Il vuoto
italiano
(di Stelio W. Venceslai)
la Sinistra, da progressista, è
diventata conservatrice, la Destra, da reazionaria si è trasformata in liberale
vecchio stampo
Questo
meraviglioso Paese è tanto affascinante quanto complesso e, per i più,
indecifrabile. L’individualismo ne è la caratteristica principale. Potrebbe
essere un valore, se esalta le qualità dell’individuo, ma accoppiato alla
prevalente incultura e all’indifferenza sociale diventa un fattore disastroso.
La
questione fondamentale in Italia non è lo stucchevole contrasto fra la Destra e
la Sinistra che domina la vita politica del Paese, contrasto nel quale, alla
fine, si sono invertiti i valori: la Sinistra, da progressista, è diventata
conservatrice, la Destra, da reazionaria si è trasformata in liberale vecchio
stampo. Categorie ideali passate di moda da un pezzo. Incultura e indifferenza interessano ampi strati del Paese e i
risultati sono sempre più evidenti. Il Paese è alla ricerca di un modello da
seguire perché è incapace di pensarne uno suo.
Dal
famoso ‘68, quando si ebbe l’illusione di una rivoluzione intellettuale,
pessima imitazione dell’esempio francese, la scuola e l’università si sono
sempre più degradate, sfornando ogni anno diplomati ignoranti (di cui una buona
parte non sa neppure scrivere in italiano e solo pochi sono in grado di capire
il senso di una frase che leggono) e laureati superflui perché, se trovano un
mercato, sono praticamente a digiuno di tutto.
Questa
situazione non merita commenti: si esprime nel linguaggio e nelle idee della
stragrande maggioranza delle persone che, poi, va a votare in base a
informazioni approssimative e a pregiudizi emotivi. È inevitabile che gli
eletti adottino in Parlamento gli stessi strumenti intellettuali da chi li ha
votati.
La
conseguenza finale di questa situazione è che il Paese, di cui è espressione la
sua classe politica, eletta nel modo che s’è detto, da cinquant’anni è fermo su
un binario morto.
Sull’invecchiamento
della popolazione i demografi, da almeno trent’anni, hanno scritto o detto che
nelle loro previsioni il trend delle
nascite sarebbe stato progressivamente inferiore a quello delle morti.
A
fronte dell’espansione demografica nel mondo, all’incirca 7.5 miliardi di
persone, la diminuzione di 3-4 milioni d’Italiani è pochissima cosa. Ma non lo
è in Italia.
Checché
se ne dica, il numero conta. Banalmente, più grande è il mercato, più si lavora,
si vende, si consuma, si producono beni e si erogano servizi, si pagano meno
pensioni e si riscuotono più imposte. La ricchezza è anche data dal numero.
L’Italia è un Paese altamente sviluppato, motivo per il quali variazioni
significative di popolazione producono effetti economici importanti.
Dinanzi
a un tale fenomeno demografico il potere politico non può restare indifferente,
come invece è accaduto e accade tuttora. Deve fare delle scelte strutturali i
cui effetti si misurano nel medio-lungo periodo.
Se
non si cerca di invertire la tendenza, occorre attivarsi per accompagnarla con
misure adeguate e attrezzare il Paese per provvedere agli anziani, aumentare il
numero dei medici e degli operatori sanitari specializzati in gerontologia,
creare ospedali e case di cura o di riposo, rispondere, insomma, ai bisogni di
persone che sono sul declino.
Nel
giro di un decennio l’Italia avrà una larghissima maggioranza di anziani e una
notevole riduzione delle proprie aspettative per il futuro. Questo cambia
tutto: il sistema pensionistico sarà alimentato dai pochi che lavoreranno, e
non potrà far fronte al crescente numero degli anziani. I gusti, le abitudini
del Paese cambieranno e l’individualismo sfrenato dovrà cedere il passo alla
gestione dei “nostri vecchi”, mancando strutture adeguate predisposte dallo
Stato. Dove manca lo Stato subentrano le iniziative private
Purtroppo,
il profondo vuoto culturale della classe politica nazionale è tale che non solo
non ha una visione del futuro e tira a campare giorno per giorno, ma non è
neppure in grado di leggere le statistiche e di trarne qualche deduzione
logica. Ma se questo non è capace di fare, davvero, a che serve?
Un’inveterata
tradizione socialista di opposizione alla guerra sussiste da più di un secolo
in un Paese che, invece, nel giro di un secolo, di guerre ne ha fatte almeno
cinque: la guerra di Libia, di Spagna e d’Etiopia e le due guerre mondiali, in
Grecia, in Jugoslavia e in Russia, più la guerra civile, e quasi tutte male,
per l’insufficienza degli armamenti e dei rifornimenti logistici, per la
sostanziale impreparazione della classe militare e l’ incapacità di quella
politica, con gravissimo dispendio di vite umane e di energie[1] e
notevole perdita di prestigio, tutte cose che non hanno nulla che vedere con
l’eroismo dimostrato sul campo dai soldati.
Il
pacifismo, in un periodo di guerra fredda, ha condotto l’Italia nell’orbita del
Patto Atlantico, ma strizzando l’occhio verso il gruppo opposto, ha dato luogo
a equilibrismi in favore d’Israele ma dando rifugio ai Palestinesi, condannando
il terrorismo internazionale ma, stranamente, non subendo alcun attacco come
invece è avvenuto in tutto Europa.
Per
converso, i soldati italiani sono sparsi su dieci/quindici fronti di guerra
come truppe d’interposizione, usurando uomini e materiali.
Dal
secondo dopoguerra in poi, infatti, l’Italia è stata presente dovunque ma senza
mai prendere una posizione precisa. Una situazione forse, di comodo, che al
limite può essere stata anche un ponte utile per negoziati tra parti avverse,
ma l’Italia non è la Svizzera, Paese neutrale per definizione.
La
politica estera italiana, a voler essere buoni, è ambigua. In realtà, non
esiste e rientra in quell’ampio vuoto culturale per cui non ci si accorge che
il Paese è incolto, non adeguato all’evoluzione della tecnologia e della vita
moderna, è un Paese fermo a cinquant’anni fa che malamente arranca, per stare
dietro al progresso.
Gli
Italiani vivono di se stessi e discutono di cose serie con la testa rivolta
indietro. Si beano delle glorie dell’Impero romano, della Chiesa universale,
del Rinascimento, di Cristoforo Colombo e di Dante ma poi tutto finisce nella
contesa tra fascisti, morti da un pezzo, e partigiani, anche loro defunti, un
tema doloroso con la dubbia freschezza di un alimento cotto settant’anni fa.
Anche
nel rapporto con l’Unione europea, in genere piagnucoloso, non c’è mai stato
uno scatto di testa, una proposta importante, una richiesta decisa o un
programma da proporre agli altri partners.
Quando va bene, ci si accoda al duo franco-tedesco, un trio musicale dove il suonatore italiano sta un passo indietro
e, talvolta, scorda pure.
Sottostanti,
poi, sono il sotterfugio, la via d’uscita secondaria, il cavillo giuridico,
l’ambiguità levantina.
Nelle
condizioni attuali, dove la crisi dell’economia italiana s’innesta su quella
europea, quella europea su quella mondiale, tutte poi, all’improvviso,
pericolosamente aggravate dalla pandemia, con una previsione di -13% del PIL,
nel quadro della geopolitica internazionale l’Italia è relegata a un ruolo di
second’ordine, schiacciata dall’intesa franco-tedesca, inutilmente alla ricerca
di alleati minori che, invece, preferiscono un partner più forte o, almeno, dotato di idee.
Qualche
anno fa, quando l’applicazione rigorosa del MES (il fondo salva Stati), stava
strangolando la Grecia, per l’Italia sarebbe stato facile organizzare un’intesa
con alcuni Paesi mediterranei (Malta, Grecia, Portogallo, Spagna, e fors’anche
Slovenia e Croazia) e con l’Irlanda, per contrastare il rigore dei riformisti
tedeschi che affamava la Grecia. Già un solo collegamento serio con la Spagna
avrebbe esercitato il suo peso, ma non si fece.
A
esser cortesi, è almeno dagli ultimi vent’anni che non si è generata un’idea di
rilancio o di cambiamento dell’Unione europea, una qualunque proposta o
iniziativa internazionale. Non si può certo dire che i Ministri degli Esteri
della Repubblica abbiano brillato per spirito d’iniziativa o di coordinamento
oppure che siano stati protagonisti in un qualche evento internazionale, anche
minore.
In
politica interna, vediamo ogni giorno quanto il loro individualismo finisca
nella confusione. In politica estera, invece, dove non è l’individuo che conta,
ma il Paese, sembra che regnino solo l’approssimazione o l’incapacità di
generare interesse.

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