domenica 12 giugno 2016



 
IL LUOGO DEL DELITTO IL CORSO UMBERTO I° DI SANTA MARIA CAPUYA VETERE 


Due balordi  Giovanni Busico  e Elpidio Aprileo
strangolarono  e rapinarono  l’ omosessuale Ferdinando Marcone




Con la scusa di avere un rapporto con lui si coricarono nello stesso letto. Sparirono dall’abitazione soldi, preziosi e titoli.  “O’ bacchettaro”  era  un ricco commerciante di stoffa. Dopo il delitto uno fuggì a Milano, l’altro si fece prendere nel Bar Florio a giocare  alla “zecchinetta”. 




 Il delitto avvenne nella  città del Foro nella notte di San Silvestro del 1953

Santa Maria Capua Vetere - “Le ricerche tossicologiche eseguite sui visceri repertati sono risultate negative sia rispetto a sostanze narcotiche, sia rispetto a sostanze tossiche. La frattura dell’osso ioide è da riportasi alla costrizione che il collo del Marcone ha subito a mezzo del laccio. La morte di Ferdinando Marcone si può retrodatare di 48-76 ore rispetto all’autopsia (2 gennaio 1953). La morte è stata di natura omicidiaria ed è stata dovuta ad “asfissia meccanica per strangolamento”. Il mezzo adoperato è stato il laccio riscontrato al collo del cadavere. La morte è avvenuta subitaneamente”.
 
l'interno del palazzo ove avvenne il delitto 
Questo fu il responso dei periti nominati dagli inquirenti  Dott.ri Mario Pugliese,  Michele Sanvitale e del Prof. Francesco Tarsitano,  al termine dell’autopsia sul cadavere di Ferdinando Marcone, commerciante, celibe, omosessuale, di anni 67, nato a Soccavo (Napoli) e residente al Corso Umberto I°, n°290 in  Santa Maria C.V.  conosciuto come “O’ bacchettaro”. Fu un delitto tra i più efferati avvenuto nella città del Foro. E fino al giorno 10 del gennaio di quell’anno degli assassini non vi era stata nessuna traccia. Verso le 8:00 del 1° gennaio del 1953 tale Michelucci Primo, 30 anni, domiciliato il Corso Umberto I°, n° 146, assistente edile, informava il mar. dei carabinieri Giovanni Pittari, che aveva appreso dalla propria moglie Giuseppina Merola che lo zio di costei sessantaduenne, Ferdinando Marcone, era irreperibile pur avendo lasciata aperta la porta del negozio da lui gestito e si era portata del negozio medesimo, dove già vi erano i due nipoti Mario Marcone e Gaetano Merola,  constatando che nell’attiguo vano il Marcone giaceva strangolato nel letto. I carabinieri, Claudio Balestrieri, Nicola Ianniuzzo, Vincenzo Mazzuoccolo e Giovanni Napolitano, al comando del Ten. Fortunato Messina, prontamente si portavano sul luogo e constatavano che effettivamente il Marconi giaceva cadavere nel letto, supino sotto due coperte e con al collo una sottile cordicella di canapa a due capi fortemente strette contenuti sulla sinistra. Alle dita indossava un anello d’oro ed uno d’argento. L’autopsia immediatamente disposta dal Giudice Istruttore – pure esso acceduto sul posto - confermavano i primi accertamenti assodando che la morte del Marcone, subitamente sopravvenuta, era stata provocata dall’”asfissia meccanica per strangolamento” mediante il laccio ritrovato al collo che presentava la frattura. Gli inquirenti cercarono di allargare il cerchio delle indagini indagando a 90 gradi e interrogando parenti ed amici della vittima. 
Il portone dell'ingresso sbarrato 


Si effettuò un sopralluogo nell’abitazione del Marcone, alla presenza del Domenico De Gennaro, 43 anni, abitante al Corso Umberto 292, proprietario dell’immobile, al quale presero parte gli uomini del Commissariato di P.S. di S. Maria C.V., Domenico Sbordone, Marino Maiorano e Antonio Della Valle, alla presenza della sorella della vittima Carmela Marcone, dei nipoti Anna Marcone, Teresa Barbato e Angela Nappi. Il giorno dopo il delitto il meccanico Gaetano Picazio,  alle 7 del mattino, apprendeva dalla moglie Rosa Ciriello che alcune persone chiedevano del defunto Marcone per acquistare della stoffa ma essendo il venditore assente in bottega assieme alla sorella Gioconda Federico si recava presso la Chiesa di Sant’ Erasmo dove la vittima era solita andare ad ascoltare la messa. Il meccanico riferiva alla polizia che la vittima era suo amico e con lui spesso si confidava e appunto circa un mese prima del delitto gli aveva confidato che aveva investito in buoni fruttiferi la somma di lire 400.000 intestandoli ad un suo nipote. mPer tali dichiarazioni il meccanico venne fortemente indiziato ma fu subito rilasciato. Anche il nipote della vittima Gaetano Merola (che aveva appreso dalla sorella Giuseppina del delitto) venne fermato per sospetti e poi liberato. Intanto la chiave della camera da letto fu rinvenuta sul bancone della bottega (la camera era all’interno del cortile nel caseggiato medesimo) e con l’intervento di tale Aniello De Pasquale (amico di famiglia) il quale procedette all’apertura del locale ed ebbe la sorpresa di rinvenire  il Marcone immobile disteso sul letto. Il De Pasquale dichiarò alla polizia che il Marcone era ricco ed avaro e per questo non andava d’accordo con i parenti. Il giovane per queste sue affermazioni fu sospettato, fermato e poi liberato. Il giovane Paolo Santoro, di anni 24, abitante alla via Masucci 5, erbivendolo venne sospettato fermato e poi rilasciato.
LA VITTIMA NEL SUO LETTO DI MORTE 


 Stessa sorte per Vincenzo Santone, 28 anni, domiciliato al Corso Umberto, poco distante dalla casa della vittima, venditore ambulante di terraglie venne sospettato, fermato, interrogato e rilasciato. La sorella Carmela di Ferdinando Marcone ricostruì le ultime ore di vita del fratello. La sera di S. Silvestro aveva cenato presso la sua famiglia con un menù a base di vermicelli al sugo, con telline, baccalà fritto e in bianco e aveva bevuto soltanto mezzo litro di vino. La stessa confessò anche che le era noto che il fratello era un omosessuale e che alcuni giovani del luogo lo frequentavano. Uno dei suoi conoscenti Raffaele Martusciello, di anni 18, abitante in via Pratilli 18,  confermò agli inquirenti che la vittima era notoriamente omosessuale. Le indagini per la identificazione dell’efferato crimine, che aveva fortemente impressionato la pacifica popolazione della città del Foro e che appariva consumato a scopo di furto come il disordine notato nel negozio e nell’attiguo vanno chiaramente dimostravano, venivano alacremente condotte dalla Questura di Caserta in collaborazione con i carabinieri e avendo assodato che la vittima era un omosessuale e riceveva spesso nel suo negozio dei pederasti del luogo i primi sospetti caddero su tale Giovanni Busico, di anni 24, nato a Santa Maria Capua Vetere, domiciliato alla via Suffragio 9, celibe, vagabondo,  che intratteneva – “continui e confidenziali rapporti” con il Marcone il quale si era improvvisamente allontanato dalla propria abitazione, cercando poi di sfuggire alle camionette degli agenti con lo rincorrevano. Senonché fermato il 3 gennaio nel “Caffè Florio”, alla via Mazzocchi di Santa Maria Capua Vetere, il Busico venne accusato di essere l’autore del crimine ed ammetteva senz’altro di avere da “solo” strangolato con le mani il Marcone relegandoli poi al collo una cordicella onde assicurarsi della sua morte ed aveva poi rovistato nei mobili senza tuttavia rinvenire nè preziosi né denaro. Due bugie riscontrarono gli inquirenti: la sparizione di denaro e tracce di un complice. In  una successiva dichiarazione dello stesso giorno egli precisava il modo con cui era riuscito a farsi ricevere –verso le  di ore 2,30 del 31 dicembre dal Marcone -  deducendo che all’ improvviso gli era sorta la idea di strangolare il vecchio che si era  ricoricato pensando che egli con lui intendesse congiungersi; con tale idea aveva messo in esecuzione servendosi delle mani, stringendo poi per la maggiore sicurezza il pezzo di spago che solo per caso teneva in tasca; che infine egli aveva rovistato dappertutto alla ricerca di preziosi e di denaro - di cui sapeva essere la vittima largamente fornita - e che tuttavia non aveva rinvenuto alcunché. 

UN INSIEME DELLA STANZA 

Il 5 gennaio il Busico, dopo aver tali circostanze confermato al Dr. Berardino De Luca, Giudice Istruttore, dichiarava invece alla Questura (sottoposto evidentemente ad interrogatorio con maniere più convincenti) che il Marcone era stato ucciso dal suo amico Elpidio Aprileo di anni 20, domiciliato in via Anfiteatro 51, celibe, fabbro, dal quale anzi era partita la proposta di uccidere mediante soffocamento il Marcone onde rapinarlo. Un vero colpo di scena ed una perfetta chiamata di correità che è un classico in molti delitti con più autori. Il Busico precisava anche che l’Aprileo aveva afferrato per le mani la vittima onde immobilizzarla e permettere a lui di strangolarla con le mani alla gola; che insieme con l’Aprileo aveva poi rovistato nei mobili asportando soltanto L. 2.300 in quanto il suo compagno impossessatosi di un orologio, lo aveva assicurato di aver preso tutto. Con altra dichiarazione precisava l’ammontare del bottino ed il modo in cui era stato diviso. A sentire ciò la Questura impartì delle opportune disposizioni per la cattura dell’Aprileo resosi intanto irreperibile e fuggito al Nord nel tentativo di espatriare. Con rapporto del 10 gennaio del 1953 denunciavano in stato di arresto il Busico, oltre che come detentori di una baionetta,  rinvenuta alla sua abitazione, quale responsabile di “omicidio premeditato ed aggravato a scopo di rapina in persone” di Marcone in concorso con l’Aprileo”. 

UN PRIMO PIANO DELLA VITTIMA 

Con successivo rapporto del 20 dello stesso mese  la Questura informava gli inquirenti che l’Aprileo era  stato  arrestato il giorno 16 in Milano e da una prima  dichiarazione aveva  precisato che “circa sei o sette giorni prima della fine del dicembre del 1952, il Busico lo aveva informato del suo disegno di uccidere e quindi derubare Ferdinando Marcone spiegandogli che avrebbero dovuto fingere, per introdursi nella di abitazione, di voler trascorrere una notte in sua compagnia e di soddisfarlo nei suoi immondi  desideri; che pur avendo allora respinta la istigazione del Busico, l’aveva  successivamente accolta il 28 e 29 dicembre, così era stato fissato l’appuntamento per il 31 successivo durante la notte, verso le 23:30 si erano portati nel negozio del Marcone con il quale si erano nello stesso letto coricati; che all’improvviso il Busico aveva strangolato il vecchio legandogli quindi la corda al collo; poi egli ed il Busico si erano dati a rovistare dappertutto riuscendo ad impossessarsi soltanto di lire 15.000 di cui soltanto sei o 7000 gli erano stata consegnate dal Busico”. Disse di aver sperperato i soldi e di essersi “intrattenuto” nel corso del suo soggiorno a Milano, con un pederasta che aveva conosciuto la sera al cinema “Venezia” al Corso Buenos Ayres. L’Aprileo, nuovamente interrogato a Caserta dai funzionari della Questura, confermava che l’invito a prendere parte all’uccisione gli era stata fatta una  prima volta  fra la vigilia del Natale e il  Natale medesimo,  che poi si era stabilita la notte di San Silvestro; che egli ed il Busico si erano coricati insieme al Marcone che questi ad un tratto era  stato aggredito dal suo compagno che lo aveva invitato  a tenere ferme le mani della vittima e che egli aveva fatto; che poi avevano frugato dappertutto riuscendo trovare soltanto 2000 lire in contanti 14 dollari e diversi buoni fruttiferi postali di cui non conoscevano la sorte avendo ricevuto dal Busico soltanto una certa somma di denaro ricavata dal cambio dei dollari. Giulio Aprileo, padre di Elpidio (Via Anfiteatro,51) calzolaio, dichiarò che il figlio dopo il cenone era stato visto al cinema “Politeama”, in compagnia di Giovanni Busico. Che il giorno dopo era partito per Orvieto in cerca di lavoro presso uno zio Mario Crisileo.
FERDINANDO MASTROIANNI STRANGOLATO NEL SUO LETTO 

 Non aveva bisogno di denaro perché l’aveva vinto nella nottata giocando alla zecchinetta presso il bar “Florio”. Si effettuarono vari sopralluoghi in cerca della refurtiva, presso Mario Avizzano in Caiazzo, in quanto era notorio che il Busico era l’amante della moglie dell’Avezzano, Maria con esito negativo. Come pure presso l’abitazione di Nicola Farina, Vico Lucarelli 8, in San Andrea del Pizzone che era stato datore di lavoro di Busico. Il Giudice Istruttore, con sentenza del 5 settembre del 1953, rinviò al giudizio della Corte di Assise entrambi gli imputati – che continuavano ad accusarsi a vicenda – per rispondere del grave omicidio. 

Fonte: Archivio di Stato di Caserta


 Ergastolo per  Giovanni Busico  e 
30 anni per Elpidio Aprileo



Nel dibattimento il Busico, discostandosi anche dalle dichiarazioni rese al Giudice Istruttore, ha negato che il delitto fosse stato ideato e concertato con l’Aprileo prima di portarsi nel negozio del Marcone e tantomeno durante il periodo natalizio confermando invece che la uccisione del Marcone si era verificata, ad opera sua soltanto e senza che egli se ne rendesse conto, nel corso di una colluttazione col Marcone che mentre era coricato con lui e con l’Aprileo  lo aveva improvvisamente aggredito senza motivo. Egli ha assunto altresì di aver riferito che la vittima era stata immobilizzata dall’Aprileo solo perché questi lo aveva accusato di essersi impossessato di buoni postali che egli invece non aveva toccati. L’Aprileo, dal canto suo, pur insistendo ad onta dei dinieghi del Busico nello affermare che effettivamente durante le feste di Natale il Busico gli aveva parlato del suo proposito di sopprimere derubare il Marcone, ha dichiarato che tuttavia tale idea era stata abbandonata e che la visita al Marcone la notte sul 1° gennaio era stato solo fatta unicamente per acquistare delle sigarette.

 Egli ha anche chiarito che alla uccisione del Marcone il Busico aveva provveduto da solo mentre egli dormiva nello stesso letto dove erano coricati gli altri due. Ha infine affermato di non sapere dei buoni postali assumendo di aver soltanto sospettato che di essi si fosse impadronito il Busico che interpellato in proposito lo aveva rassicurato sulla sorte dei titoli stessi ormai in “buone mani”. Al termine del dibattimento nel corso del quale era stata respinta la istanza per perizia psichiatrica formulata dai difensori degli imputati, i procuratori delle parti civili hanno concluso per la condanna al risarcimento del danno degli imputati medesimi ed al massimo della pena. Il pubblico ministero dal canto suo ha richiesto la condanna all’ergastolo per entrambi. Il difensore dell’Aprileo ha concluso per la condanna dello stesso soltanto in ordine all’articolo 116 codice penale (Qualora il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione od omissione. 

IL SEN. AVV. GENEROSO JODICE 

Se il reato commesso è più grave di quello voluto, la pena è diminuita riguardo a chi volle il reato meno grave) e subordinatamente al termine all’articolo 114 dello stesso codice, (il giudice, qualora ritenga che l’opera prestata da talune delle persone che sono concorse nel reato abbia avuto minima importanza nella preparazione o nell’esecuzione del reato, può diminuire la pena), con la concessione delle attenuanti generiche. Il difensore del Busico ha insistito perché lo stesso fosse ritenuto “seminfermo di mente” subordinatamente per la concessione delle attenuanti generiche. La Corte,  in pieno accoglimento delle doglianze della pubblica accusa,  irrogava l’ergastolo per Giovanni Busico e 30 anni per Elpidio Aprileo per concorso in omicidio premeditato con rapina in danno di Ferdinando Marcone, con le aggravanti della recidiva specifica, con isolamento per due anni e la pubblicazione della sentenza sui quotidiani. Una sentenza dura, con una condanna altrettanto dura, come l’efferato delitto, emessa dalla Corte di Assise di S. Maria C.V. (Presidente Giovanni Morfino; giudice a latere, Victor Ugo De Donato; pubblico ministero, Nicola Damiani; giudici popolari: Domenico Sgambato, Francesco Cerreto, Pietro Boragine, Michele Izzo, Nicola Caizzo e Giuseppe Caliendo). 

L'AVV. GIUSEPPE GAROFALO 


Confermata dai giudici di Appello (22 gennaio 1958) e dalla Suprema Corte di Cassazione (28 febbraio 1960).  Nel corso dei tre giudizi si alternarono sui banchi della difesa e della parte civile gli avvocati: Antonio e Federico Simoncelli, Vittorio Lucarelli, Giuseppe Irace, Giuseppe Marrocco, Giuseppe Garofalo, Antonio Giordano e Generoso Iodice.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta 












Nessun commento:

Posta un commento