mercoledì 15 marzo 2017



GIROLAMO MIRRA PER VENDICARSI  DI PERCOSSE E SCHIAFFI ASSASSINO’ NEL SUO NEGOZIO CON 4 COLPI DI PISTOLA  IL GIOVANE NIPOTE
 VINCENZO FIERRO
 San Tammaro – Verso le ore 17,45 del 1uglio del 1955 Vincenzo Fierro di anni 25 veniva ricoverato nella clinica “Villa Fiorita” di Capua in grave stato per ferite multiple di arma da fuoco. Interrogato dai carabinieri, poco dopo il ricovero, il Fierro dichiarava che verso le 17,30 nella sua abitazione in San Tammaro era stato fatto segno a colpi di pistola da parte di Girolamo Mirra da Santa Maria La Fossa il quale era penetrato improvvisamente nel suo negozio ed indi all’interno della casa. Precisava inoltre che circa un mese prima in Santa Maria La Fossa in casa di sua zia Cristina Fierro egli era venuto con il Mirra a via di fatto perché lo stesso aveva tentato di possedere con la forza altra sua zia Angelina Fierro. Benchè sottoposto ad operazione laparatomica il ferito decedeva nella serata dello stesso giorno il 17 luglio. I carabinieri ispezionavano il negozio del Fierro rilevando che lo stesso è ubicato nella via principale di San Tammaro comunicante attraverso una porta con il cortile dell’adiacente fabbricato. Quasi di fronte all’ingresso, sormontato all’esterno da una grossa insegna “merceria”, era sito il banco di vendita.  Non apparivano tracce di colluttazione ma nelle immediate vicinanze dell’ingresso venivano rinvenuti 4 bossoli di cartucce per pistola Beretta cal. 7,65 e venivano notate macchie di sangue sul pavimento e su una sedia in paglia nonchè due fori prodotti da proiettili in una scansia dietro il banco. Nel corso delle indagini venivano interrogati,  intorno alle modalità del delitto: Roberto Barca, Guido Lebioli, Guido Grassi e Antonio Buonpane. 

AVV. CARLO CIPULLO 
Il primo dichiarava che si trovava nel negozio per acquistare una lametta per barba quando un uomo anziano dalla soglia, senza dir nulla, aveva sparato alcuni colpi di pistola ed il Fierro era stato colpito al petto nel momento in cui si accingeva a prendere la lametta dallo scaffale sito dietro il banco e non aveva avuto il tempo di profferire parola. Anche il Lebialo, trovandosi presso la bottega,  riferiva di aver visto un individuo portarsi all’ingresso del locale, estrarre una pistola dalla tasca dei pantaloni e di sparare contro il Fierro e infine raggiungere sempre con la pistola in pugno una motocicletta - che aveva lasciata a circa duecento metri  dal negozio della vittima  - e darsi alla fuga. Il Grassi ed il Buonpane poi affermavano  - l’uno di aver tentato di fermare lo sparatore – che aveva un cappello in testa mentre si allontanava a passo normale dal luogo del delitto – ma di aver dovuto desistere dall’azione perché dallo stesso minacciato con la pistola, e l’altro che lo sparatore era giunto a San Tammaro circa un quarto d’ora prima dell’omicidio su una motocicletta, che aveva fermata presso il suo negozio sito alla periferia del paese, e subito dopo essere disceso dal mezzo gli aveva chiesto il prezzo delle pesche che egli teneva in vendita, presso peraltro indicato su appositi cartellini, egli aveva anche detto che lo conosceva per avere lavorato con lui nel 1942 nel “Laboratorio Pirotecnico” di Capua.  Il Mirra -  costituitosi ai carabinieri tre giorni dopo il delitto – dichiarava di essersi recato a San Tammaro in motocicletta, armato di pistola, nel pomeriggio  della domenica 17 luglio allo scopo di parlare con tale Antonio Gravina, il quale avrebbe dovuto innaffiargli con motopompa un suo terreno. Mentre si recava dal Gravina incontrò il Fierro che, sbucato da un vicolo, si dirigeva nel suo negozio. Il predetto gli disse:  “Fetente, a Santa Maria La Fossa mi hai bastonato, ma qui devi fare il morto” e ritiratosi nel locale prese posto dietro il banco. Allora esso Mirra si portò sulla soglia e, visto che il Fierro faceva la mossa di estrarre un’arma dalla tasca dei pantaloni mise fuori la propria pistola ed esplose quattro colpi in direzione dell’avversario. Raccontava inoltre che dal gennaio del 1950 aveva contratto relazione intima con una zia di Vincenzo Fierro, Angelina Fierro,  che anche sua cognata in quanto vedova di un fratello della moglie di esso Mirra, Assunta Maria Perillo. Egli aveva frequentato anche di notte la donna - che lo aveva all’uopo munito della chiave di casa – fornendole perfino dei vestiti. 

Negli ultimi tempi poi la Fierro lo aveva istigato ad avvelenare sua  moglie e poiché egli si era rifiutato di seguire tale suggerimento la predetta si era vendicata accusandola di molestie e di tentativi illeciti nei suoi confronti propalando la notizie che lui pretendeva rapporti “contro natura”. Il 7 giugno del 1955, il Vincenzo Fierro, presentatosi nella sua abitazione insieme a tale Gabriele Bovenzi, gli chiese notizie sui suoi rapporti con la zia, e, avendo egli risposto di non saper nulla lo pregò di seguirlo in casa di altra sua zia, Cristina Fierro. Ivi convennero anche la Angelina Fierro, Filomena Papa, madre di Vincenzo Fierro, nonché Gabriele Bovenzi e Vincenzo Scialla. E poiché egli ripetette al cospetto degli stessi quanto già detto a Vincenzo Fierro fu da questi percosso. La Angelina Fierro, da parte sua, negava di avere avuto rapporti intimi con il Mirra asserendo di aveva sempre resistito alle pretese illecite di lui. Essa narrava che il Mirra – contro il suo volere – con il pretesto di sorvegliarla aveva preso l’abitudine di portarsi nella sua casa anche a tarda sera, servendosi di chiave falsa, e talora l’aveva perfino minacciata con una pistola. Una volta – oltre un anno addietro – era penetrato nell’interno attraverso una finestra; altra volta nel luglio del 1954, essa era stata costretta a riparare in casa di Cristina Fierro ed a pernottare  ivi con le figlie. Il Mirra era stato infine a casa sua l’ultima volta il 21 maggio del 1955 e si trattenne circa mezz’ora e volle sapere dove fosse stata qual giorno. La Angelina Fierro raccontava che ai primi del giugno del 1955 il Mirra diffidò la zia Teresa – alle cui dipendenze lavorava una sua figliuola – affinchè non accogliesse più nel suo fondo la ragazza e il 6 giugno vi fu  per tale fatto in casa della Cristina Fierro un’animata discussione nel corso della quale essa Angelina Fierro e la figlia Vincenzina furono percosse dal predetto con schiaffi e pugni. Vani era riusciti i tentativi fatti tramite il parroco di Santa Maria La Fossa per indurre il cognato a recedere dalle sue pretese di moto che essa si decise il 7 giugno di sporgere unitamente alla figlia, Vincenzina Perillo, querela ed a chiamare la cognata Filomena Papa, residente in San Tammaro per informarla della situazione. La Papa si recò  in Santa Maria La Fossa nello stesso giorno 7 giugno insieme al figlio Vincenzo Fierro e fu tenuta subito una riunione in casa della Cristina Fierro – alla quale presenziò anche il Mirra. Costui negò le accuse che la Angelina Fierro gli rivolse e all’improvviso portò una mano dietro ai pantaloni. Il Vincenzo Fierro lo immobilizzò e nella colluttazione seguitane gli dette un pugno. I due furono divisi da Vincenzo Scialla e da Gabriele Bovenzi,  e il Mirra si allontanò dicendo al Fierro: “Debbo farti vedere Girolamo Mirra chi è”

Il Bovenzi inoltre affermava essere a sua conoscenza che tra il Mirra e la Angelina Fierro vi era una relazione, la quale veniva peraltro confermata anche dalla deposizione della moglie del Mirra.  Iniziatosi la formale istruzione a carico del Mirra venivano allegati al procedimento per omicidio gli atti relativi al procedimento per lesioni, violazione di domicilio e minacce iniziatosi a carico dello stesso presso la Pretura di Capua a seguito della querela sporta da Angelina Fierro e dalla Vincenzina Perillo. L’autopsia sul cadavere accertava che il  Fierro era stato raggiunto da tre colpi di arma da fuoco portatile a canna corta esplosi a distanza in direzione frontale. Il 31 dicembre del 1956 la Sezione Istruttoria emetteva sentenza di rinvio a giudizio – innanzi la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere del Girolamo Mirra per omicidio premeditato e aggravato per motivi futili e abietti in persona di Vincenzo Fierro.
Fonte: Archivio di Stato di Caserta





IL P.M. CHIESE L’ERGASTOLO. LA CONDANNA FU DI 24 ANNI. IN APPELLO COL RICONOSCIMENTO DELLA PROVOCAZIONE SCESE A 20 ANNI

Comparso – manette ai polsi – innanzi la Corte di Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (composta dal Presidente Eduardo Cilento, con giudice a latere Guido Tavassi; pubblico ministero, Gennaro Calabrese; giudici popolari: Giuseppe Caparretti, Gennaro Della Valle, Vincenzo Porfidia, Antonio Ciaramella, Vittorio Picillo e Alberto Tartaglione), Girolamo Mirra, accusato di omicidio premeditato aggravato,  con sentenza del 11 novembre del 1957 venne condannato (partendo dalla pena dell’ergastolo così come chiesto dalla pubblica accusa -  con la concessione delle generiche) a 24 anni di reclusione. In apertura di dibattimento i genitori, la vedova, e i fratelli della vittima Vincenzo Fierro, e cioè Giuseppe Fierro, Filomena Papa, Carmela Scala, Carmela, Raffaele e Angelina Fierro, si costituivano parte civile. Alla condanna venne proposto appello ed in sede di discussione dello stesso con la concessione di una ulteriore scriminante ( gli fu riconosciuta la provocazione) la pena venne ridotta ad anni 20. Gli avvocati difensori insistettero sul fatto che la sentenza impugnata faceva “consistere l’aggravante della premeditazione nel particolare grado di perversità del reo che, fermo nel suo malvagio divisamento – e insensibile al tempo che trascorse ed ai motivi altruistici – che si affacciavano alla sua coscienza, condusse a termine il suo ormai radicato proposito di vendetta”. 
AVV. MICHELE VERZILLO 

“Questo pezzo – chiarirono i difensori dell’imputato – che si incentra tutto nel concetto e relativo  giudizio di “particolare perversità del reo” è in flagrante contrasto con quanto riconosce la sentenza medesima. E cioè,  che il Girolamo Mirra (giunto all’età 54 anni con un certificato penale illibato) fosse stato gravemente umiliato ed offeso dal giovane nipote Vincenzo  Fierro. Il quale, recandosi giustiziere ed arbitro dal paese di San Tammaro a quello di Santa Maria La Fossa, convocò una specie di consiglio di famiglia innanzi al quale Ma detto comportamento – ad un dato momento del del colloquio – trascende in atti di violenza contro il Mirra che viene percosso ed esce sanguinante dalla casa della Cristina Fierro. E tale comportamento concreta indubbiamente quel fatto ingiusto che è a base della chiesta attenuante”. Infatti in sede di appello venne riconosciuta la svriminante della provocazione e la pena ridotta ad anni 20. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Gaetano Grimaldi, Alfonso Martucci, Michele Verzillo, Ciro Maffuccini, Carlo Cipullo, Alfonso Raffone, Pompeo Rendina e Alfredo De Marsico.
Fonte: Archivio di Stato di Caserta  
    


 





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