domenica 3 luglio 2016







  

GIOVANNI D’ANTUONO UCCISE VINCENZO BROCCOLI PERCHE’ INSIDIAVA LA GIOVANE MOGLIE

Castelvolturno 

Il delitto accadde a Castelvolturno  nel Podere  ONC n° 714  il 3 luglio del 1952
interno dell'abitazione 


La vittima circuiva la donna e la minacciava di morte se non avesse ceduto alle sue bramosie sessuali. L’arma era della vittima e la donna lo aveva disarmato nell’ennesimo tentativo di stupro poco prima del delitto avvenuto nella sua camera da letto. Delitto d’onore?

la trebbiatura 


Verso le 17:00 del 3 luglio del 1952 i carabinieri di Castelvolturno avevano notizie tramite  tale Eugenio Di Bello che il contadino Giovanni D’Antuono di anni 21 aveva esploso vari colpi di pistola per motivi d’onore contro il giovane Vincenzo Broccoli  uccidendolo sul colpo. I familiari del D’Antuono,  presenti sul posto e più tardi altri testimoni oculari oltre al Di Bello (Armando Marciaello, Pietro Liberatore, Giovanni Manica)  confermarono  che ad uccidere il Broccoli era stato il D’Antuono, datosi subito alla latitanza. La moglie di questi, Carmela Vigliotti, peraltro consegnava ai verbalizzanti l’arma omicida, una grossa pistola tedesca calibro nove, che aveva in canna  solo una pallottola non esplosa. Riferiva la donna che il Broccoli l’aveva  da tempo circuito della corte assidua giungendo fino a minacciarla di morte se non avesse aderito al suo insano desiderio. Per essere lasciata in pace lei aveva  convinto il  marito  a trasferirsi da Mondragone ove  i coniugi abitavano con la loro bambina,  nel podere del suocero in Castelvolturno adducendo a pretesto che il genitore aveva bisogno di aiuto durante i lavori di trebbiatura. Il suo allontanamento, però, non era valso a scoraggiare il Broccoli il quale la mattina del 28 giugno l’aveva raggiunta in campagna rinnovando le sue profferte d’amore; alla sua ripulsa le aveva puntato contro una grossa pistola dichiarando che si sarebbe dovuta   preparare seguirlo non potendolo più sfuggire. Per questo fatto, che pure aveva celato al marito, la Vigliotti aveva sporto una denuncia ai carabinieri di Castel Volturno dove si era recata il giorno stesso dell’accaduto insieme al suocero. Riferiva infine la donna che verso le 12:00 del giorno dell’omicidio il Broccoli si era portato addirittura nella masseria accompagnato  da tali Armando Marciello  e Pietro Libertone intrattenendosi  poi insieme ad essi a colazione col marito. Essa,  col pretesto di una indisposizione s’era invece trattenuta nella sua camera da letto. Verso le 16 il Broccoli s’era però introdotto nella stanza cercando di baciarla ricorrendo alla violenza. Insorta  una breve colluttazione s’era accorta che l’altro portava al fianco  una grossa pistola per cui l’aveva persuaso a consegnargliela ed allontanarsi subito temendo l’arrivo del marito. Quest’ultimo, infatti,  la sorprendeva mentre cercava di nascondere l’arma. Essa era stata così costretta a informarlo sommariamente dell’accaduto spiegandogli che il giovane la circuiva da tempo. Il D’Antuono allora si era fatto consegnare la pistola con la quale, quasi subito dopo, aveva esploso contro il Broccoli tre colpi. 
il cadavere con curiosi 

Nel darsi alla fuga il marito le aveva gridato: “Non vado in galera per ladro ma ci vado per onore”. L’omicida,  costituitisi ai carabinieri il 7 luglio successivo ammetteva di  aver ucciso il Broccoli. Spiegava in proposito che in precedenza era stato in rapporti di amicizia con lui ma che poi li aveva troncati allorchè erano giunte al suo orecchio spiacevoli dicerie circa una presunta tresca fra questi  e sua moglie la quale però non gli aveva dato adito a dubbi sulla sua onestà. Verso i primi di giugno il Broccoli, passando nei pressi di podere ove egli si trovava a pascolare le pecore, lo aveva  perfino chiamato “cornuto”  e gli aveva fatto un gesto offensivo con le mani per cui egli lo aveva inseguito con un tridente.   Due giorni prima del delitto l’altro gli aveva proposto la pacificazione e così il giovane accompagnato dal Marciello e dal Libertone si era recato presso il podere del padre presso il quale egli si era trasferito presentandogli le sue scuse per le dicerie insorte. Tutti e quattro avevano quindi fatto colazione insieme ed il Broccoli lo aveva anche accompagnato con un biroccio ad attingere acqua della fontana distante circa un chilometro dalla masseria, mentre gli altri due amici si erano allontanati per proprio conto per vendere fichi nei vicini poderi.  Dopo qualche tempo a dire del D’Antuono, era sorta la nascita di attingere altra acqua per la trebbiatura. Questa volta però il Broccoli si era rifiutato di accompagnare l’ospite che si era quindi recato da solo. Al ritorno egli aveva notato l’amico uscire da una porta secondaria della sua casa colonica per cui indispettito era salito sulla stanza della moglie trovando questa piangente e  sconvolta con una pistola in mano. Alle sue domande la donna gli aveva risposto: “Quel disgraziato non mi ha voluto lasciare in pace né a Mondragone né qua!”. Egli si era allora impadronito dell’arma aveva raggiunto il Broccoli - che nel frattempo si era portato vicino alla trebbia e dopo averlo chiamato per nome gli aveva  esploso, alla distanza di tre o quattro metri tre colpi di pistola uccidendolo.  A seguito del rapporto dei carabinieri  di Castelvolturno in data 10 luglio 52, con il  quale i verbalizzanti affermavano che nulla si era potuto accertare in merito all’asserita tresca fra la Vigliotti il Broccoli e che tuttavia quest’ultimo, di temperamento violento  e dedito al furto,  era considerato il Mondragone un libertino, si procedeva a carico del D’Antuono per omicidio volontario. 
schizzo della scena del crimine 


Al giudice istruttore l’imputato confermava sostanzialmente la dichiarazione fatta ai carabinieri arricchendola di altri particolari. Precisava infatti di aver intuito che per il trasferimento proposto dalla moglie nel podere del padre fosse dettata dall’intento di lei di sottrarsi alle dicerie che si erano propalate in paese;  e che egli stesso, dopo pochi giorni dal trasferimento aveva diffidato il Broccoli il quale aveva avuto l’audacia di presentarsi in Castelvolturno con la scusa di proporgli la vendita di una partita di fieno per un suo amico, a  non farsi più vedere. Dopo un paio di giorni da questo episodio il padre aveva osato di dichiarare pubblicamente, anche in presenza della madre e del fratello, che egli  si era mantenuto la moglie,  non aveva paura di lui e che la moglie aveva un neo a fianco sinistro ed una voglia alla natica.  Particolare questi ultimi non rispondente alla verità tanto che il D’Antuono  aveva ritenuto opportuno far accertare il contrario dei suoi genitori e dalle sorelle facendo denudare in loro presenza la moglie. Siffatte  circostanze venivano ben vero ritrattate dallo stesso imputato a seguito di un confronto col padre che assumeva di non aver mai parlato con il Broccoli e che la nuora era stata sottoposta a ricognizione solo tramite la moglie del brigadiere dei carabinieri verbalizzante essendosi propalata la voce che l’ucciso - per vanteria -  aveva confidato che la Vigliotti aveva quei segni caratteristici. Aggiungeva peraltro l’imputato che la sera stessa in cui aveva intimato al Broccoli  di non farsi più vedere che l’altro  si era invece ritornato insieme a certo Achille Misuriniello (identificato poi per Achille D’Agostino)  e gli aveva gridato in faccia che “egli si era mantenuta la moglie, che era meglio che lui  la lasciasse perché l’avrebbe preso con sé”. Proprio in quella occasione, a detta del D’Antuono – l’altro lo avrebbe chiamarlo “cornuto e scornacchiato “ e gli fece gesti ingiuriosi,  per cui egli si diede a inseguirlo con la bicicletta armato di tridente. Precisava infine che quando aveva raggiunto il  Broccoli, vicino alla trebbia tenendo con la pistola nascosta dietro la schiena   con la mano destra il giovane aveva esclamato. 
mandato di cattura 

“Che devi fare con questa pistola? la sapessi almeno maneggiare, me te la piglio e te l’appendo in ganna”.Per  il che egli   aveva subito esplosi i colpi mortali e si era dato quindi alla fuga gridando che  sarebbe “andato in galera per onore”. Agli atti veniva allegato il rapporto del 2 luglio del 1952 degli stessi carabinieri di Castelvolturno che rifletteva la denuncia sporta dalla  Carmela Vigliotti  il 28 giugno procedente a carico del Broccoli per l’episodio della minaccia subita. I verbalizzati chiarivano inoltre  di  non aver potuto svolgere alcune indagini proposte per la mancanza di testimoni all’incidente denunziato dalla donna. La perizia necroscopica accertava che la morte era stata causata da lesione degli organi interni (cuore, polmone,  intestino)  da una serie di colpi di arma da fuoco esplosi a breve distanza all’altezza del torace e all’addome. Espletata l’istruttore nel corso della quale venivano escussi numerosi testi indicati dal difensore dell’imputato e dai familiari della vittima, i quali deponevano su precedenti episodi, il D’Antuono veniva rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere per rispondere di omicidio volontario.


Fonte: Archivio di Stato di Caserta 



Avv. Giovanni Leone 



La condanna per Giovanni D’Antuono fu mite: 8 anni in prima battuta e 6 in Appello. 
Fu ritenuto un delitto d’onore.



 La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, (Presidente, Giovanni Morfino; giudice a latere, Victor Ugo De Donato; pubblico ministero Nicola Damiani), sentenza del 3 febbraio del 1955,  che giudicava Giovanni D’Antuono da Castelforte, arrestato il 7 luglio del 1952, accusato di omicidio volontario in danno di Vincenzo Broccoli, con la concessione delle attenuanti generiche e la provocazione, nonché del motivo di particolare valore morale e sociale condannava l’imputato ad 8 anni di reclusione. I giudici rilevarono  “che la prima confessione del  D’Antuono in ordine alla uccisione del Broccoli e la sua specifica incolpazione da parte di tutti i testimoni (Pietro Libertone, Armando Marciello, Giovanni Manica, Eugenio Di Bello)  rendono affatto ovvia la responsabilità dell’imputato per quanto attiene al delitto di omicidio, non potendo sorgere peraltro dubbio alcuno sulle intenzioni omicide del reo nel momento in cui ebbe ad esplodere  contro la vittima i colpi di pistola che ne provocarono la morte. Il mezzo adoperato -  una grossa pistola da guerra tedesca calibro nove - la reiterazione dei colpi e la zona vitale del corpo preso di mira (torace ed addome), per giunta, da breve distanza (tre o quattro metri), costituiscono nella loro evidenza obiettiva, accertata anche tramite i periti autoptici un’esauriente prova che in effetti il D’Antuono volle determinare la morte del Broccoli.  Ed invero in questo primo punto dell’indagine nessuna questione poteva sorgere  alla stregua delle risultanze processuali le quali offrono invece il campo ad un esame non meno complesso ed importante: quello cioè relativo alla imputabilità del reo essendo precipuo obbligo del giudice di aver riguardo a tutte le circostanze di fatto, anche anteriori alla fattispecie criminosa, che si inseriscono nella dinamica del delitto; ai motivi determinarono ad ogni altro elemento relativa alla personalità del colpevole e dell’ambiente e che valgono a conferire al delitto stesso il peculiare carattere che lo sopradistingue fra gli altri fenomeni giuridici per l’aspetto profondamente individuale che deve essere considerato.
Avv. Antonio Simoncelli 

 Deve ritenersi inoltre per certo che il Broccoli ebbe a circuire per lungo tempo la giovane moglie del D’Antuono e che si  adoperò in tutti i modi per goderne i favori. Siffatto convincimento non soltanto lo si può dedurre dalle dichiarazioni della donna e dal marito ma trova conforto nella parola di tutti i testimoni che  sono stati escussi sull’argomento;  mentre peraltro nessun diverso motivo di rancore fra l’uccisore e la vittima traspare dagli atti. Ed in realtà se un divario esiste in proposto tra le varie deposizioni, esso non riflette il comportamento del Broccoli nei confronti della Vigliotti  bensì la circostanza, negata dall’imputato e dalla di lui moglie e da qualche altro teste che la donna avesse ceduto allo insano desiderio del giovane. Di certo le affermazioni della Vigliotti non possono ritenersi di piena attendibilità apparendo pressoché assurdo - in circostanze del genere -  che una donna ammette la propria infedeltà coniugale per l’inevitabile disdoro   che le deriverebbe specie in un piccolo paese”. La Corte di Assise di Appello,  in data 25 febbraio del 1965 -  in parziale riforma della sentenza – riduceva la pena a 6 anni di reclusione. Nel processo, ritenuto un delitto d’onore, furono impegnati gli avvocati Ettore Botti, Giovanni Leone e Antonio Simoncelli.   
il fiume



Fonte: Archivio di Stato di Caserta



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