aldo Fusciello) e condannata ad anni 14 di reclusione, con la diminuente dello stato d’ira, determinato dal fatto ingiusto altrui. “Il crimine – scrissero i giudici nella motivazione della sentenza di condanna – comunque fu commesso con animo freddo e la Maddalena uccise il giovane nel sonno, contrariamente alle sue affermazioni subito dopo il fatto – lei lavò la scure con l’acqua di una tinozza e fu anche in grado di restituire l’arma al proprietario per poi tornare in case e condurre la figlia dalla zia. 


La ragazza sedotta Dora Cennami ammetteva di essersi congiunta con la vittima avendole il giovane sempre detto di essere disposto a sposarla. La ragazza inoltre respinse – definendole calunniose – le voci sul sospetto  sentimento di gelosia della madre. Versioni confermate sia in istruttoria che in dibattimento. Il fatto – scrisse il perito Prof. Antonio Coppola nella sua analisi psichiatrica – è così descritto  nelle sue fosche luci di un dramma umanamente vissuto nella sua densa tragicità; di esso l’epilogo è stata  l’uccisione di un uomo, che, per sua sventura, aveva mal compresa la potenzialità criminogena di una donna che, nella sua coscienza, probabilmente aveva preformato il bivio unico e solo sul quale faceva convergere ogni soluzione: matrimonio o morte. L’intenzione omicida della imputata – scrissero ancora i giudici - pare oltremodo evidente a causa della regione stessa del corpo della vittima presa di mira, dal micidiale mezzo adoperato,  dalla reiterazione  e forza dei colpi,  che fratturarono per ben 15 cm il tavolato osseo, spappolando la massa cerebrale che schizzò fino alle pareti della stanza. Tuttavia all’imputata vanno concesse le attenuanti non potendosi disconoscere che ella agì in uno stato d’ira provocata dall’ingiusto atteggiamento del Martellino, il quale, approfittando della particolare condizione ambientale, abusò della giovanissima Dora, la fece da padrone in casa della povera disgraziata vedova, alla quale, col miraggio del matrimonio con la figlia, non aveva esitato spillare una considerevole somma per l’acquisto del ciclomotore con cui darsi alle gite; non dolendosi,  infine,  di abbandonare la giovanetta, col pretesto della contraria volontà dei propri genitori che, invece, erano all’oscuro di ogni cosa. L’imputata propose appello e la Corte di Assise di Appello di Napoli (Presidente Nicola Mancini; giudice a latere Alberto Corduas; pubblico ministero, procuratore Generale Enrico Capocelatro) con sentenza del 18 luglio del 1950, in parziale riforma della prima sentenza, condannava la Maddalena, difesa dall’Avv. Nicola Cariota Ferrara, ad anni 12, con il concorso delle circostanze attenuanti del valore morale e sociale. La parte civile, il padre del giovane assassinato, non avendo né avvocato né mezzi per consentirgli un viaggio da Venafro a Napoli si rimise alla volontà della Corte. 


La pubblica accusa invece sosteneva che andavano concesse le attenuanti del particolare motivo sociale e che la pena inflitta venisse abbassata. Ma neppure la condanna a 12 anni era stata di gradimento della donna la quale propose ricorso per Cassazione adducendo il motivo che “La Corte di Assise di Appello, avrebbe potuto prendere in esame il motivo concernente la diminuente del valore morale e sociale in riferimento alla commisurazione della pena; i precedenti della Maddalena, sacrificatasi per la sua famiglia, data la causale del delitto potevano indurre la Corte a ridurre la pena al minimo”. La Cassazione, però, confermò la precedente sentenza.



















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