domenica 14 febbraio 2016






Il fatto di sangue accadde nel settembre del 1951 a Casapulla


GIOVANE MACELLAIO TENTO’ DI UCCIDERE LA ZIA A COLTELLATE


LA DONNA STETTE PER VARI GIORNI TRA LA VITA E LA MORTE. ALLA BASE DEL FOLLE GESTO IL SEQUESTRO DI UN QUANTITATIVO DI CANAPA PER UNA CAMBIALE DI 150 MILA LIRE NON PAGATA.  LE ZIE ERANO RICCHE, IL LORO PADRE UNO SCIALACQUATORE, INSIEME VOLEVANO AFFAMARE I NIPOTI.


Casapulla -   Il 22 settembre del 1951, nelle prime ore pomeridiane, in Casapulla, Antonio  Maddaluna, di anni 23, macellaio, portatosi nelle abitazioni delle proprie zie, Filomena e Rosaria Maddaluna, accoltellava ripetutamente la Filomena e si dava quindi alla fuga. Ricoverata presso l’ospedale civile di Caserta il sanitario di guardia riscontrava sulla donna “larga ferita da taglio al quadrante superiore destro della addome con fuoriuscita di anse intestinali, nonché ferita da taglio alla mammella sinistra”. La donna presentava gravi sintomi da anemia acuta, tanto da essere giudicata in imminente pericolo di vita. Rosaria Maddaluna, che aveva accompagnata la sorella all’ospedale, dichiarava al comandante del drappello di P.S. presso l’ospedale, che quel pomeriggio, mentre si intratteneva con la sorella Filomena, nel cortile della propria abitazione, era penetrato il nipote Antimo Maddaluna , che aveva tra le mani una frusta, il quale l’aveva subitamente aggredita costringendola ad entrare fin presso le camere site al pianterreno. Mentre Antonio si allontanava da lei era sopraggiunto l’altro nipote, il quale aveva aggredito e accoltellato la Filomena. La dichiarante indicava genericamente la causale del fatto in dissapori nascenti da motivi di interesse tra la sorella Filomena ed il fratello Elpidio Maddaluna, genitore dei suddetti giovani.

La Filomena, appena potuta interrogare, in quello stesso giorno, a sua volta dichiarava che “i nipoti Antonio e Antimo penetrati insieme nel cortile della sua abitazione, avevano aggredito la Rosaria costringendola ad entrare fin verso la cucina e l’altro aveva aggredito lei ripetutamente con un coltello da macellaio che aveva celato in un panno. Antonio rivolto a un fratello in un certo momento aveva domandato: “Hai fatto?”.  I due giovani si erano quindi allontanati. In ordine al movente che aveva indotto Antonio ad agire così funestamente contro di lei la Filomena informava che nella mattina di quello stesso giorno lei aveva sequestrato, con regolare procedura, un quantitativo di canapa in casa del fratello Elpidio,  suo debitore di lire 150.000, per le quali  aveva a suo tempo rilasciato cambiale con data in  bianco. I carabinieri espletate le relative indagini venivano a capo della questione. Antonio sottoposto ad interrogatorio non dette valide spiegazioni e fu vago e confusionale quasi a mettere in evidenza una sua instabilità mentale. Antimo a sua volta dichiarava di essersi portato in casa delle zie avendo appreso del sequestro dei prodotti mentre faceva ritorno alla sua abitazione. Mentre discuteva con la Rosaria sopraggiunse il fratello Antonio ed incominciò ad infierire con colpi di coltello nei confronti della zia Filomena. A tale aggressione   gli era del tutto estraneo essendo questa mera iniziativa del fratello Antonio. Antonio, come detto, negava di aver minacciato di morte il genitore in contrasto con l’accusa mossagli da costui nelle sue dichiarazioni fatte precedentemente i carabinieri. Sulla traccia delle accuse della Filomena, la quale ebbe a riferire che qualche ora prima del delitto l’altro nipote Pietro Maddaluna, incaricato del trasporto della canapa presso il sequestratario, rivolta a lei aveva detto: “Per questa sera qui ci saranno tre bare”, alludendo alla sorte riservata alle due zie ed al padre. Per questo veniva contestato al giovane il delitto di minacce gravi in pregiudizi delle zie e del genitore.

A destra l'avv. Antonio Simoncelli
 Nel suo interrogatorio l’imputato, però, negava l’addebito. Il padre degli accusati dichiarava di aver contratto debiti per l’ammontare di lire 150.000 con la sorella Filomena per le esigenze della piccola azienda commerciale del figlio Antonio il quale gestiva una beccheria. Erano occorsi dei maiali e del denaro per un congruo avviamento della suddetta gestione. Gli era stato più volte sollecitata la restituzione della somma dovuta nella impossibilità di far fronte con le personale risorse alle pressioni della sorella, essendo in lite con i propri familiari da tempo i quali non gli consentivano di  disporre neppure di quanto era di sua pertinenza, aveva finito col concordare con la sorella Filomena un’azione legale contro di lui diretta sul fondamento di cambiali portanti l’ammontare del debito, essendo  questo l’unico mezzo per il recupero del credito vantato. Nei successivi interrogatori gli imputati si riportavano a quanto precedentemente dichiarato e rimarcavano la loro difesa nel concentrare le responsabilità del fatto sul solo Antonio, essendo estraneo Antimo. Accusavano inoltre il padre Elpidio in quanto partecipe - con la Filomena -  all’odioso stratagemma con il quale aveva voluto con quell’azione legale appropriarsi di tutte le rendite della famiglia da devolvere al soddisfacimento dei suoi vizi ed al rimborso delle spese di mantenimento nei confronti delle sorelle con la quale si era ritirato a convivere. Circa la colpevolezza dell’Antonio Maddaluna non si muove questione, del resto lui era reo confesso ed era inequivocabilmente indicato come autore del delitto sia dalla parte lesa che della Rosaria. Egli, infatti, venne sorpreso in possesso dell’arma feritrice che portava accuratamente avvolto in un panno. Quanto alla volontà omicida non può in alcun modo dubitarsi della sua sussistenza sulla scorta delle chiare risultanze generiche. La vittima venne attinta almeno tre volte al ventre, alla natica e alla regione mammellare destra. Il colpo al ventre, penetrato profondamente in cavità e per un’ampiezza di circa 15 cm, recise a tutto spessore il muscolare che perforò in molti punti il tenue. Vi fu fuoruscita di anse intestinali. Un quadro clinico di tanta gravità depone necessariamente per un fine nettamente omicida per la sua di selvaggia violenza. Il colpo alla mammella denunzia il tentativo di raggiungere anche la cavità toracica. 


La partecipazione dell’Antimo e del pari sicuramente provata il giovane penetrato nel cortile ove si intrattenevano le zie affrontò decisamente la Rosaria senza pertanto cagionare alcun danno. Ciò dimostra che l’intento dell’Antimo era quello di allontanare la donna e di impedirle di portare soccorso alla Filomena contestualmente aggredita ed accoltellata dall’Antonio. Delle due donne quella che era un bersaglio dell’ira e dell’odio dei Maddaluna, attaccati con la procedura del sequestro, era esattamente la Filomena, titolare dell’azione legale ed in concreto detentrice di tutti i poteri familiari riferibili a quel binomio. La Rosaria era infatti in una posizione di secondo piano nella questione familiare agendo esclusivamente la Filomena nei rapporti esterni. L’azione dell’Antimo contro la Rosaria dunque non potrebbe avere alcun altro significato se non quello di neutralizzarne la reazione. Ciò è reso evidente che l’attacco diretto contro di lei fu nettamente circoscritto ad un suo spingimento verso il fondo del cortile. I due fratelli avevano inoltre una causale comune imponente ed il successo della spedizione punitiva poteva essere garantito solo con la somma delle forze individuali. Le due Maddaluna sono di robustissima costituzione; Antonio non avrebbe potuto sperare in una irruzione fruttuosa senza avere al suo fianco chi tenesse a bada la Rosaria. Nell’interrogatorio dell’Antimo infine, emerge una frase ed è quella di aver suscitato l’odio con il sequestro il che dimostra che il ricorso alla violenza aderisce in sostanza alla personalità del giovane.  La difesa dei due imputati invocava nella fase istruttoria la concessione della provocazione nell’assunto che la Filomena avesse agito fraudolentemente contro i suoi congiunti servendosi di un titolo cambiario dalla causale inesistente. In sostanza Elpidio Maddaluna (tra l’altro deceduto nelle more del giudizio) allontanatosi dalla propria famiglia avrebbe voluto impadronirsi di tutte le risorse economiche di quella e di dividerle con le sorelle che assecondavano lo sporco programma. Per quanto ciò abbia un effimero ed immotivato richiamo nel verbale dei carabinieri la prova al riguardo e fallita non potendosi a tale effetto utilizzare le vaghe ed imprecise percezioni di qualche testimone suggestionato piuttosto dalla circostanza che delle zie non abbiano esitato a sequestrare tutti i prodotti di un’annata agraria frutto di stentato lavoro ed oggetto di lunga aspettativa con ciò privando di ogni possibilità di esistenza dei propri nipoti quando avrebbero potuto indulgere o dilazionare il recupero del credito disponendo esse di cospicui personali appannaggi. Questo il sentimento che si coglie nel rapporto dei carabinieri come la dichiarazione di Antonio Arzillo che è portato a dire che avrebbe volentieri sborsato lui il denaro se avesse potuto pur di evitare il fatto.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta





 La condanna per Antonio e Antimo Maddaluna  fu di anni 7 di reclusione. Per il più giovane Pietro il perdona giudiziale.


I tre fratelli Antimo, di anni 27, Antonio, di anni 23 e Pietro Maddaluna, di anni 17, tutti accusati, in concorso, di mancato omicidio, e minacce gravi, ai danni della loro zia “per avere – è scritto nel capo di imputazione – mediante più colpi d’armi da punta e taglio (coltello da macellaio) tentato di uccidere Filomena Maddaluna, cagionandole lesioni all’addome guarite in circa dieci mesi, che mettevano in pericola di vita furono rinviati al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Giovanni Morfino; giudice a latere, Victor Ugo De Donato;  giudici popolari: Osvaldo Troianiello, Vittorio Lista, Ugo Stella, Domenico Barbato, Ugo Penna, Ettore Faraone). La Corte, dopo la requisitoria del pubblico ministero, che chiese una condanna a 12 anni di reclusione per Antonio e Antimo Maddaluna e il perdono giudiziale per il minore Pietro e dopo le arringhe difensive degli avvocati: Antonio Simoncelli, Leucio Fusco e Antonio Quartulli, condannò i fratelli Antonio ed Antimo ad anni 10 di reclusione, per il tentato omicidio, tenuto conto della estrema gravità delle ferite riportate dalla Filomena – miracolosamente sopravvissuta -   (ridotti a 7 per la concessione delle attenuanti generiche).  
 Concesse il perdono giudiziale al minore Pietro. In effetti la Corte concesse a tutti il beneficio della provocazione ( la zia con il sequestro della canapa aveva tolto quel minimo economico per l’esistenza quotidiana che tra l’altro era frutto di grandi sacrifici del lavoro nei campi). Ad Antonio Maddaluna era addebitato altresì il delitto di minaccia grave in pregiudizio del genitore Elpidio, per avere rivolto – e detto nell’accusa – frasi del seguente tenore: “T’avimme accidere”-  Tale delitto era addebitato anche a Pietro Maddaluna che però, all’epoca dei fatti, era minore degli  anni 18. “Non vi è dubbio – scrivono, tra l’altro,  i giudici nella loro motivazione – che frasi del genere siano state pronunciate – come risulta dalla testimonianza  di Antonio Arzillo – il quale riferisce dello stato di grave eccitazione della famiglia di Elpidio Maddaluna nel corso della proceduta di sequestro effettuata in sua presenza. Tutti ebbero  “accenni d’ira” contro costui al quale imputavano la propria rovina ( pare che l’Elpidio fosse dedito al libertinaggio, scialacquando i soldi della famiglia, tra postriboli e gioco d’azzardo) a riprova delle fondate accuse – scrivono ancora i giudici – “è il fatto che lo stesso, si allontanò dal paese restando lontano tutto il giorno per timore che dai suoi familiari si compisse vendetta nei suoi confronti. Nei riguardi di Pietro Maddaluna, come detto, la Corte “ritenne di dover concedere il perdono giudiziale nell’opinione che costui si asterrà per l’avvenire dal commettere ulteriori reati”. 







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