domenica 12 giugno 2016

Il ministro Orlando: "basta processi mediatici"





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a cura di Giulia Merlo

Il Dubbio, 11 giugno 2016

"Il processo mediatico è da stigmatizzare, ma si può combattere solo se le professioni si autodisciplinano", e ancora "tutelare la professione di avvocato significa tutelare le libertà fondamentali dei cittadini".
Esordisce così, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, intervistato dagli avvocati nella cornice delle celebrazioni del Cinquantenario dell'Aiga, l'associazione italiana giovani avvocati. Nell'inedita veste giornalistica, il presidente del Consiglio Nazionale Forense Andrea Mascherin, il quale ha affrontato con il ministro i temi all'ordine del giorno nel dibattito pubblico sulle professioni.
Come si inserisce la figura dell'avvocato nella tensione sociale tra economia e tutela dei diritti dei cittadini?

"Gli avvocati hanno sperimentato sulla loro pelle l'infondatezza del paradigma liberale secondo cui i processi di integrazione dei mercati creano più ricchezza per tutti. Il brusco risveglio si è avuto con la crisi, che ha dimostrato come i mercati non rispondano agli interessi sociali e anzi, abbiano trovato un equilibrio comprimendo l'idea stessa di cittadinanza e diritto. Così, i diritti civili sono diventati un lusso e l'idea stessa di democrazia è stata messa in crisi. L'avvocatura, in questo nuovo panorama, rischia di venire assimilata a tutte le altre professioni che forniscono servizi e dunque di cadere in una logica unicamente economica. Questo processo va interrotto, ma la strada non è quella del corporativismo. Serve una nuova via, fatta di apertura e di integrazione positiva anche con il mercato".

Quale ruolo sociale può allora giocare il professionista, in questo panorama così difficile?
"L'avvocato è presidio delle libertà fondamentali e tutelare la professione significa tutelare queste libertà. Però è necessario che la categoria assuma in pieno il suo ruolo di classe dirigente del Paese, non dicendo solo no e chiudendosi nel corporativismo, ma dicendo anche qualche sì ai cambiamenti. Alcune forme di evoluzione sono necessarie e non più rinviabili, come ad esempio le specializzazioni, altrimenti ci si autocondanna all'irrilevanza. In questa direzione è andato anche il mio intervento di accelerazione per l'approvazione della riforma forense".
Lei come Ministro ha scelto la strada di restituire un ruolo tecnico alla figura dell'avvocato, soprattutto per quanto riguarda i meccanismi deflattivi. È questa una delle strade per combattere la crisi della giurisdizione?

"Premetto che il numero degli avvocati non c'entra nulla con la crisi della giurisdizione, nè si può pensare di ridurlo con un decreto. È necessario invece un cambio mentale, in cui gli avvocati non stanno solo in tribunale e davanti a un giudice ma diventano soggetti che ricompongono ex ante i conflitti, attraverso strumenti deflattivi come la mediazione e la negoziazione assistita. Una risposta è anche il processo civile telematico, che è stato immediatamente appoggiato dall'avvocatura giovane perché ne intuiva i risvolti professionali di riequilibrio generazionale. Come Ministro, ho intenzione di proporre un ruolo pieno degli avvocati all'interno dei consigli giudiziari, ma deve essere sfruttato per creare meccanismi virtuosi di miglioramento della governance. Abbiamo misurato le performance dei tribunali italiani e io ho personalmente visitato i 10 peggiori d'Italia. Quello che ho riscontrato è che in sei non esiste alcuna carenza di personale amministrativo. È evidente dunque che manca organizzazione, e questo vale da nord a sud. La Sicilia, per esempio, è divisa in due: metà tribunali hanno risultati tra i migliori d'Italia e metà tra i peggiori. L'obiettivo oggi del ministero è di efficientare l'organizzazione, creare un turnover della magistratura e riscrivere un ordinamento che sia meno in funzione dei magistrati e più nell'interesse complessivo".

I processi oggi sembrano farli i criminologi nelle televisioni, e di questo parte della responsabilità è anche dell'avvocatura, ma siamo arrivati alla giuria popolare che condanna come nel far west. Si tratta però di una battaglia culturale che devono combattere avvocatura, magistratura e Ministero. Come si affronta?
"È un fenomeno inquietante che va contrastato. Non penso lo si possa fare attraverso una legge, perché usare la norma per disciplinare l'esercizio della libertà di espressione potrebbe provocare danni ancora maggiori. Possono operare e far rispettare i principi deontologici solo i soggetti interessati, come gli avvocati e i giornalisti. Sono contrario a introdurre sanzioni per i giornalisti per comportamenti che ledono i diritti di terzi, però vorrei che la professione mettesse più forza nell'indignarsi di fronte a questi processi distorti. Questi fenomeni sono il frutto di una domanda dell'opinione pubblica, che detta i tempi e non vuol sapere chi è il colpevole, ma vuole un colpevole. Solo le professioni stesse possono mettere un freno a questa giustizia sommaria, attraverso i loro principi di autoregolamentazione e la deontologia professionale".

Come si comporterà il Ministero, rispetto alla sentenza del Tar che censura il decreto sulle specializzazioni?
"Il Ministero impugnerà la sentenza del Tar, perché è ingiustificata e inaccettabile. La sentenza contesta il criterio con cui sono individuate le branche di specializzazione, ma si tratta di una scelta che rientra nella discrezionalità politica. Inoltre, nel decreto è prevista revisione periodica delle specializzazioni, in modo da poter partire e poi rivedere ex post in base alla sperimentazione".
Il legislatore è spesso condizionato dall'esigenza di consenso popolare e non sempre punta all'equilibro nell'ordinamento.
"Un politico che si disinteressa del consenso è un imbecille, ma se non pensa anche all'equilibrio è un mascalzone. Bisogna bilanciare entrambe, rispondendo anche alla domanda di rassicurazione sociale, che esiste nel Paese. Però devo dire che il compito è reso più arduo dal fatto che in pochi alimentano il dibattito culturale su questi temi. Un diritto penale senza limiti certi produce impunità, ma per far passare questo concetto bisogna intervenire nella società, con una battaglia di tipo culturale. E un tema che mi sta molto a cuore e che, glielo assicuro, non mi porterà certo più consenso, è quello del carcere. Ho dato il mio contributo culturale promuovendo gli Stati generali sullo stato del carcere. Ho sentito, infatti, il dovere di affermare il principio che una persona rimane una persona, a prescindere dagli errori che ha commesso. In questo lavoro, ho avuto tre alleati soprattutto: l'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Papa Francesco e Marco Pannella".

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