martedì 16 febbraio 2016

L'arma del delitto fu comprata col sì dei Carabinieri, la Difesa deve risarcire le vittime

UNA SENTENZA CHE POTREBBE SPIEGARE LA SUA INFLUENZA IN DUE CLAMOROSI CASI DELLA NOSTRA PROVINCIA. IL DELITTO DEL FINANZIERE DI MONDRAGONE CHE UCCISE LA FIDANZATA.  LA STRAGE DELL’AGENTE DI CUSTODIA CHE NEL 1995 UCCISE 7 PERSONE.

 

 Vi sarebbero responsabilità per il possesso delle armi. Sotto accusa la direzione  del carcere di Carinola ove prestava servizio il Cavasso e i vertici della Guardia di Finanza per il delitto passionale del finanziere.





Santa Maria Capua Vetere ( di Ferdinando Terlizzi ) Il primo caso che potrebbe avere deu risvolti civilistici è quello dell’agente penitenziario. Come si ricorderà Il 15 marzo 1995, Domenico Cavasso, agente di polizia penitenziaria, in servizio presso il carcere di Carinola uccise sette persone con la sua pistola di ordinanza. Fu riconosciuto totale e parziale infermo di mente e condannato a 15 anni di reclusione. Un’eredità contesa fu all’origine del gesto. Iniziò la sua strage a Macerata Campania, dove uccise sua cugina Luisa Piccerillo, 35 anni e il marito Mattia Trotta, 40. Poi sparò all’anziana zia, Antonia Cavasso, 73 anni, e al suo convivente Giovanni Merola, 71, che di fronte a tanto orrore si accasciò a terra ed e morì  di infarto. Si salvarono per miracolo il padre dell’omicida, Giovanni (a cui il figlio mirò senza colpirlo), ed i quattro figli di Mattia e Luisa: Rossella, che all’epoca aveva 15 anni, Antonella, 13, Patrizia, 12, e da ultima la piccola Giovanna, di soli 4 anni, che, terrorizzata, assistette  all’uccisione dei suoi genitori e  si  salvò scappando da una vicina. In una seconda fase, però all’interno della Conservatoria del Registro di Santa Maria Capua Vetere, ammazzò Anna Lombardi, 64 anni, Giuseppe Macchiarelli, 36, detto Geppino, e Gianni Fusco, 36 anni.  Domenico Cavasso, 37 anni, lavorava nel carcere di massima sicurezza di Carinola. Era assistente capo, un agente modello. Era però in cura presso uno psichiatrico di Santa Maria e portava la sua pistola d’ordinanza. Nessuno gli vietò l’arma nonostante avesse problemi psichici. L’agente è libero avendo scontato la pena.
Il secondo caso è quello del finanziere di Mondragone che uccise la fidanzata.  Era il 2006 quando  Veronica Abbate, una 19enne dagli occhi verde acqua, venne uccisa. L’omicida era l’allora 22enne Mario Beatrice, un allievo della Guardia di Finanza: il primo amore di Veronica. Sette mesi prima il giovane aveva chiuso per l'ennesima volta la relazione con la 19enne, e per l’ennesima volta aveva poi preteso quando e come riaverla con sé. Solo che Veronica si era stancata di quell’agonizzante tira e molla e aveva iniziato a uscire con un altro ragazzo. L’ex fidanzato non accettò il rifiuto: le chiese di vedersi per parlarne e quando lei scese dall’automobile le sparò un colpo alla nuca con la pistola d’ordinanza.  Era il 3 settembre, di domenica. Veronica stava studiando per prepararsi ai test di ammissione alla Facoltà di Medicina. Il finanziere è detenuto nel carcere di Bollate.
Ed ecco la sentenza che potrebbe segnare una svolta ai due clamorosi casi.  Ucciso dal vicino di casa nel 2002 dopo una lite per il volume della tv. Le denunce sulle minacce del killer mai trasmesse alla questura che acconsentì all’acquisto della pistola. Il giudice: “Comportamento colposo dei carabinieri”. Uccise il vicino di casa “perché teneva troppo alto il volume della tv”, e nel dicembre di 14 anni fa lo fece con una pistola calibro 7.65 acquistata qualche mese prima con il “nulla osta” della Questura di Milano, ma ora il Tribunale civile di Milano condanna il Ministero della Difesa (in solido con l’assassino) a risarcire quasi 2 milioni di euro alla vedova e ai figli per le omissioni colpose dei carabinieri della caserma di Pioltello proprio attorno a quel “nulla osta”: rilasciato regolarmente nel giugno 2002 da una Questura resa però cieca dal fatto che i carabinieri di Pioltello non le avessero trasmesso le due denunce di minacce di morte che la famiglia della futura vittima aveva già presentato in caserma in marzo e maggio. Nel ragionamento della sentenza della giudice civile Annamaria Salerno si crea così una catena causale che dalla condotta dolosa dell’assassino (l'omicidio commesso con la pistola) risale all'acquisto dell'arma, legittimo in sé in forza del “nulla osta” della Questura, ma propiziato dall'omessa trasmissione delle denunce e cioè dai “comportamenti colposi dei carabinieri che hanno indotto la Questura a rilasciare l'autorizzazione”.
E “il mancato riscontro di elementi ostativi ha avuto incidenza causale diretta e immediata rispetto al compimento dell’omicidio”, perché il processo ebbe già modo di ricostruire come il delitto fosse stato determinato da "modalità impetuose e non premeditate" dall'assassino, “in preda a un contingente stato di ira irrefrenabile” che non avrebbe avuto sbocco letale se l'omicida non avesse avuto la disponibilità di una pistola: “Il possesso dell’arma ha determinato la volontà omicida repentinamente manifestatasi”.
Ministero condannato quindi al maxi-risarcimento - Per l’omissione dei carabinieri nel 2002 (coperta ormai dalla prescrizione penale, ma ancora non dalla prescrizione civile visto che i familiari ne ebbero conoscenza per la prima volta nel 2011) paga quindi ora il ministero della Difesa, con il quale l’Arma ha dipendenza organica: insieme all’assassino (ma in realtà essendo l’unico portafoglio capiente) il ministero dovrà dunque risarcire 666.000 euro alla moglie dell’ucciso, 575.000 a ciascuno dei due figli, più 40.000 euro di spese legali.












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