sabato 30 gennaio 2016

 PROCESSI MEDIATICI
E PROCESSI 
NELLE AULE GIUDIZIARIE 






Il procuratore generale Pasquale Ciccolo: "Bisogna bilanciare la riservatezza delle indagini e diritto all'informazione". Un appello raccolto e condiviso anche da parte degli avvocati.
C'è un piccolo grande problema che assilla i giuristi italiani, che siano alti magistrati o avvocati: i processi mediatici in tv. A sollevare il problema, è il procuratore generale Pasquale Ciccolo all'inaugurazione dell'Anno giudiziario in Cassazione: "I fatti di cronaca giudiziaria maggiormente capaci di colpire l'opinione pubblica non costituiscono soltanto oggetto d'informazione ma addirittura di veri e propri processi paralleli - con ricostruzione di luoghi, testimonianze, valutazioni tecniche - che si svolgono sulle varie reti televisive in concomitanza con lo svolgimento delle indagini nella sede propria ed esclusiva, quella giudiziaria. Agli effetti negativi di tali spettacolari esposizioni nell'ambito processuale sono chiari riferimenti in alcune delicate recenti vicende giudiziarie".
La televisione che si sostituisce alla magistratura è un male sempre più esteso. Dilaga in tutt'Europa, non per caso se ne sono lamentati di recente in una riunione i procuratori generali dei diversi Paesi della Ue. Concludeva Ciccolo, presenti le massime cariche dello Stato a cominciare da Sergio Mattarella: "Sarebbe vivamente auspicabile raggiungere un equo contemperamento fra la libertà di espressione e di stampa da un lato, e dall'altro le altrettanto fondamentali esigenze di rispetto della vita privata, della dignità delle persone, di riservatezza delle indagini, di presunzione di innocenza, di diritto ad un giusto processo".
Il punto è chiaro: la spettacolarizzazione dei processi in tv prevede regole diverse da quelle della procedura penale. E la presunzione di innocenza spesso fa a pugni con la ricerca di audience. Non è un monito nuovo, questo che giunge dalla Cassazione. Stavolta, però, sono d'accordo in tanti sul versante degli avvocati. "Non possiamo permetterci di legiferare o non, depenalizzare o non sulla spinta dell'emotività, né permettere la spettacolarizzazione del processo penale e il protagonismo autopromozionale di avvocati e magistrati", sostiene Andrea Mascherin, presidente del Consiglio nazionale forense, ossia gli ordini degli avvocati. Anche Benimino Migliucci, presidente dell'Unione camere penali, condivide: "Giusto il richiamo del ministro Orlando a rifiutare una giustizia simbolica e populista. E giusto il richiamo del Procuratore generale contro la spettacolarizzazione dei processi e le gogne mediatiche".







Cari pm e cari media, il garantismo non si tocca.. ce lo chiede l'Europa!

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di Ermes Antonucci

Il Foglio, 30 gennaio 2016

Stop ai processi mediatici, alle conferenze stampa-show di pubblici ministeri in cerca di visibilità, e alla colpevolizzazione delle persone indagate o imputate fino a sentenza definitiva; rafforzamento del principio dell'onere della prova in capo alla pubblica accusa (e non alle persone chiamate in giudizio) e del diritto a presenziare al proprio processo.
Questi i punti principali della direttiva approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'Unione europea lo scorso 20 gennaio, dedicata esplicitamente, per la prima volta, al "rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali", e che ora dovrà essere recepita entro due anni dagli stati membri, a partire dall'Italia.
Già, perché la frecciata presente in uno dei 51 "considerando" che compongono la direttiva - quello in cui si nota come diversi stati dell'Unione europea, pur essendo firmatari della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, non risultano assicurare "un grado sufficiente di fiducia nei sistemi di giustizia penale" - sembra proprio essere indirizzata, in primo luogo, al nostro paese, terra ormai consolidata di gogne mediatiche, magistrati da salotto televisivo e aspiranti trampolieri politici, informazione giustizialista e distruzione pubblica, fisica e psicologica delle persone destinatarie di semplici avvisi di "garanzia" (notare l'ossimoro).
È proprio al fine di combattere queste degenerazioni mortali per lo stato di diritto che le istituzioni europee hanno deciso di imporre a tutti gli stati membri misure necessarie a "garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole".
Per autorità pubbliche sono da intendersi, specifica la direttiva, "le autorità giudiziarie, di polizia e altre autorità preposte all'applicazione della legge", così come "altre autorità pubbliche, quali ministri e altri funzionari pubblici": a questi soggetti gli stati dovranno ricordare "l'importanza di rispettare la presunzione di innocenza nel fornire o divulgare informazioni ai media" (fatto salvo il diritto nazionale a tutela della libertà di stampa e dei media), e impedire, di conseguenza, la divulgazione di informazioni sui procedimenti penali non "strettamente necessarie per motivi connessi all'indagine penale" e che rispecchiano "l'idea che una persona sia colpevole" ancor prima che la sua colpevolezza sia stata effettivamente dimostrata. Una tirata d'orecchie, insomma, non solo all'esuberante protagonismo di certi magistrati, ma anche al manettarismo strisciante degli organi di informazione.
Ma non basta: gli stati Ue dovranno adottare misure volte a ribadire il principio per cui "l'onere della prova della colpevolezza di indagati e imputati incombe alla pubblica accusa", e che dunque "qualsiasi dubbio dovrebbe valere in favore dell'indagato o imputato". La direttiva ribadisce inoltre il diritto al silenzio e alla non autoincriminazione, secondo il quale "le autorità competenti non dovrebbero costringere indagati o imputati a fornire informazioni qualora questi non desiderino farlo", nonché il diritto a presenziare al proprio processo (remember Mafia capitale?). Certo, si dirà, la presunzione di innocenza è già presente nel nostro ordinamento (articolo 27 della Costituzione), e quindi la direttiva lascia il tempo che trova. Che però tale principio sia de facto inesistente appare ormai ovvio a chiunque abbia un minimo contatto con la realtà e conservi un po' di onestà intellettuale. Ben venga, quindi, il "bastone" europeo: gli stati saranno infatti tenuti a recepire la direttiva e a trasmettere alla Commissione i dati relativi all'attuazione dei diritti da questa sanciti. Basterà?






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