domenica 31 gennaio 2016




 UCCISE  IL PADRE DELLA RAGAZZA CHE AVEVA SEDOTTO

 Il delitto accadde in agro di Falciano di Carinola il 5 giugno del 1951



L’imputato raccontò che dietro la siepe, vi era un uomo bocconi a terra, il quale faceva l’atto di alzarsi ed imbracciare un fucile contemporaneamente esclamando: ”Disgraziato non ti muovere, questo è l’ultimo giorno della tua vita!”. Adombrò la legittima difesa ma non venne creduto. Due mesi prima del delitto ls ragazza aveva sparato un colpo – andato a vuoto – contro il suo seduttore-.

 

 



Falciano del Massico -  Il mattino del 5 giugno nel 1951 alle ore 6:10, Antonietta Matano, madre del giovane, si presentò innanzi al portone della caserma dei carabinieri gridando al piantone: “Accorrete si sono sparati”. Dopo tale invocazione si allontanò rapidamente senza fornire alcun ragguaglio. Qualche minuto dopo sopraggiunse in caserma il giovane Adolfo Migliozzi, il quale dichiarò che poco prima era stato costretto ad uccidere per legittima difesa il sessantaseienne Giuseppe Pagliaro, padre di una sua ex fidanzata,  il quale si era appostato a scopo omicida armato di fucile dietro la siepe del fondo di tal Giuseppa Fabozzi e nel punto dove la via Alani, che egli percorreva, sbocca nella via provinciale. Più tardi, interrogato con maggior ponderazione e dopo le indagini svolte sul luogo del fatto, disse che, uscito verso le cinque e 45 dalla propria masseria, sita nella stessa via Alani, a circa 300 metri dalla zona del diritto, si era avviato al lavoro. Giunto sul luogo anzidetto si era accorto che alla sua sinistra, nascosto dietro la siepe, vi era un uomo bocconi a terra, il quale faceva l’atto di alzarsi ed imbracciare un fucile contemporaneamente esclamando:”Disgraziato non ti muovere, questo è l’ultimo giorno della tua vita!”. Riconosciuto l’uomo, il cui capo sporgeva tra le fronde, per il padre della sua ex fidanzata e resosi conto del pericolo, aveva tentato di darsi alla fuga ma, era incespicato e caduto mentre l’altro, stando in ginocchio, cominciava a puntare l’arma. Per difendersi aveva allora tratto fuori la rivoltella, di cui era armato, ed aveva sparato vari colpi. Quindi era uscito nella strada provinciale incontrandosi con le persone accorse agli spari. Fu constatato dai carabinieri che la rivoltella usata dal Migliozzi era una semiautomatica con sei colpi in canna, della quale vi era  un colpo inesploso.  Cinque colpi sparati quindi.


Fu constatato altresì che il luogo ove furono rinvenuti i bossoli -  data la pendenza della via Alani che dalla rotabile scende in giù è ad un livello di poco più basso dal fondo Fabozzi, là dove fu rinvenuto il cadavere. Il cadavere del Pagliaro fu trovato dietro i folti cespugli che sono di limite al fondo verso via aAlani, bocconi ed in senso pressoché parallelo a detta strada con la estremità rivolta verso la rotabile. Un fucile a due canne, privo di cinghia era accanto ad esso, parallelamente al corpo e sotto il braccio destro. Non fu precisato nel rapporto dei carabinieri né dall’istruttore che se vi fossero macchie di sangue versato sul terreno nel punto ove giaceva il cadavere. Solo al dibattimento fu indagato al riguardo ed il brigadiere Antonio Di Pietro ed il maresciallo Gennaro Gallo affermarono di non aver notato sangue né dove erano i bossoli né dov’era il cadavere. In istruttoria e a dibattimento si precisò da parte del brigadiere dei carabinieri Pietro del Vaglio che il fondo, sul cui immagine dietro la siepe, giaceva il cadavere era coltivato a grano alto circa un metro. Fra il grano apparivano due varchi determinati da un passaggio di persone. Un varco da un ponticello sulla rotabile fino al cadavere ed un secondo dal cadavere alla via Alani. Precisava però che i due varchi consentivano il passaggio di una sulla persona.

 Fu constatato inoltre che il “cane” destro del fucile trovato presso il cadavere era alzato e che, nella stessa canna destra vi era una cartuccia percossa ma non esplosa. Nella canna sinistra, invece, integra era allogata  la seconda cartuccia. Nel taschino sinistro della giacca vennero rinvenute cinque cartucce. In sede autoptica si accertò che il Pagliaro era stato colpito da un unico proiettile all’ascellare posteriore sinistro all’altezza del terzo spazio intercostale. Che il proiettile aveva avuto una direzione leggermente dal di dietro in avanti, da sinistra verso destra e, non già dal basso verso l’alto come ci si sarebbe aspettato stante il dislivello fra offensore vittima, bensì con una certa inclinazione dall’alto verso il basso. La morte era avvenuta per anemia acutissima. Una versione in contrasto con quella dell’imputato fu prospettata fin dall’inizio delle indagini. Si disse che l’omicidio era stato consumato altrove e che il cadavere era stato trasportato nel luogo in cui era stato trovato ponendo accanto un fucile per imbastire la falsa tesi della legittima difesa. Sta di fatto che una tal convinzione trovò esca anche in voci correnti nel pubblico, come riferisce lo stesso verbalizzante nel primo rapporto e poi anche nel secondo. Se si indaga nelle pieghe del processo per rendersi conto del come si diffuse una tal versione si constata che strano anticipo il primo spunto salta fuori dalla reazione dell’affittuaria del fondo in cui fu trovato il cadavere cioè la Fabozio la quale accorsa sul luogo uscì in questa irosa protesta: “Perché avete menato nel mio fondo quel cadavere?”.



Ma sostanzialmente fu una testimone, tale Maria Mottola, ritenuta falsa sia del giudice istruttore che dai giudici della corte di assise di Santa Maria Capua Vetere e che poi ritrattò la testimonianza, a riferire in giro di avere personalmente assistito alla consumazione del delitto avvenuto secondo il suo racconto non già nel luogo ove era stato trovato il cadavere dell’anziano agricoltore bensì lungo via Alani durante una discussione sorta fra la vittima, che montava un asino e Adolfo Migliozzi. Ad un certo momento era intervenuto Mario, fratello dell’imputato, il quale, tolto all’Adolfo  una pistola che costui  portava al fianco, aveva sparato un colpo contro il vecchio che era caduto esanime al suolo. Erano accorse quindi la madre e la sorella dell’imputato e tutti insieme avevano trasportato il cadavere nel luogo in cui era stato trovato ponendovi accanto un fucile. Questo raccontò la teste a varie persone e questo confermò innanzi ai carabinieri e al giudice istruttore.


Il maresciallo dei carabinieri basandosi su vari elementi  presenti  nelle perizie degli atti, che costituiscono parte integrante dei motivi della Corte di primo grado a sostegno della tesi della piena responsabilità dell’imputato,  ritenne per fermo -  come ha ritenuto la sentenza impugnata -  che il cadavere era stato trasportato nel luogo in cui era stato trovato allo scopo di precostituire falsi elementi di prova per sostenere la versione della legittima difesa con una teatrale successiva messa in scena. Furono denunciati pertanto Adolfo Migliozzi,  la di lui madre,  la sorella ed il fratello, tutti con per concorso in omicidio. Gli elementi che sono emersi dalle indagini istruttorie e dal dibattimento sono i seguenti. Fu acclarato e sembra a questo punto fuor di discussione che la vittima quel mattino si allontanò dalla propria abitazione distante dal luogo del delitto poco meno di 1 km a cavallo di un asino per recarsi, secondo quanto disse alla figlia Antonietta,  a Carinola per effettuare l’acquisto di 15 kg. di farina. Che uscì di casa dopo che i figli si erano già avviati ai lavori agricoli. Dice la Antonietta che il padre uscì poco prima delle 6:00. Sta di fatto che per recarsi a Carinola doveva percorrere la via provinciale ma non doveva passare per via Alani  che sbocca sulla detta provinciale e che poi prosegue dall’altro lato di essa col nome di via Cava determinando quindi un quadrivio. Doveva insomma il Pagliaro sorpassare lungo la provinciale questo quadrivio e andare oltre per entrare su via Alani.


 Nel corso dell’istruttoria, attraverso le testimonianze di numerosi personaggi risultò che verso le 6:00 furono uditi vari colpi di pistola (quattro secondo alcuni, cinque secondi altri) che immediatamente   dopo tali spari si vide sbucare in via Alani Adolfo Migliozzi, pallido e con la pistola in pugno mentre attraversava la via provinciale e imboccò la via Cava. Il giovane si imbattette in alcuni contadini che erano presenti ed ebbe luogo in un confuso contraddittorio. Lui affermò - Giuseppe Pagliaro mi ha sparato. Il teste – chiese - con che arma?. Con il fucile. Ma si sono sentiti solo colpi di pistolaNo ma lui mi ha sparato con la pistola. Ma dove si trova Pagliaro andiamo a vedere e lui – No… mi voleva sparare.  Un altro teste affermò che successivamente il fratello Mario sopraggiunge in bicicletta con un fucile a tracolla; il Mario armato di tale fucile, dopo che il fratello gli ebbe narrato del patito agguato invitandolo a vedere dove il vecchio  era scappato,  perlustrò il fondo della Fabozzi e poi al sopraggiungere della sorella, della madre ed  altre persone tutti si dileguarono. Per quanto riguarda i precedenti si acclarò nel corso dell’istruttoria che l’imputato 10 anni prima aveva sedotto la figlia della vittima Pasqualina Pagliaro sua lontana parente, che per le opposizioni della propria famiglia e specialmente della madre dopo tre mesi l’aveva dovuto abbandonare. In quegli ultimi tempi il giovane si era fidanzato con tale Maria di Pasquale ben vista dai familiari perché diversamente dalla Pagliaro era fornito di una certa dote. Circa due mesi prima dell’omicidio fu sporta dall’ Adolfo Migliozzi una denuncia ai carabinieri contro la sua ex fidanzata. Secondo il denunciante la ragazza gli aveva sparato un colpo di rivoltella contro mentre egli attraversava la strada provinciale in bicicletta. La ragazza si rese reperibile fu denunciata dai carabinieri per il delitto di tentato omicidio. La Sezione Istruttoria  procedette invece per un reato meno grave e si ipotizzò il reato di tentata lesione. I testimoni escussi dissero di aver intesosi un colpo di arma da fuoco ma esclusero che era stata la ragazza a spararlo.  Il processo fu incardinato ordinato a quello principale cioè all’omicidio del padre e la Pagliaro quando venne interrogata in merito si giustificò affermando che dei ragazzi avevano lanciato dei petardi dietro il Fabozzi  che transitava in bicicletta per quella stessa strada e che lei percorreva assieme ad alcune compagne. Risultò, infine, che il Pagliaro padre si era rassegnato alla sorte toccata alla figlia dopo il fallimento dei tentativi fatti da autorevoli personaggi del paese (quale il parroco e il maresciallo). Tuttavia un testimone riferì inoltre che più volte il Migliozzi  aveva pronunciato  frasi di non preciso oscuro significato “io non me ne sto” ; che circa un mese prima del fatto aveva detto di aver più volte tentato di incontrare il suo ex suocero per dargli una meritata lezione. I carabinieri denunciarono alla fine Adolfo Migliozzi, di anni 31, il fratello Mario, di anni 27, la madre Pasqualina Pagliaro, tutti in concorso per omicidio ai danni di Giuseppe Pagliaro e per porto abusivo di pistola e fucile.


  


CONDANNATO A 21 DI RECLUSIONE SENTENZA CONFERMATA IN APPELLO E CASSAZIONE

L’imputato invocava la legittima difesa ma non fu ritenuto veritiero. Un delitto odioso germinato da un comportamento animalesco e retrograde.

 




Il giovane Adolfo Migliozzi, nato nel 1920 a Falciano di Mondragone,  che il  giugno del 1951 aveva  ucciso il padre della sua ex fidanzata  Giuseppe Pagliaro  fu condannato dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Giovanni Morfino, giudice a latere, Victor Ugo De Donato, pubblico ministero, Nicola Damiano)  ad anni 21 di reclusione  La difesa aveva invocata  la legittima difesa; la pubblica accusa voleva una  condanna all’ergastolo. La sentenza fu a 21anni di carcere.  La  perizia  logistica per la ricostruzione del luogo del delitto fu espletata dall’ing. Enrico Amoroso di S. Maria C.V. Nel 1958, dopo sei anni dal delitto, il 25 del mese di novembre la Corte di Assise di appello di Napoli (seconda sezione) composta da Nicola Mancini,  Alberto Carduas, con l’intervento del procuratore generale, il pubblico ministero Giuseppe Chiliperti,  emise la sentenza di secondo grado contro. La Corte di Assise di Appello di Napoli,  con un approfondito esame,  discusse della posizione in cui fu trovato il cadavere e la traiettoria della ferita causata dai colpi sparati dall’imputato; si discusse ampiamente inoltre della posizione del cadavere e del fucile trovato vicino al cadavere stesso; si esaminò più profondamente la condotta dell’imputato e la sua condotta difensiva e ci fu una incongruenza della condotta della vittima nell’ipotesi dell’agguato; quindi la paventata messinscena della legittima difesa non fu ritenuta valida dai giudici di secondo grado. 


Queste le considerazioni che valsero ad orientare la Corte per affermare che il complesso delle risultanze unitamente considerate lasciava  incerti sulla reale esistenza del fatto giustificativo addotto  dall’imputato per la legittima difesa.  La Corte di Assise di Appello ritenne opportuno  di spingere il motivo di appello con il quale si era invocata la esimente della legittima difesa e contestualmente l’eccesso colposo.  Circa il motivo per il quale si riconosce a favore dell’imputato incensurato le attenuanti generiche la Corte rileva che non   si identificato nel caso in esame le circostanze valide per concedere una attenuante di pena atteso che non basta la inesistenza di precedenti penali per essere ritenuti meritevoli di una particolare clemenza. Per contro è legittimato il diniego e la estrema gravità del delitto a la soppressione cioè di un vecchio la cui figlia era stata sedotta e poi abbandonata.   
   Pena confermata anche in Cassazione.  Gli avvocati impegnati neri tre gradi di giudizio furono;  Ettore Botti, Ciro Maffuccini, Salvatore Zannini, Vittorio Verzillo e Salvatore Fusco.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta

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