domenica 19 febbraio 2017



Pasquale Cafaro uccise il nipote Giovanni Cafaro per una questione di condominio

Il delitto trovava  spiegazione nei rapporti quanto mai tesi esistenti tra zio e  nipote da quando quest’ultimo aveva acquistato i diritti del nonno sul fabbricato ove entrambi abitavano…



 La vittima  intendeva addirittura far saltare in aria con mine il fabbricato se lo zio non fosse andato via.


Il delitto avvenne a Bellona alle 23,45 del 19 marzo del 1956




Bellona -  “Correte alla via  Sauro, al numero 178 …. c’è il cadavere di un uomo” .  Questa la segnalazione che giunse verso le 23,45 del 19 marzo del 1956 ai carabinieri della Stazione di Vitulazio  i quali recatisi sul posto rinvennero il cadavere di  Giovanni Cafaro sul ballatoio del primo piano  dell’edificio.  Fin dalle prime indagini si accertò che Giovanni  Cafaro era stato ucciso mediante colpi di fucile dallo zio Pasquale Cafaro,  il quale subito dopo il delitto si era dato alla fuga ancora armato. Intanto, il figlio dell’assassino, Giovanni di anni 13, riferì al Pretore di Capua che quella sera verso le 23 era stato svegliato dalle grida del cugino Giovanni il quale dalla sua stanza di letto, attigua a quella ove egli dormiva insieme a suo padre diceva all’indirizzo di quest’ultimo “mariuolo…sei andato sempre rubando…scornacchiato…se hai da dire qualcosa esci fuori”. Successivamente il cugino era uscito dalla camera da letto e si era messo a camminare sul ballatoio brontolando, e allora suo padre si era alzato e preso il fucile era uscito anche lui; immediatamente dopo si era sentita l’esplosione di due colpi. Aggiunse  Giovanni Cafaro di Pasquale che egli non essendo più tornato suo padre, aveva chiuso la porta ma Margherita Cafaro e Giovanna Russo, rispettivamente sorella e madre della vittima, avevano forzato l’uscio e penetrate nella stanza e lo avevano percosso ed avevano devastato i mobili. La moglie di Pasquale Cafaro, Celeste Della Monica, dal canto suo, anch’essa interrogata sia dai carabinieri che dal Pretore, dichiarò che non aveva assistito all’omicidio e non aveva neppure sentito gli spari giacchè dormiva in un locale sito in altra ala del fabbricato ove si era trasferita da qualche tempo per paura di Giovanni Cafaro che pretendeva mandarli via dalla casa ed a tal fine sovente li ingiuriava e li minacciava ed insieme alla moglie Maria Papa, aveva dato luogo a continui litigi. Altri testimoni venne ascoltati dagli investigatori: Alfonso Addelio, Antonio e Pasquale Panico, i quali raccontarono che Giovanni Cafaro di Secondino si era trattenuto con loro nell’osteria di Amedeo Rossi, ove aveva bevuto qualche bicchiere di vino, dalle ore 20 alle ore 20 e trenta e poi di nuovo dalle 21,15 alle 22,30 ora in cui era rincasato. 


Dopo poco si erano sentiti sparare due colpi di fucile ed essi Addelio e Panico, avendo appreso che gli spari erano avvenuti nel fabbricato del Cafaro, si erano portati colà con il Dr. Giacomo Anziano ma avevano trovato il loro amico già morto. Maria Papa infine dichiarò al Pretore che il Pasquale Cafaro odiava suo marito perché temeva che questi – che era il padrone della casa – volesse mandarlo via; che esse ed il marito avevano subito diversi furti di denaro e di vari oggetti, tra cui un vecchio giaccone, dei quali sospettavano autore il Pasquale Cafaro ma si erano astenuti quasi sempre dal denunziare dette sottrazioni per sfiducia verso i carabinieri; che, successivamente, nei primi giorni di marzo, il marito era stato tratto in arresto per il danneggiamento di alcune viti subito dallo zio Carlo Mario Cafaro, essendo stato rinvenuto sul luogo del reato il suo giaccone rubato – essa in verità riteneva che a tagliare le viti fosse stato il Pasquale Cafaro e che costui avesse poi lasciato ad arte sul posto il giaccone sottratto al nipote per fare incolpare quest’ultimo; che diversi litigi erano avvenuti tra lei, Pasquale Cafaro, e Celeste Della Monica, nella settimana che precedette l’omicidio, ma gli ultimi due giorni erano trascorsi  calmi. Che, infine lunedì 19 suo marito ritiratosi verso le 23 aveva incominciato a gridare verso di lei per un litigio avuto da un loro figliuolo con un bambino e indi si era diretto verso la cucina per cenare ma non appena uscito sul  ballatoio era stato ucciso. Dalle indagini risultò inoltre che  circa due anni prima Giovanni Cafaro di Secondino aveva acquistato da suo nonno Giovanni Cafaro fu Secondino dei diritti che lo stesso assumeva di vantare sul fabbricato in via Sauro 178 e che il prezzo della compravendita era stato pagato soltanto in parte essendosi convenuto che il saldo sarebbe stato versato dopo che fosse stato sfrattato Pasquale Cafaro dai locali da lui occupati.


Risultò, inoltre, che i rapporti tra il Giovanni Cafaro di Secondino e Pasquale Cafaro a causa della situazione creatasi dopo la compravendita anzidetta erano divenuti cattivi e che vi erano state reciproche denunzie. Gli inquirenti non diedero alcun credito alla tesi secondo la quale l’imputato fu costretto a sparare i due colpi di fucile per difendersi dall’aggressione messa in atto dal nipote. E quindi paventando una legittima difesa o quantomeno un eccesso colposo di legittima difesa. “Il delitto – ipotizzarono invece gli inquirenti – trova spiegazione nei rapporti quanto mai tesi esistenti tra il Pasquale Cafaro e  il nipote Giovanni Cafaro da quando quest’ultimo acquistò i diritti del nonno sul fabbricato ove entrambi abitavano. L’alienazione di tali diritti da parte del vecchio Giovanni Cafaro (omonimo del nipote) già di per sè non poteva non suscitare malumore nel Pasquale Cafaro che naturalmente desiderava un giorno di ereditare, con i fratelli, l’immobile del padre.

 Ma il Pasquale Cafaro si risentì  soprattutto perché il nipote, acquistato il fabbricato, intendeva avere la disponibilità dei locali da lui occupati. Egli pertanto si oppose energicamente alle mir3e del nipote e si ostinò a rimanere nell’immobile. Il contrasto di interessi, la frequenza di contatti determinati dalla convivenza nello stesso fabbricato, aprirono così un ampio terreno all’attecchimento di reciproci   rancori tra zio e nipote e tra le loro rispettive famiglie e si verificarono  numerosi episodi di minacce e di violenze ora da parte degli uni  ora da parte  degli altri. Dapprima su denuncia di Giovanni Cafaro, il Pasquale Cafaro venne condannato per minacce con arma. Sorse poi la voce che il predetto Giovanni intendeva addirittura far saltare in aria con mine il fabbricato se lo zio non fosse andato via. Quindi seguì il danneggiamento di alcune viti in danno di Carlo Mario Cafaro, fratello del Pasquale. Di tale reato fu subito sospettato autore il Giovanni Cafaro di Secondino che venne anche tratto in arresto, essendo stato rinvenuto sul fondo del Carlo Mario un suo giaccone – sia il denunziato che la moglie Maria Papa subito propalarono la notizia che a tagliare le viti era stato Pasquale Cafaro il quale rubò il giaccone al nipote ed eseguito il taglio delle viti lasciò sul posto l’indumento per far convergere sul nipote l’accusa.  

Fonte: Archivio di Stato di Caserta





  

LA CONDANNA FU AD ANNI 20 RIDOTTI A 17 IN APPELLO CON LA CONCESSIONE DELLA PROVOCAZIONE


Pasquale Cafaro venne rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Eduardo Cilento, presidente; Guido Tavassi, giudice a latere; Gennaro Calabrese, pubblico ministero) per rispondere di omicidio volontario in danno di Giovanni Cafaro e nella circostanza le parti civili costituite, in persona di Maria Papa, Secondino Cafaro e Giovanna Russo, attraverso i propri legali, chiedevano affermarsi  la responsabilità dell’imputato con una dura condanna ed al risarcimento del danno. Il pubblico ministero concludeva per ritenersi l’imputato colpevole del reato di omicidio e condannarlo  alla pena di anni 24 di reclusione con la recidiva contestata in udienza. La difesa dell’imputato, invece, insisteva perché lo stesso fosse ritenuto responsabile di “eccesso colposo di legittima difesa” e che fossero concesse le attenuanti della provocazione e quelle generiche.  Invece, in contrapposizione a queste tesi “Non vi è dubbio – osservarono i giudici nella loro motivazione – che il fatto integri gli estremi dell’omicidio volontario. La micidialità dei colpi esplosi (il fucile era carico a caprioli e la vittima come si è detto venne attinta a breve distanza) la parte vitalissima del corpo presa di mira dimostrano ampiamente l’intenzione del Cafaro di uccidere l’avversario”.  Il verdetto finale fu ad anni 20 di reclusione. In grado di appello, il 23 dicembre del 1959, la sentenza venne riformata e la condanna ridotta a 17 anni con la concessione delle attenuanti della provocazione. Nel corso dei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Vittorio Verzillo, Pompeo Rendina, Giuseppe Garofalo, Mauro Borgia, Ciro Maffuccini, Francesco Lugnano e Giacinto Mazzuca
Fonte: Archivio di Stato di Caserta



   

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